Anat Kamm, chi era costei?

maggio 2, 2010

La storia di cui in Israele tutti parlano. Ma di cui è proibito parlare

“Se avesse denunciato un caso di corruzione al ministero dell’Agricoltura, l’avremmo tutti applaudita”, ha scritto Gideon Levy. Sfortunatamente, Anat Kamm ha denunciato i crimini compiuti dall’esercito israeliano nei Territori. Ed è finita agli arresti domiciliari. Rischia l’ergastolo per possesso e trasmissione di documenti suscettibili di minare la sicurezza nazionale. Di Uri Blau invece, il giornalista di Ha’aretz che da quei documenti ha sgomitolato le sue inchieste, si sa solo che è nascosto a Londra, atteso a Tel Aviv da un interrogatorio che lo Shin Bet ha promesso di condurre “senza guanti”.

Un bavaglio al bavaglio. A scoprire la storia è stato un blogger di Seattle, Richard Silverstein, che a metà dicembre ha riportato la notizia dell’arresto di una giovane giornalista di Walla!, un portale israeliano di società e cultura, con l’accusa di avere illecitamente raccolto e divulgato informazioni potenzialmente pericolose per la sicurezza nazionale. Durante i due anni del suo servizio di leva, trascorsi nell’ufficio del Comando Centrale della Cisgiordania, Anat Kamm, oggi 23enne studentessa di filosofia, avrebbe copiato su un cd centinaia di documenti classificati come riservati. Per poi consegnarli a Uri Blau. Ad attirare l’attenzione dello Shin Bet, infatti, è stato un articolo di Ha’aretz a sua firma, nel novembre del 2008, in cui si racconta dell’assassinio di un militante del Jihad Islamico eseguito vicino Jenin su ordine del generale Yair Naveh, comandante in capo dell’esercito nella Cisgiordania. L’articolo ricostruisce nei dettagli la pianificazione dell’assassinio, in contrasto con una recente pronuncia della Corte Suprema, secondo cui l’esecuzione di un ricercato è illegale quando è possibile il suo arresto. Anat Kamm, all’epoca, era la segretaria di Yair Naveh. Pubblicata a metà marzo, da internet la notizia è rapidamente rimbalzata sui media internazionali. Non sui media israeliani, però. In contemporanea all’arresto, infatti, il tribunale ha emesso un gag order, vietando ai giornalisti di occuparsi del caso: una specie di bavaglio alla stampa sul bavaglio a Kamm, la cui violazione è punibile anche con il carcere. “Ma che paese è, un paese in cui un giornalista, semplicemente, scompare, e gli altri giornalisti non possono parlarne?”, si è chiesto Richard Silverstein. “La Cina? Cuba? O forse l’Iran”.

Reazioni e deviazioni. “Quando ho copiato quei documenti”, ha spiegato Anat Kamm, “ho pensato solo che il tribunale della storia assolve chi denuncia crimini di guerra”. Tuttavia, in questi giorni non solo il conservatore Jerusalem Post, ma anche Yediot Ahronot, il più diffuso quotidiano di Israele, trabocca di editoriali e lettere che bollano Anat Kamm come una traditrice – o più semplicemente, una ragazza con problemi psichici a cui non avrebbe mai dovuto essere assegnato un ruolo così delicato. Per altri, al contrario, Anat Kamm è un’israeliana esemplare. “Con l’Intifada”, sostiene Akiva Eldar, “abbiamo capito che non esiste una cosa chiamata ‘occupazione illuminata’. Non è possibile dominare un altro popolo per quarantatrè anni senza crudeltà e ferocia. Per gestire un’occupazione, bisogna allevare soldati e funzionari obbedienti – collaboratori. In questo preciso istante, centinaia di segretarie siedono alle loro scrivanie senza avere il coraggio di telefonare a un giornalista, e denunciare ministri e comandanti che minano il nostro futuro”. Spesso, infatti, l’etichetta ‘confidenziale’ indica documenti la cui diffusione è ritenuta inopportuna, ma non necessariamente capace di compromettere la sicurezza nazionale – e “la differenza tra il giornalista che lavora su documenti riservati e quello che si guadagna lo stipendio pubblicando i comunicati stampa del governo è la differenza tra uno stato democratico e un regime autoritario”, conclude Akiva Eldar. Anche se alla fine, l’ampio dibattito in corso su Anat Kamm e Uri Blau, e i diritti e i doveri del buon giornalista e del buon soldato e del buon cittadino, è in fondo un successo per lo Shin Bet, che ha così deviato l’attenzione dalla vera notizia: i crimini compiuti contro i palestinesi. “Mirate a Yair Naveh, non ad Anat Kamm”, ha titolato Gideon Levy. “Non si cerca di proteggere segreti di stato, qui, ma di insabbiare reati. Il Comando Centrale, nel cui ufficio sono stati pianificati degli assassinii, dovrebbe essere sul banco degli imputati. E invece fa da pubblico ministero”. Per questo, quando Uri Blau ha definito la sua battaglia “una battaglia per l’immagine di Israele, non per la mia libertà”, è arrivata a stretto giro la precisazione di Jonathan Cook: “La preoccupazione per l’immagine lasciamola ai Netanyahu e allo Shin Bet. Questa è una battaglia per l’anima di Israele”.

