Un’altra nave verso Gaza, si chiama “Rachel Corrie”

giugno 2, 2010

Hamas cavalca con lucidità lo sdegno del mondo e ruba la scena all’Anp

Il presidente palestinese Abbas, che ha definito «un massacro», il blitz israeliano che ha ucciso almeno dieci attivisti internazionali su una delle navi della “Freedom Flottilla”, ancora non ha detto una parola sulle ripercussioni che tutto ciò avrà sui colloqui di pace con gli israeliani. Un silenzio assordante, dettato probabilmente dalla necessità di trovare un accordo sulla questione con l’Amministrazione Obama. A parlare chiaro, dallo Yemen, dove ha incontrato il Presidente Abdallah Saleh (alleato regionale degli Usa nella lotta contro al-Qaeda), è stato invece il capo dell’Ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal, che ha tuonato contro la «deludente» riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, accusando gli Stati Uniti di essere i «responsabili dell’impunità dello Stato ebraico».

Ieri, giornata di lutto nazionale indetta dall’Anp per la strage in mare, almeno cinque palestinesi sono rimasti uccisi a Gaza. Tre sono morti nel corso di un attacco israeliano nella zona nord di Beith Lahya, area da cui miliziani palestinesi hanno lanciato due razzi verso Israele, senza provocare vittime. Gli altri due sono miliziani uccisi a sud di Gaza, secondo la versione israeliana infiltrati oltre confine. Altri morti che vanno ad aggiungersi alle vittime civili del blitz israeliano a bordo delle navi dirette a Gaza con aiuti umanitari e dirottate al porto israeliano di Ashdod. Mentre i natanti contro il blocco di Gaza restano bloccati dagli israeliani e i circa 700 attivisti che vi si trovavano a bordo ricevono in carcere le visite delle rispettive autorità consolari, un’altra nave battente bandiera irlandese, la Rachel Corrie, fa rotta verso il Territorio palestinese. Gli occhi di tutto il mondo saranno puntati su quel vascello che porta il nome della pacifista americana uccisa a Gaza nel 2003 a soli 23 anni. Come chi è salito su quelle navi, Rachel Corrie era spinta a fare la volontaria dal desiderio di mostrare solidarietà alla popolazione di Gaza. Il governo israeliano ha già annunciato fermerà di nuovo chi tenta di forzare il blocco. Nonostante tutto. Nonstante la crisi internazionale. Nonostante il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon abbia detto che se gli israeliani lo avessero ascoltato (togliendo l’embargo) non ci sarebbe stato alcun tragico incidente. Israele non sembra comprendere che gli uccisi accertati nel blitz, con in tasca il passaporto di un paese Nato, hanno cambiato la eco del grido che chiede la «fine del blocco di Gaza», che sta infiammando le piazze dei Territori palestinesi, di Israele, Europa e mondo arabo.

La fine dell’assedio a Gaza è stata invocata, ancora, dal premier “de facto” di Gaza, Hanyieh, che ha rifiutato l’ingresso a Gaza delle diecimila tonnellate di aiuti trasportati sulle navi ora sotto sequestro in Israele. Il carico resta fermo ai cancelli del valico con Israele di Kerem Shalom. Hamas ne condiziona l’accettazione al rilascio dei circa 700 attivisti fermati dal governo dello Stato ebraico. Cittadini europei, statunitensi, mediorientali, per un totale di 40 diverse nazionalità.

Se il governo israeliano, frastornato dal fiasco tattico-strategico del suo genio militare, sembra perdere in queste ore la bussola, Hamas sta cavalcando con lucidità l’onda dello sdegno e della rabbia alle stelle tra i palestinesi, come nel resto del mondo. E risulta molto più visibile dell’Anp. Meshaal, numero uno di Hamas, ha plaudito alla decisione egiziana di aprire la frontiera con Gaza, definendola «una vera risposta al crimine israeliano». Poi ha inviato ad Abbas un messaggio per una riconciliazione che passi per il congelamento «della commedia dei negoziati diretti e indiretti» con gli israeliani e per un «partenariato» nell’adozione di decisioni politiche sulle elezioni in Cisgiordania.

