BDS: che cos’è?

BDS

Boicotaggio

Disinvestimenti

Sanzioni

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1. Boicottaggio significa invitare a non acquistare merci e prodotti provenienti da Israele. In Italia sono caratterizzati dal codice a barre 729. Significa invitare i lavoratori degli scali merci, dei trasporti e della logistica a non scaricare container o merci provenienti da Israele. Significa – solo per fare degli esempi – non farsi prescrivere dal medico o acquistare in farmacia medicinali generici della TEVA, non acquistare elettrodomestici Ocean, non acquistare frutta con il marchio “Jaffa” o “Carmel” e così via, e farlo come atto pubblico, manifestando con questi semplici gesti la propria indisponibilità a rendersi complici della politica criminale dello Stato di Israele. E’ dunque una forma di pressione che non ha nulla a che vedere con negozi o servizi gestiti da cittadini di origine ebraica. Noi appoggiamo il progetto di uno Stato Unico per Palestinesi e Israeliani, nessuna discriminazione è per noi dunque accettabile, nè lì, né qui, né in nessun luogo di questo pianeta.

2. Disinvestimento significa fare pressione sulle aziende italiane che fanno investimenti in Israele con l’obiettivo di far ritirare gli investimenti effettuati o di non prevederne di nuovi perché eticamente inaccettabili in quanto Israele è uno stato che commette crimini di guerra contro un intero popolo, quello palestinese. Recentemente decine di imprese italiane non hanno sentito la pressione di questo dovere etico. Si tratta quindi di scrivere lettere alle direzioni aziendali, volantinare ai cancelli di queste aziende, fare scritte nei dintorni delle aziende, mettere in sostanza in moto un processo di “pubblicità negativa” che renda problematico o addirittura svantaggioso l’investimento. C’è un lungo elenco di queste aziende che non appartiene a nessuna “black list” ma che è disponibile sul sito del Ministero del Commercio Estero (oltre che sul sito del Forum Palestina che da quest’ultimo lo ha rilevato ed è a disposizione).

3. Sanzioni. Questa è una misura di ritorsione legale verso uno stato come Israele (o come altri) che commette crimini di guerra e che attiene alla responsabilità dei governi e delle istituzioni internazionali. Queste sanzioni possono adottate singolarmente da ogni governo o a livello multilaterale. La revoca degli accordi di cooperazione militare Italia-Israele o degli accordi economici, commerciali, tecnologici tra enti locali, università, centri di ricerca italiani ed israeliani, la sospensione del Trattato di Associazione Commerciale tra Unione Europea ed Israele (sanzione votata già dal Parlamento Europeo nell’aprile del 2002 ma mai applicata), sono degli esempi di sanzioni che l’Italia dovrebbe e potrebbe adottare se l’intera filiera politica-istituzionale nazionale e locale non fosse subalterna alla complicità con Israele. Chiaramente la mancata adozione di sanzioni contro Israele da parte delle istituzioni preposte non può che mettere in movimento delle “sanzioni dal basso” che prevedono appunto il boicottaggio dei prodotti israeliani e le pressioni per il disinvestimento delle aziende italiane dal mercato israeliano.

Ecco perché li propongo contro Israele
UNA NUOVA APARTHEID
di Naomi Klein
Il Manifesto, 15 gennaio 2009