Un bersaglio non proprio casuale. In realtà, in Israele non è certo raro che ufficiali dell’esercito, agenti segreti e uomini politici passino documenti riservati a giornalisti. Incluso Uri Blau. Ma l’ultima volta la sanzione, per il soldato, si era limitata a trenta giorni di consegna in caserma. Il problema, nota Yuval Elbashan, è che Uri Blau non è uno qualsiasi. Sono infatti sue le inchieste che un anno fa, sulla base di archivi segreti del governo, hanno rivelato che due terzi degli insediamenti sono stati costruiti non su terra statale, ma su proprietà palestinese – in violazione cioè non solo del diritto internazionale, ma anche della legge israeliana. Sue, ancora, le inchieste sulla società di consulenza di Ehud Barak, oggi intestata alle figlie per evitare conflitti di interessi, e che ha ricevuto circa due milioni di dollari da una imprecisata fonte estera mentre risultava inattiva. E sue, infine, le anticipazioni su un imminente attacco a Gaza – una settimana prima dell’Operazione Piombo Fuso: una notizia che Ha’aretz ha scelto di non pubblicare. Un giornalista, dunque, nelle parole di Yuval Elbashan, “molto diverso dagli altri, che si auto-nominano portavoce dell’establishment, come se ancora fossero in servizio di leva. Non è mai stato tra quelli che leggono i comunicati dell’esercito. E invece larga parte dei suoi colleghi riceve un messaggio, telefona a un paio di ufficiali, generalmente gli stessi che hanno inviato il messaggio, per verificarne l’accuratezza, e corre a dettare il pezzo. La loro routine di corrispondenti militari, inoltre, include visite organizzare alle nostre truppe, con tanto di giubbotti dell’esercito. Da quello che descrivono come ‘il campo’, rendono noto a pappagallo quello che l’establishment desidera rendere noto. In questo senso, la storia di Anat Kamm è un segnale di allarme. Ma non per quello che Uri Blau ha scritto. Per quello che gli altri giornalisti non hanno scritto”.

Tempi difficili. Ha’aretz ha difeso il suo giornalista ricordando che l’Ufficio della Censura Militare aveva approvato l’articolo. In Israele, infatti, in virtù di una norma che risale al Mandato Britannico, ogni notizia viene preventivamente controllata, per accertare che non contenga informazioni riservate o pericolose per la sicurezza nazionale. I cronisti israeliani, in realtà, minimizzano il ruolo della censura. La stessa Amira Hass, che è da Ramallah tra i più autorevoli e puntuali critici dell’occupazione, e definisce la sua professione come “il costante monitoraggio dei centri di potere”, giudica irrilevanti le restrizioni imposte al suo lavoro. Ma una simile pratica non può non lasciare perplessi gli osservatori internazionali. Recentemente, per esempio, i media israeliani sono stati autorizzati a riportare la notizia dell’assassinio a Dubai di Mahmoud al-Mabhouh, di Hamas, ma non il coinvolgimento del Mossad nell’operazione. Anche se secondo Judith Miller, premio Pulitzer statunitense che ha pagato con il carcere la sua inchiesta sull’inesistenza delle armi irachene di distruzione di massa, il vero problema israeliano è l’auto-censura: generata di istinto da un sistema scolastico e universitario impregnato dei valori sionisti, a volte ai limiti dell’indottrinamento, e effetto inevitabile della completa continuità e osmosi tra esercito e società. Quale che sia l’effettiva solidità della libertà di stampa in Israele, al momento il dato certo è che nell’ultimo rapporto di Reporters Sans Frontieres, l’unica democrazia del Medio Oriente è precipitata dalla 47ma alla 93ma posizione – dietro Kuwait, Libano, ed Emirati Arabi. Senza dubbio, nella valutazione negativa ha inciso la scelta, senza precedenti, di sigillare Gaza ai giornalisti, israeliani e internazionali, costretti a raccontare la guerra con il binocolo dalle colline al confine. Ma la misteriosa incursione notturna nell’appartamento di Uri Blau, con carte e computer spariti, probabilmente non aiuterà Israele a migliorare la classifica.

Francesca Borri
per http://it.peacereporter.net


Cosa dice Haaretz

marzo 19, 2010

Per motivi di tempo facciamo un sunto dei vari articoli presenti sul sito di Haaretz.
Se masticate l’inglese potete visualizzarli senguendo il link
(http://www.haaretz.com/). Tutto ciò che non è presente nei giornali, ossia le mie opinioni, sarà messo tra parentesi quadre.