Il movimento islamico al potere a Gaza rappresenta una spina nel fianco per l’Anp, come per il Cairo, che certo non vuole vedere legittimata una derivazione dei fratelli musulmani sull’uscio di casa. E che invece ieri ha aperto il valico di Rahaf ai «fratelli palestinesi». L’Egitto è stato corresponsabile del blocco di Gaza, tenendo sigillata la frontiera. Di fronte alla piazza che invoca la fine delle chiusure e una crisi internazionale senza precedenti, Mubarak non poteva fare altrimenti. La crisi potrebbe inasprisi una volta accertato con precisione quello che è accaduto. I resoconti di chi è stato rilasciato dagli israeliani, firmando documenti scritti in ebraico, concordano: «A bordo delle navi non c’erano armi. Si è trattato di una brutale aggressione».

Francesca Marretta

02/06/2010

liberazione.it

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Video-lettera aperta di una Israeliana

febbraio 26, 2009

http://zeitun.ning.com Zeitun è una piattaforma internet di social network per la comunicazione interattiva tra movimenti e attivisti italiani e mediorientali che si adoperano, attraverso strategie nonviolente, per la fine dei conflitti armati e il rispetto dei diritti in Medio Oriente.

E’ qui che abbiamo trovato questo video, di una donna Israeliana che scrive una lettera aperta a Obama. Non è il solito video dove si descrivono i soprusi degli israliani a danno dei palestinesi. Non si dice “salva i palestinesi”. La donna supplica “salva Israele da sè stessa”. Un pò egoisticamente se vogliamo, in superficie, ma ciò che di politicamente c’è di più corretto. Poichè la soluzione sta in Israele, non in Palestina. Sta nel fermare Israele, non(solo) nell’aiutare i Palestinesi. Anche noi come GruppoFalastin organizziamo raccolte fondi e vi partecipiamo, ma sapere di dare due pannolini a un bambino non ci garantisce certo una sua giovinezza sicura e dignitosa. Ed è per questo (poichè la vera soluzione starebbe nella politica, non nella solidarietà) che questa video-lettera aperta è, seppur un pò retoricamente, indirizzata ad un politico. E non uno a caso, bensi al Presidente di quello Stato non solo potentissimo, ma che in prima linea investe con le armi su Israele.

Ed è per questo, per questi svariati motivi, che pensiamo dobbiate vedere questo video.


Bernard insegna

febbraio 11, 2009

TORTO MARCIO

di Paolo Bernard

Paolo Bernard

Paolo Bernard

Ho dedicato anni del mio lavoro alla questione israelo-palestinese. Ho viaggiato in quelle terre, ho studiato molto, e sono arrivato a una conclusione, o meglio, a un giudizio storico. Premetto che un giudizio storico non dialoga con i singoli accadimenti, coi numeri e con le statistiche, ma solo con la più basilare onestà morale nell’osservazione di un segmento di Storia. Ebbene, la mia conclusione è che in Palestina la componente ebraico-sionista abbia torto marcio. Un torto orrendo, persino paradossale. Infatti Israele nacque sull’uso del terrore su larga scala, dei massacri di palestinesi, della loro spoliazione, umiliazione e vessazione oltre ogni umana decenza, sul sotterfugio e sulla menzogna. E non sto parlando degli avvenimenti contemporanei, ma di fatti accaduti 60, 80 anni fa. Il destino della parte araba era segnato, e fu segnato quarant’anni prima dell’Olocausto nazista: già ai primi del novecento infatti i palestinesi erano considerati dai padri del sionismo, e futuri fondatori di Israele, una stirpe inferiore semplicemente da accantonare ed espellere, senza diritti, senza una Storia, un non-popolo. Il piano di pulizia etnica dei palestinesi prese vita alla fine del XIX secolo e non ha mai trovato soluzione di continuità fino ad oggi, e oggi come allora viene condotto dalla parte ebraica con una crudeltà senza limiti. L’immane tragedia dello sterminio ebraico nell’Europa di Hitler diede solo un impuso a quel piano, lo rafforzò, ma non lo partorì.
Va compreso da chiunque desideri capire l’intrattabilità odierna del conflitto israelo-palestinese, che i torti più macroscopici furono inflitti dalla parte sionista ai danni della popolazione araba di Palestina negli anni che vanno dagli albori del ‘900 ai primi anni ’50. I ‘giochi’ si fecero allora. Tutto quello che è accaduto in seguito, sono solo violente contrazioni e reazioni da entrambe le parti (col primato della violenza senza dubbio in mano ebraica) in seguito a quel cinquantennio di orrori e di grottesche ingiustizie patite dai palestinesi nella loro terra, perpetrati con la piena e criminosa collusione degli Stati Uniti e dell’Europa, ciechi sostenitori di Israele allora come oggi. Solo guardando il terrorismo palestinese con questa ottica si comprende come esso sia la reazione convulsa e disperata di un popolo seviziato oltre ogni possibile immaginazione da quasi un secolo, e non una peculiare barbarie islamica. E con la medesima ottica si comprende la follia ingiustificabile del piano sionista odierno, e la sua implacabile ingiustizia.