Netanyahu e Obama, amichevolmente

[La notizia principale riguarda questa fantomatica frattura fra Israele e gli Stati Uniti. Un balletto ben fatto, quasi ci caschiamo noi occidentali, ma pur sempre un balletto.] Haaretz ci dice che c’è stata una telefonata tra il segretario di stato degli Stati Uniti Hillary Clinton e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu il quale si è detto prontissimo a fare di tutto per far sì che gli Stati Uniti rilancino il processo di pace. [E’ curioso notare come sembri necessaria questa mediazione degli Stati Uniti, necessaria a Israele per prendere tempo, per continuare ciò che sta facendo indisturbata e con le spalle coperte e per dare l’impressione di impegnarsi.] Questo “tutto”, continua il giornale israeliano, comprende il rilascio di prigionieri, la rimozione dei posti di blocco nella West Bank e forse la possibilità di dare il controllo di alcuni di questi territori all’ANP(Autorità Nazionale Palestinese)[strana questa “donazione”: la West Bank E’ infatti palestinese, sta in Cisgiordania, dovrebbe a prescindere stare sotto il governo dell’ANP se non fosse che è dal 1967, a seguito della guerra dei sei giorni, sotto occupazione militare israeliana, che, ricordiamolo, è illegale e condannata dall’ONU. Gli accordi di Oslo del 1993 non hanno fatto poi che peggiorare la situazione dando voce in capitolo a Israele su molti territori della cisgiordania, nei quali, abusivamente, sta procedendo da anni a un’opera ampissima di colonizzazione.]. Non si menziona invece la richiesta degli Stati Stati Uniti di bloccare la costruzione di nuovi insediamenti a Gerusalemme Est, ma sembrerebbe che una probabile risposta israeliana possa contemplare un momentaneo blocco di quelle ormai celebri 1600 abitazioni, ma non la sua cancellazione totale. Infatti nessuno, neanche Obama secondo Netanyahu, avrebbe il potere giuridico di bloccare la costruzione di quelle case. Prometterebbe che la costruzione averrà in tempi dilatatati, due o tre anni [come se questo cambiasse le cose].
Hareetz propone poi un sondaggio agli israeliani dal quale risulta che, se la popolarità del presidente americano Obama è in calo nel suo paese, in Israele è anzi ben voluto e la sua politica estera nei confronti dello stato sionista è considerata amichevole e leale. Questo contrasta con ciò che avrebbe voluto Netanyahu che si presenta ai suoi elettori come vittima di una politica americana dura nei suoi confronti. Il 48% degli Israeliani ritiene che la costruzione di abitazioni a scapito dei Palestinesi a Gerusalemme Est debba continuare, anche col rischio di una frattura con gli USA, mentre un 41% è d’accordo nel blocco delle costruzioni almeno fino all’inizio di un processo di pace[a questo punto non sappiamo se rallegrarci per il 41% o disperarci per il 48%!]. Infine il comportamento di Netanyahu non sembra essere gradito a molti Israeliani, forse perchè, dice Haaretz, “Netanyahu” e “comportamento” sono due parole che non vanno d’accordo e che ci riportano a dieci anni fa quando il suo governo cadde proprio a causa del suo “comportamento”. Il popolo israeliano non ha voltato le spalle al suo primo ministro, ma non ha neanche applaudito alle tirate d’orecchio che si è conquistato da parte degli Stati Uniti.
Solo più sotto Haaretz accena all’attacco condotto dall’ IDF(Israel Defece Forces) poche ore fa su Gaza, segnalando due feriti[civili. Ma le vite umane sembrano interessare meno delle soap opera diplomatiche].

Nello stesso tempo il New York Time ci fa sapere che gli Stati Uniti sanzionano la Islamic National Bank e la Al-Aqsa Television[nel caso ci fosse bisogno di peggiorare la situazione sociale-economica della striscia di terra più popolata al mondo e sotto “embargo” da anni ad opera di Israele] . Il motivo sarebbe [neanche a dirlo] il rapporto che le due imprese hanno con Hamas [essendo due imprese di Gaza, il cui governo eletto è costituito da Hamas, sarebbe difficile il contrario]. Il New York Time riporta anche le parole utilizzate dal Tesoro circa i programmi televisivi di Al-Aqsa Television: “destinati a reclutare i bambini per diventare combattenti armati di Hamas e kamikaze una volta raggiunta l’età adulta”[no comment]. Comunque sia, tutti i fondi presenti sul suolo statunitense sono stati bloccati[finiranno nelle casse americane? Oltre il danno la beffa?].


Il fallimento della sinistra israeliana

marzo 19, 2010

La ricetta per una sinistra d’occupazione

La Knesset, il parleamento israeliano

Diremmo che in Israele parlare di schieramenti politici è come guidare una macchina in Inghilterra: ci si ritrova spiazzati e, a volte, un po’ nauseati. La sinistra israeliana, sionista e a volte religiosa, è infatti ben lontana dai corrispettivi movimenti europei.
Qualche esempio?

Il Partito Laburista rappresenta la storia di Israele: al potere dall’inizio degli anni ’30 ha creato il paese così come lo conosciamo ora. Ha come leader Ehud Barak, colui che a Camp David portò avanti il principio di “terra in cambio di pace” (senza rispettarlo) e che poi disse «I palestinesi sono come coccodrilli, più carne gli dai e più ne vogliono». Fu ministro della difesa durante l’atroce massacro denominato a ragion veduta “Piombo Fuso” che causò 1400 vittime civili di cui buona parte bambini. «Il dibattito portato avanti dai governi laburisti dal 1967 al 1977, e poi negli anni ’90, non ha mai preso in considerazione la revisione del vecchio principio della conquista del suolo, né ha sentito la necessità di costruire finalmente l’avvenire del paese non più sui diritti storici degli ebrei alla terra di Israele, ma piuttosto sul diritto naturale di tutti i popoli ad essere padroni del proprio destino. Il dibattito si è sempre concentrato – e si concentra ancora – sul modo migliore di sfruttare la situazione derivante dalla debolezza araba.» scrive Zeev Sternehell su Le Monde Diplomatique.

Meretz fra i partiti sionisti è quello che si colloca più a sinistra(si fa per dire). Infatti ha solo 3 deputati nell’attuale Knesset, il Parlamento Israeliano. E’ il partito in cui è confluito il cosiddetto “movimento degli scrittori” fra le cui fila militano le voci liberal tanto amate dall’intellettualismo progressista di casa nostra: Amos Oz e Abrham Yehoshua. Doveva essere il partito delle aspirazioni socialdemocratiche e pacifiste d’Israele invece i due romanzieri hanno preferito versare il proprio inchiostro per difendere la “guerra giusta di Gaza” e conseguentemente, come giustamente ha scritto Michele Giorgio nelle colonne de il Manifesto, “l’elettorato di fede laburista ha preferito il comandante in capo Barak ai due scrittori con l’elmetto”.

Caso curioso è poi il Kadima, un partito dalle aspirazioni centriste ma nato dalla secessione del Generalissimo Sharon dal Likud nel 2005 nel tentativo di legittimare agli occhi dell’occidente la propria strategia di ingabbiamento e isolamento dei territori palestinesi facendola poi passare per “processo di pace”. Non è allora un caso che il disegno di Sharon sia stato portato a compimento dalla sua erede alla guida del partito, Tzipi Livni, ministro della difesa durante l’operazione “Piombo Fuso”, il massacro della popolazione palestinese della striscia di Gaza reso possibile dall’aver trasformato la stessa Striscia in una prigione a cielo aperto per soli arabi dopo che Sharon fece evacuare, a partire dal 2004, i coloni israeliani.
Ci si chiede, certo, come la Livni possa esser stato ministro in un governo guidato dal Labour Party. Se però consideriamo che il premio nobel per la pace (!) Shimon Peres, grande protagonista di tutta la storia meno felice di Israele, dalla guerra dei sei giorni nel 1967 a Sabra e Chatila, dalla guerra contro il Libano a Piombo Fuso, milita attualmente in Kadima, dopo un lunghissimo passato nel Partito Laburista, allora la situazione appare più definita : Kadima è un partito orientato a formare alleanze a sinistra e centro-sinistra compromettendo ancor di più i brandelli della sinistra sionista israeliana che si è riconosciuta per anni nel partito laburista.

I partiti di sinistra, nella concezione a noi più vicina, e non-sionisti sono delle meteore dall’elettorato fedele ma non determinante, generalmente formato da arabi israeliani. Nella Knesset attuale United Arab List e Hadash (il partito comunista israeliano) hanno 4 deputati ciascuno, Balad 3. Chiedono tutti la parità di diritti fra israeliani ebrei e musulmani, il ritiro dai territori occupati e il diritto al ritorno.

Il fallimento della sinistra israeliana nelle recenti elezioni politiche della Knesset del 2009 ha avuto come conseguenza un doppio spostamento a destra dell’elettorato. Gli elettori laburisti, a cui si offriva l’ambigua politica di Barak, hanno preferito i muscoli di Kadima della Livni. E gli elettori di Kadima, cui si offriva l’impiego della forza e il richiamo alla storia, piuttosto che optare per questa brutta copia di destra, hanno preferito votare quella originale, ultranazonalista, dell’asse Lieberman ( Yisrael Beiteinu) e Netanyahu (Likud).
E’ stata una campagna elettorale da tutti condotta sulle ricette securitarie d’immunità per Israele dai palestinesi. Non importa con quali costi. L’importante è rendersi immuni. Nessuna apertura al dialogo, nessuna concessione ai diritti del vicino, nessuna discussione sulle colonie illegali e soprattutto, ed è ciò che più sconcerta, nessun riesame sulla mattanza di Gaza, forse condotta proprio in funzione elettorale.
Gideon Levy, giornalista israeliano, scrive sul quotidiano Haaretz: «La sinistra israeliana è morta.[…] Non vi era ragione perché le cose andassero altrimenti. Dopo lunghi anni in cui quasi nessuna protesta è giunta da parte della sinistra, e la piazza, la stessa piazza che insorse dopo Sabra e Chatila, è rimasta silenziosa, questa assenza di protesta si è riflessa ugualmente dentro le urne. Il Libano, Gaza, i bambini uccisi, le bombe a grappolo, il fosforo bianco e tutte le atrocità dell’occupazione – niente di tutto questo ha portato nelle piazze la sinistra codarda e indifferente. Sebbene le idee della sinistra abbiano fatto breccia nel centro ed a volte perfino nella destra, tutti, dall’ex primo ministro Ariel Sharon al primo ministro attuale Ehud Olmert, hanno usato un linguaggio che una volta era considerato radicale. Tuttavia, la voce era quella della sinistra, mentre le mani erano quelle della destra.
Chiunque voglia una sinistra che abbia un significato deve prima mettere in soffitta il sionismo. Fino a quando non sorgerà dalla base un movimento che ridefinisca coraggiosamente il sionismo, non vi sarà alcuna sinistra forte.»