Ci sono le prove, nero su bianco, di quanto ho appena affermato, e tutte da fonte ebraica autorevole, fra cui le ammissioni e gli scritti degli stessi padri fondatori di Israele.
Solo chi ha l’onestà intellettuale di voler leggere quelle prove può oggi comprendere perché Israele non ha e non può avere un diritto giuridico e morale di esistere, ma solo un diritto di fatto. Nessuno Stato può pretendere di essere legittimato dalla comunità internazionale dopo essersi edificato sulle più abominevoli violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo, su fiumi di sangue di innocenti, su una pianificazione perfida e razzista. Oggi Israele c’è, e non lo si può certo sopprimere come Stato. Il suo unico diritto di esistere si fonda su questo pragmatismo, e naturalmente sul diritto di esistere degli israeliani che lo abitano. In ciò, esso condivide la medesima problematica con gli Stati Uniti, nati sul genocidio dei nativi ma pragamaticamente ormai legittimati ad esistere. Leggi il seguito di questo post »


Le torture anche sui disabili

febbraio 11, 2009

Riportiamo qui di seguito un articolo che ha dell’incredibile apparso su Infopal

AGUZZINI IN NAZI-STYLE: torture su minorenni, disabili e malati.

Scritto il 2009-02-11 in News Gaza – Infopal.

Abdullah Rahma, ragazzo sordomuto di 15 anni, è stato arrestato dalle forze di occupazione israeliane durante l’ultima aggressione contro la Striscia di Gaza. Gli ufficiali israeliani lo hanno torturato durante tutto l’interrogatorio, perché non rispondeva alle loro domande. I detenuti che lo hanno visto sotto tortura hanno sofferto molto. L’esercito di occupazione israeliano ha ultimamente liberato diversi cittadini arrestati durante l’aggressione contro Gaza, i quali hanno raccontato le scene raccapriccianti che si svolgevano nelle stanze degli interrogatori. I più violenti sarebbero stati compiuti ai danni di due disabili. Anche il ragazzo sordomuto è tornato alla sua famiglia, che abita nella tenuta di Abedrabbo, nel campo profughi di Jabalia, a nord della Striscia di Gaza. Sul suo corpo sono molto evidenti i segni delle torture, per non parlare del deterioramento della sua salute fisica e psicologica. “Parlerà suo malgrado”. Il cittadino Mohammad Abedrabbo, che era insieme al ragazzo sordomuto dentro la prigione e nelle stanze dell’interrogatorio, ha raccontato delle torture subite da Abdullah: “Fin dalla prima domanda che gli hanno fatto, qualcuno ha detto loro in ebraico che era sordomuto, ma non ci hanno creduto e lo hanno picchiato. Lo interrogavano, lui non rispondeva, ripetevano la domanda e lo torturavano di più”. Mohammad riferisce che il ragazzo sordomuto è rimasto sotto tortura per 15 giorni. Il suo corpo è diventato blu dalle botte, poi hanno chiamato un medico che ha constatato che era veramente sordomuto. “Continuavano a torturarlo e dicevano che lo avrebbero fatto parlare suo malgrado. Gli domandavano delle brigate al-Qassam, di Hamas e dei missili. Avevamo l’impressione che avrebbe potuto parlare tanto erano forti le percosse ricevute”. Oltre alle botte, il ragazzo veniva steso per terra senza vestiti e gli ufficiali israeliani gli hanno legato sulla schiena una lastra di ghiaccio, finché si è sciolta completamente. Il ragazzo riusciva solo più a piangere e a indicare il suo corpo, soprattutto le dita, che non poteva più muovere per le botte. Leggi il seguito di questo post »


Comunicato FPLP: la Resistenza è un nostro diritto e continuerà

febbraio 11, 2009

Il compagno Abu Wadih : la Resistenza è un nostro diritto e continuerà (2/4/2009)

Il compagno Abu Wadih, portavoce delle Brigate Abu Ali Mustafa (BAAM), braccio armato del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, ha sottolineato che il nostro popolo Palestinese ha il diritto di esercitare tutte le forme e i mezzi di lotta per acquisire i suoi diritti, sottolineando che tutte le nostre possibilità devono essere tenute aperte al popolo senza restrizioni di fronte alla continua occupazione criminale.