Israele: una societa’ marcia e corrotta (di Nurit Pelhed Elhanan)

gennaio 29, 2010

Se si fosse posta ai bambini israeliani delle scuole materne la domanda: “Che cosa hai imparato a scuola quest’anno, piccolo mio?” Si sarebbero potute avere diverse risposte. Un bambino informato e dallo spirito critico avrebbe potuto rispondere: “Ho imparato che il sole brilla sempre, che il mandorlo fiorisce e che il macellaio uccide, e nessun giudice li condanna” (Riferimento al celebre poema di Bialik sul Pogrom di Kishinev del 1903). E un bambino meno abituato a teorizzare avrebbe potuto rallegrarsi dicendo: “Io ho imparato come prendere in giro gli Statunitensi, deludere i Palestinesi, uccidere degli Arabi, cacciare delle famiglie dallo loro case e maledire chiunque mi dica che sono uno sporco moccioso quando sono stato uno sporco moccioso ,ed ho imparato che il popolo ebreo è vivo e che Gilad Shalit è vivo, anche lui. Ancora”. (“AM YISRAEL HAI – il popolo ebreo vive -, espressione tradizionale spesso usata in ambienti nazionalisti). E il nuovo piccolo immigrato, che tarda terribilmente ad essere integrato e ad entrare a far parte della società, potrebbe dire: “Ho imparato chi devo detestare, chi devo uccidere e su chi devo sputare e sono sempre pronto per far questo, in qualsiasi momento vi decidiate a chiamarmi”.

Un bambino sionista-religioso che frequenta un giardino d’infanzia circondato da una recinzione e ben sorvegliato in una colonia potrebbe dire: “Ho imparato a essere un buon sionista, ad amare la terra, a morire e uccidere per difenderla, a cacciare gli invasori, ad uccidere i loro figli, a distruggere le loro case, e a non dimenticare mai che in tutte le generazioni, ed in ognuna tra di esse, ci hanno perseguitato per annichilirci e che tutti i non ebrei sono uguali, che sono tutti antisemiti, che devono essere soppressi. E la cosa più importante è che il sole continui a brillare, che il mandorlo continui a fiorire e presto andremo a realizzare delle piantagioni su tutte le montagne della Giudea e della Samairia e proteggeremo i nuovi alberi contro queste orde di pastori che hanno invaso il nostro paese durante i 2000 anni durante i quali non siamo stati qui per vegliare su di lui”.

Quest’anno i nostri figli hanno imparato che uccidere un non ebreo, qualsiasi sia la sua età, è un grande imperativo. E questo non lo hanno imparato solo dai rabbini, ma anche dai soldati che continuamente si vantano di quello che hanno fatto. E questo è stato ben espresso da Damian Kirilik quando la polizia l’ha arrestato ed accusato di avere ucciso tutta la famiglia Oshrenko (vedere: http://www.jpost.com/servlet/Satellite?cid=1256799068438&pagename=JPArticle%2FShowFull). Quasi con tranquillità ha domandato ai poliziotti : Perché fate tante storie per l’uccisione di bambini? Damian Kirilik è un nuovo immigrante che non comprende le sfumature sofistiche degli insegnamenti dei rabbini per uccidere i bambini non ebrei. Ma questo assassino venuto dall’estero ha compreso presto l’idea generale. E’ che è giunto in un luogo dove l’uccisione di un bambino è considerato con molta leggerezza.

I nostri bambini hanno imparato quest’anno che tutti i degradanti attributi che gli antisemiti riservano agli ebrei si manifestano oggi tra i nostri leader: frode e raggiro, cupidigia e assassinio di bambini. Nel momento in cui viene accusato di traffico di organi da trapianto, il governo di Israele, imperturbabile, si impegna nel traffico di esseri umani tutti interi, per il momento. Si può prevedere che presto, e per molti anni, mentre molte auto ostentano l’autoadesivo “Gilad, nato per essere libero” (lo slogan “Ron Arad, nato per essere libero” si riferisce al pilota israeliano Ron Arad. Per la sua liberazione il governo israeliano rifiutò di liberare dei prigionieri palestinesi e libanesi ed è considerato oramai morto), i capitani di questa nave pirata che è Israele continueranno le loro macchinazioni e mercanteggeranno ancora per sapere quanti chili di carne ebrea, probabilmente rinsecchita, può essere scambiata con quanta carne palestinese, che non è più come era, secondo quanto si è appreso sui furti di pelle e cornee al Centro Forensic di Abu Kabir (vedere: http://www.guardian.co.uk/world/2009/dec/2israeli-pathologists-harvested-organs).
E continueranno a uccidere in nome di Gilad e ad affamare e strangolare in nome di Gilad per distruggere il popolo palestinese, lentamente ma inesorabilmente, e allo stesso tempo incoraggiano le “male erbe” palestinesi che sempre legittimano la prosecuzione degli assassinii.

Come in tutte le società marce e corrotte la parola “Valori” si ripete ancora e ancora in tutti i discorsi di tutti i politici, specialmente di quelli che sono indagati. I valori del sionismo, i valori del giudaismo e i valori dell’esercito israeliano. I valori del sionismo sono stati ben sottolineati quest’anno in tutta la loro gloria in occasione dell’espulsione delle famiglie dalle loro case a Sheikh Jarrah. Il valori della Democrazia e della forza del Diritto si esprimono pienamente nei confronti dei Palestinesi sospettati di aver commesso atti di violenza e assassinati senza altra forma di processo nelle loro case in presenza dei loro figli mentre i terroristi ebrei beneficiano di una completa impunità da parte del sistema giudiziario.

E’ questo che i nostri figli imparano nello Stato ebreo democratico. Ci si può dunque stupire del supposto choc, espresso di fronte alla violenza nelle scuole e nelle discoteche, nelle vie e nelle strade. Dopo tutto questa violenza non è null’altro che la messa in pratica dei valori dell’esercito, un corso di addestramento di base per le attività e le operazioni che questi giovani dovranno compiere in futuro. E’ l’occasione per questi giovani di mostrare ciò che hanno imparato dai genitori e dai fratelli maggiori, dai loro professori e delle loro guide. Il solo problema che, apparentemente, preoccupa le autorità, sia quelle preposte all’educazione che quelle che presiedono all’ordine pubblico, è che non ci sono Palestinesi nelle scuole ebraiche e nelle discoteche ebraiche e nelle strade ebraiche. Per questo motivo i giovani ebrei sono costretti a rivolgere la loro violenza gli uni contro gli altri e questo non dovrebbe succedere, un ebreo non dovrebbe ferire un altro ebreo. La violenza dovrebbe essere canalizzata e disciplinata, guidata da cieca obbedienza alle leggi razziali e diretta solamente e esclusivamente contro quelli che non sono ebrei.
E noi che manifestiamo ogni settimana, ogni mese, in occasione di ogni massacro e nell’anniversario di ogni massacro, quale è la nostra forza? Nessuna. Il nostro destino in questo paese è solo il lutto e l’insuccesso. Giovedì 31 dicembre, siamo rimasti alle porte di Gaza, disciplinati e rispettosi delle condizioni poste dall’autorizzazione di polizia, felici di incontraci e di constatare che siamo vivi, scandendo a voce alta i nostri slogan davanti ad una parterre di poliziotti e soldati simili a robot, completamente incapaci di capire cosa stavamo dicendo. Ma non siamo riusciti a far cadere il Muro. Non siamo riusciti a salvare nemmeno un solo bambino dall’epidemia di meningite che ha colpito Gaza da diversi mesi.

Che cosa possiamo fare con la nostra impotenza e i nostri fallimenti? Che cosa possiamo fare con un sistema educativo che chiede ai suoi diplomati una identificazione assoluta con i combattenti della guerriglia ebraica che furono giustiziati prima del 1848 dagli Inglesi con l’accusa di “terrorismo” e nello stesso tempo una identificazione totale coi loro aguzzini? Identificarsi alle vittime di Auschwitz e nello stesso tempo comportarsi con una crudele indifferenza verso le sofferenze di chiunque non appartenga alla nostra razza? Che cosa possono fare il Militanti della Pace in un paese governato dall’esercito le cui scuole sono infestate di criminali di guerra che vengono a inoculare i loro insegnamenti e dove gli studenti sono obbligati ad un esperimento di una settimana premilitare di “Gadna” (Brigate di giovani) e ad ascoltare i discorsi eroici dei criminali del massacro di Gaza, e per i quali tutte le possibilità offerte, sia psicologiche, sia sociali o educative, hanno come obiettivo di trasformarli in ingranaggi della macchina per uccidere?
Essi sono i nostri figli e le nostre figlie e noi non abbiamo alcuna voce in capitolo nell’ambito del sistema che dirige le loro vite. Dove è lo spazio che ci è riservato per trasmettere loro uno o due dei nostri propri valori? Quali valori di bellezza e bontà possiamo far trapelare in un simile sofisticato apparato di lavaggio del cervello e distorsione della realtà?

Sembra che il solo valore che siamo ancora in grado di instillare e che ha ancora qualche senso è il valore del rifiuto. Imparare a dire NO. Insegnare ai nostri figli che non sono stati ancora avvelenati a resistere al lavaggio del cervello, a respingere il virus che hanno iniettato nel loro spirito. E’ un’impresa dura, una fatica di Sisifo, ma è la sola strada per riaffermare la nostra umanità. Dire NO al male, NO all’ambiguità, NO all’inganno, NO al traffico di esseri umani, NO al razzismo che si espande qui come un incendio selvaggio , un razzismo che non si ferma né al checkpoint di Kalandia né al checkpoint di Erez ma che si estende come un cancro fino ai vergognosi centri di accoglienza degli immigrati, alle scuole che proclamano l’integrazione praticano la segregazione, a tutte le culture e a tutte le credenze del paese. Se noi non impariamo a rifiutare e respingere il male, le leggi e gli obblighi del male, ci ritroveremo a rifiutare e respingere noi stessi e la nostra verità interiore più essenziale. Noi dobbiamo rifiutare il sentimento di far parte di una minoranza dispersa, rifiutare la paura, l’apprensione e l’alienazione che ci sono imposte, rifiutare di esserne complici. Solo il rifiuto può salvarci dalla capitolazione, dal fallimento, dalla disperazione. Noi siamo qui oggi come degli stranieri, come una minoranza di stranieri odiati e perseguitati, Ma insieme, coi nostri amici che cercano la Pace dall’altra parte del Muro, dall’altra parte delle barriere di reticolato, posiamo diventare una maggioranza. Solo il rifiuto di capitolare davanti a Muri ed ai checkpoint può aprire le porte del nostro ghetto perché possiamo abbattere i muri e i loro ghetti. Per vedere infine che c’è un mondo oltre le barriere, che vi sono regioni tutto intorno che il Fondo nazionale ebreo non ha ancora distrutto, che c’è una cultura e che ci sono altri popoli che vale la pena di incontrare, di conoscere e di farsi amici, di apprendere da loro cose su questo paese in cui viviamo come stranieri residenti e ricordarci che questa terra può essere di una bellezza senza eguale. (Il termine ebraico utilizzato “Yefe Nof” è tratto dal poema di nostalgia per Gerusalemme, scritto dal poeta medioevale spagnolo Yehuda Halévy: “O luogo di bellezza senza eguale/gioia della terra intera”).