Abu Wadih, in un’intervista televisiva del 3 febbraio 2009, ha rimarcato che la barbarica aggressione nella Striscia di Gaza era un attacco da parte di un brutale occupante a tutto il popolo Palestinese, non uno scambio di fuoco tra due parti uguali.

Egli ha dichiarato che la posizione del Fronte e delle BAAM era chiara riguardo al cessate il fuoco – che la resistenza continuerà fino a quando continuerà l’occupazione, incluso l’assedio di Gaza e la chiusura dei valichi

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Elezioni preoccupanti

febbraio 10, 2009

Oggi a Roma Mubarak e Abu Mazen.

Oggi in Israele le elezioni.

Il premier dell’Anp Salam Fayyad ha detto: «Non conosco un singolo esponente politico israeliano di qualsiasi partito da cui ci si possa aspettare una proposta ragionevole della soluzione del conflitto israelo-palestinese». «Loro, gli israeliani vogliono solo soluzioni parziali. Vogliono migliorare la propria immagine e le condizioni dell’ occupazione, mentre gli insediamenti continuano ad estendersi».

Ma i sondaggi sembrano indicare come favoriti il leader del Likud Benyamin Netanyahu assieme con Avigdor Lieberman di Israel Beitenu. Che si debba rimpiangere il passato? Paradossale, ma questi due partiti/leader ci fanno molta paura. E le prospettive realistiche e giustamente catastrofiche di Fayyad potrebbero rivelarsi addirittura ottimistiche nel caso venisse eletto un governo simile.

Nel mentre si fa finta di trattare una pace, ben consapevoli che il cambio di governo israeliano renderà qualunque cosa detta in questi giorni inutile. E a dimostrazione di ciò si prendano i continui attacchi aerei a Rafah: un morto anche ieri. E per essere masochisti nelle prigiorni dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) muore per le torture subite un giovane membro di Hamas. Così dicono a Infopal i familiari della vittima, ricordando le ferite sul corpo del parente dovute alle ripetute torture. Le FP (Forze Preventive) invece parlano di suicidio.


Il report di B’tselem, organizzazione israeliana per i diritti umani

febbraio 10, 2009

Riportiamo qui di seguito un interessante articolo di Infopal riportante i dati di B’tselem:

Il report di B’tselem: nel 2008, Israele ha ucciso 455 palestinesi e ampliato le attività di colonizzazione.

Il rapporto annuale dell’organizzazione israeliana per i diritti umani, “B’tselem”, pubblicato in questi giorni, spiega che nel corso del 2008 (e fino al 26 dicembre, il 27 è iniziata l’operazione Piombo Fuso), le forze di occupazione hanno ucciso 455 palestinesi, di cui 87 minori. 175 delle vittime (il 38%) non avevano partecipato ad alcun tipo di lotta.

Israeliani uccisi. Sempre nel 2008, i palestinesi hanno ucciso 18 israeliani, e un cittadino straniero: 8 coloni sono stati uccisi durante l’attacco contro la yeshiva di Gerusalemme, 4 israeliani sono stati uccisi dai missili e dalle granate lanciate dalla resistenza palestinese. Inoltre, le brigate hanno ucciso 10 soldati.

Prigionieri amministrativi. Nel 2008, 584 palestinesi erano in carcere senza processo. Tra questi, 6 minorenni. 42 sono in cella da più di due anni.

Ci sono inoltre 23 prigionieri amministrativi rinchiusi da oltre due anni e mezzo e alcuni da oltre quattro.

Apartheid. Il rapporto spiega che non c’è stato un evidente miglioramento nella libertà di movimento per i palestinesi di Cisgiordania: sono 63 i check-point israeliani fissi – di cui 18 solo a Hebron. In aggiunta, l’esercito israeliano limita il movimento dei palestinesi in 430 km di strade, mentre nei 137 km riservate esclusivamente agli israeliani è impedito loro completamente il transito.

Per entrare in territorio “israeliano”, ci sono altri 40 check-point, la maggior parte all’interno della Cisgiordania e non sulla linea verde.

Nel corso del 2008, i posti di blocco sono saliti a 537: l’anno prima erano 459.

Il rapporto denuncia anche altre gravi violazioni dei diritti umani commesse nei territori occupati: demolizioni di case, costruzione del Muro di Annessione, ampliamento delle colonie, rifiuto di perseguire i coloni israeliani violenti.