Nurit Peled-Elhanan*
Fonte: http://www.ossin.org/
Link: http://www.ossin.org/israele/peled-elhanan-damian-kirilik-gilad-shalit.html
Gennaio 2010

* Nurit Peled-Elhanan, professoressa di letteratura comparata all’università ebraica di Gerusalemme e attivista pacifista in Israele, ha perso sua figlia di 14 anni in un attentato kamikaze palestinese. E tuttavia, un anno dopo la guerra di Gaza, critica la politica dello stato ebraico. Discorso pronunciato durante una marcia di protesta a Tel Aviv, il 2 gennaio 2010


ottobre 14, 2009

CULTURA E COPERTURA

Informare per capire

Dal 13 al 23 ottobre 2009 la Facoltà di Lettere e Filosofia di Cagliari ospiterà i prof.ri Hanna e Samuel Scolnicov, studiosi israeliani specializzati in filosofia e drammaturgia.

La Hebrew University of Jerusalem, dove insegnano gli Scolnicov, ha quattro sedi: Monte Scopus(Gerusalemme Est), Givat Ram(Gerusalemme Ovest), Ein Kerem(idem), Rehovot.

Nonostante Gerusalemme sia una città a statuto speciale sotto il controllo dell’ONU la sovranità di Israele su Gerusalemme Ovest è accettata dalla comunità internazionale e dagli organi politici palestinesi come fait accompli. Ugualmente non si può dire di Gerusalemme Est in cui Israele, impunemente, continua a espropriare case ai Palestinesi per costruire colonie israeliane.

La sede sul Monte Scopus che ospita i dipartimenti di studi umanisti cui fanno capo gli Scolnicov nasce così: a Gerusalemme Est, su un territorio occupato, sfruttando la guerra dei 6 giorni del 1967.

La Corte Internazionale di Giustizia ha definito Israele, relativamente a Gerusalemme Est, quale potenza occupante.

L’Università di Tel Aviv, la seconda università in cui insegna Hanna Scolnicov, è stata parzialmente costruita sulle terre del villaggio palestinese di Sheikh Muwanis. Non c’è nessuna menzione di tutti quei palestinesi costretti a fuggire nel 1948 da quel territorio nel sito o nel manifesto dell’università, non c’è una lapide né un monumento nonostante diversi studenti e professori lo chiedano da tempo. Si preferisce oscurare. D’altronde è la stessa università che, destando scalpore nella stessa Israele, ha deciso di assumere come docente di diritto internazionale(!) il colonnello Pnina SharvitBaruch, accusata di aver fornito una copertura legale ai crimini di guerra compiuti durante la recente offensiva di Gaza.

Noi non vogliamo far finta di niente

Sosteniamo un boicottaggio istituzionale delle università israeliane finchè queste non avranno preso una posizione esplicita e chiara contro la politica d’occupazione perpetrata dallo Stato di Israele.

E’ ben documentato che le istituzioni accademiche israeliane sono profondamente implicate nella politica coloniale e razzista contro il popolo palestinese. Gli istituti universitari e di ricerca israeliani collaborano strettamente con l’ establishment militare attraverso ricerche e altre attività accademiche, rendendosi complici degli attachi commessi dall’esercito israeliano nei confronti della popolazione civile e inerme palestinese. Le istituzioni accademiche, finora, non si sono mai dissociate dal regime di occupazione nonostante più di quaranta anni di sistematico soffocamento del sistema educativo palestinese.

Il boicottaggio è l’unico metodo a nostra disposizione per cercare di porre fine all’impunità di Israele, spingendolo a rispettare le leggi internazionali e i diritti del popolo palestinese. Non si può avere nessun fantomatico processo di pace finchè le relazioni saranno quelle fra oppressore e oppresso, fra occupante e occupato.

Gruppo Falastin

Associazione Amicizia Sardegna Palestina
(www.sardegnapalestina.org)


Naomi Klein

settembre 8, 2009

Vi segnaliamo con sommo piacere un recente articolo di Naomi Klein apparso sul suo sito.

We Don’t Feel Like Celebrating with Israel This Year

By Naomi Klein – September 8th, 2009

When I heard the Toronto International Film Festival was holding a celebratory “spotlight” on Tel Aviv I felt ashamed of my city. I thought immediately of Mona Al Shawa, a Palestinian women’s-rights activist I met on a recent trip to Gaza. “We had more hope during the attacks,” she told me, “at least then we believed things would change.”

Ms. Al Shawa explained that while Israeli bombs rained down last December and January, Gazans were glued to their TVs. What they saw, in addition to the carnage, was a world rising up in outrage: global protests, as many as a hundred thousand on the streets of London, a group of Jewish women in Toronto occupying the Israeli Consulate. “People called it war crimes,” Ms. Al Shawa recalled. “We felt we were not alone in the world.” If Gazans could just survive them, it seemed these horrors would be the catalyst for change.

But today, Ms. Al Shawa said, that hope is a bitter memory. The international outrage has evaporated. Gaza has vanished from the news. And it seems that all those deaths—as many as 1,400—were not enough to bring justice. Indeed Israel is refusing to co-operate even with a toothless UN fact-finding mission, headed by respected South African judge Richard Goldstone.
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TERRORISMO: GB, PALESTINESE DETENUTO PER 8 ANNI SENZA ACCUSE

luglio 6, 2009

Notizia Ansa

(di Mattia Bernardo Bagnoli)

“Ritengo responsabile Tony Blair, la Camera dei Lord, la Regina, i politici e il Parlamento: tutti loro hanno le mani sporche in questa storia”. E’ il durissimo ‘j’accusé di Dina Al Jnidi, moglie di Mahmoud Abu Rideh, rifugiato palestinese arrestato nel 2001 in Gran Bretagna per sospette attività terroristiche e detenuto per otto anni senza mai vedere uno straccio di accusa. Un’ordalia che lo ha lasciato menomato nella mente oltre che nel fisico. “Ricordo perfettamente il giorno che la polizia è venuta a prendersi mio marito: era il 19 dicembre del 2001”. Inizia così il racconto di Dina, pubblicato oggi a doppia pagina dal quotidiano britannico Independent.

“Erano in 30, tutti armati: hanno puntato i fucili in faccia a me e ai miei bambini. Alcuni si sono fatti la pipì addosso. Hanno scaraventato a terra mio marito, gli sono saliti sulla schiena. Lui urlava. ‘Zitto, fottuto terrorista’, hanno risposto”. Mahmoud Abu Rideh a quel punto sparisce. Per 40 giorni Dina lo cerca invano ma le autorità britanniche tengono la bocca cucita. Alla fine Mahmoud ‘spunta’ presso la prigione di Belmarsh. “Sono andata a trovarlo, con i miei figli”, ricorda Dina. “Lo hanno tenuto dietro a un vetro: mio marito non conosce bene l’inglese ma non gli hanno permesso di parlare in arabo”. Mahmoud denuncia comunque alla moglie le violenze e le privazioni che avrebbe subito di continuo in carcere. Alla fine i suoi nervi cedono e viene trasferito all’ospedale psichiatrico di Broadmoor dove, stando a Dina, Mahmoud ha iniziato a ferirsi da solo.

Poi, nel 2005, Rideh è stato ‘liberato’ e posto agli arresti domiciliari secondo le disposizioni contenute nel Prevention of Terrorism Act: braccialetto elettronico, obbligo di firma digitale, niente internet per sé o i suoi familiari, niente visite se non autorizzate dal ministero dell’Interno. Condizioni che, nonostante le sentenze contrarie della Corte europea di giustizia e dei diritti umani, permangono tuttora. Dina, esasperata, ha infine lasciato il Regno Unito e si è trasferita in Giordania da alcuni parenti. A Mahmoud è stato però negato il permesso di espatriare. Sino ad oggi. Dopo anni di battaglie legali, grazie anche al sostegno di Amnesty International, Rideh si è infatti presentato all’Alta Corte del Regno Unito con una sola richiesta: quella di poter lasciare per sempre il paese. E davanti ai giudici dell’Alta Corte il governo ha finalmente accettato di emettere un “permesso di viaggio” della durata di cinque anni. “Io e mio marito – scrive Dina – siamo scappati dalle torture degli israeliani per trovare una situazione peggiore in Gran Bretagna. Io sono britannica, anche i miei figli lo sono. Perché è accettabile che si venga trattati in questo modo?”. “Sin dal 2001 – ha detto Kate Allen, direttore di Amnesty International UK – Mahmoud è stato imprigionato senza accuse formali o soggetto a limitazioni della libertà. Non gli è mai stato permesso di vedere le ‘prove’ che sono state raccolte a suo carico.

Nessuna sorpresa che la sua stabilità mentale sia così severamente compromessa. Se il governo reputa che Rideh abbia dei legami con organizzazioni terroristiche lo mandi a processo”. “Il mio assistito – ha detto Gareth Peirce, avvocato di Rideh – farà richiesta questo pomeriggio e speriamo di ottenere il documento entro due settimane al massimo. Era in uno stato di completa disperazione: oggi questa condizione è stata in qualche modo alleviata. 0ra dobbiamo solo aspettare e vedere cosa accade”. (ANSA).