È ora. Dopo molto tempo. La strategia migliore per porre fine alla sanguinosa occupazione è quella di far diventare Israele il bersaglio del tipo di movimento globale che pose fine all’apartheid in Sudafrica. Nel luglio 2005 una grande coalizione di gruppi palestinesi delineò un piano proprio per far ciò. Si appellarono alla «gente di coscienza in tutto il mondo per imporre ampi boicottaggi e attuare iniziative di pressioni economiche contro Israele simili a quelle applicate al Sudafrica all’epoca dell’apartheid». Nasce così la campagna «Boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni» (Boycott, Divestment and Sanctions, BDS).
Ogni giorno che Israele martella Gaza spinge più persone a convertirsi alla causa BDS, e il discorso del cessate il fuoco non ce la fa a rallentarne lo slancio. Il sostegno sta emergendo persino tra gli ebrei israeliani. Proprio mentre è in corso l’assalto, circa 500 israeliani, decine dei quali artisti e studiosi rinomati, hanno inviato una lettera agli ambasciatori stranieri di stanza in Israele. La lettera chiede «l’adozione immediata di misure restrittive e sanzioni» e richiama un chiaro parallelismo con la lotta anti-apartheid. «Il boicottaggio del Sudafrica fu efficace, Israele invece viene trattato con guanti di velluto…. Questo sostegno internazionale deve cessare».
Tuttavia, molti ancora non ci riescono. Le ragioni sono complesse, emotive e comprensibili. Tuttavia non sono sufficientemente convincenti. Le sanzioni economiche sono gli strumenti più efficaci dell’arsenale non-violento. Arrendersi rasenta la complicità attiva. Qui di seguito le maggiori quattro obiezioni alla strategia BDS, seguita da contro-argomentazioni.
1. Le misure punitive alieneranno anziché convincere gli israeliani. Il mondo ha sperimentato quello che si chiamava «impegno costruttivo». Ebbene, ha fallito in pieno. Dal 2006 Israele accresce costantemente il suo tasso di criminalità: l’espansione degli insediamenti, l’avvio di una scandalosa guerra contro il Libano e l’imposizione di punizioni collettive su Gaza attraverso un blocco brutale. Nonostante questa escalation, Israele non ha dovuto far fronte a misure punitive, ma anzi, al contrario: armi e 3 miliardi di dollari annui in aiuti che gli Stati uniti inviano a Israele, tanto per cominciare. Durante questo periodo- chiave, Israele ha goduto di un notevole miglioramento nelle sue relazioni diplomatiche, culturali e commerciali con molti altri alleati.
Ad esempio, nel 2007, Israele è diventato il primo paese non latino-americano a firmare un accordo di libero scambio con il Mercosud. Nei primi 9 mesi del 2008, le esportazioni israeliane verso il Canada sono aumentate del 45%. Un nuovo accordo commerciale con l’Unione europea è destinato a raddoppiare le esportazioni di Israele di preparati alimentari. E l’8 dicembre i ministri europei hanno «rafforzato» l’Accordo di associazione Ue-Israele, una ricompensa a lungo cercata da Tel Aviv.
È in questo contesto che i leader israeliani hanno iniziato la loro ultima guerra: fiduciosi di non dover affrontare costi significativi. È da rimarcare il fatto che in sette giorni di affari durante la guerra, l’indice della Borsa di Tel Aviv è salito del 10.7%. Se la carote non funziona, è necessario il bastone.
2. Israele non è il Sudafrica. Naturalmente non lo è. La rilevanza del modello sudafricano è che dimostra che tattiche BDS possono essere efficaci quando le misure più deboli (proteste, petizioni, pressioni di corridoio) hanno fallito.Infatti restano reminiscenze dell’apartheid desolanti: documenti di identità con codici colorati e permessi di viaggio, case spianate dai bulldozer e sfollamenti forzati, strade per soli coloni. Ronnie Kasrils, noto politico sudafricano, ha detto che l’architettura della segregazione da lui vista in Cisgiordania e a Gaza nel 2007 è «infinitamente peggiore dell’apartheid».
3. Perché mettere all’indice solo Israele, se Usa, Gran Bretagna e altri paesi occidentali fanno le stesse cose in Iraq e Afghanistan? Il boicottaggio non è un dogma, è una tattica. La ragione per cui la strategia BDS dovrebbe essere tentata con Israele è pratica: in un paese così piccolo e dipendente dal commercio potrebbe funzionare.
4. Il boicottaggio allontana la comunicazione, c’è bisogno di più dialogo, non meno. A questa obiezione risponderò con una mia storia personale. Per otto anni i miei libri sono stati pubblicati in Israele da una casa editrice commerciale chiamata Babel. Ma quando ho pubblicato Shock Economy ho voluto rispettare il boicottaggio. Su consiglio degli attivisti BDS, ho contattato un piccolo editore chiamato Andalus. Andalus è una casa editrice militante, profondamente coinvolta nel movimento anti-occupazione ed è l’unico editore israeliano dedicato esclusivamente alla traduzione in ebraico di testi scritti in arabo. Abbiamo redatto un contratto che garantisce tutti i proventi a Andalus e nessuno per me. In altre parole, io sto boicottando l’economia di Israele, ma non gli israeliani.
Mettere in piedi questo programma ha comportato decine di telefonate, e-mail e messaggi istantanei, da Tel Aviv a Ramallah, a Parigi, a Toronto, a Gaza city. A mio avviso non appena si dà vita ad una strategia di boicottaggio il dialogo aumenta tremendamente. D’altronde, perché non dovrebbe? Costruire un movimento richiede infinite comunicazioni, come molti nella lotta anti-apartheid ricordano bene. L’argomento secondo il quale sostenendo i boicottaggi ci taglieremo fuori l’un l’altro è particolarmente specioso data la gamma di tecnologie a basso costo alla portata delle nostre dita. Siamo sommersi dalla gamma di modi di comunicare l’uno con l’altro oltre i confini nazionali. Nessun boicottaggio ci può fermare.Tornando a noi, ci saranno degli orgogliosi sionisti che pensano di poter segnare un punto a loro favore: forse non so che molti di quei giocattoli super high-tech provengono da parchi industriali israeliani, leader mondiali nell’Infotech? Abbastanza vero, ma mica tutti.
Alcuni giorni dopo l’assalto di Israele a Gaza, Richard Ramsey, direttore di una società britannica di telecomunicazioni, ha inviato una e-mail alla ditta israeliana di tecnologia MobileMax. «Causa l’azione del governo israeliano degli ultimi giorni non saremo più in grado di fare affari con voi né con qualsiai altra società israeliana». Quando è stato interpellato da The Nation, Ramsey ha affermato che la sua decisione non era politica. «Non possiamo permetterci di perdere nessuno dei nostri clienti: si tratta di una difesa esclusivamente commerciale». È stato questo tipo di freddo calcolo d’affari che ha portato molte aziende a tirarsi fuori dal Sudafrica due decenni fa. Ed è proprio questo tipo di calcolo la nostra più realistica speranza di portare giustizia, così a lungo negata, alla Palestina.
* Testo scritto per The Nation, pubblicato sul sito http://www.naomiklein.org e sul sito del manifesto

Boicottare l’economia israeliana

in solidarietà con la Palestina.

Come?

Nell’autunno dello scorso anno, un gruppo di progressisti israeliani scrisse un documento che circolò rapidamente in tutto il mondo contenente un appello al boicottaggio dell’economia israeliana.

Lo strumento del boicottaggio internazionale – sosteneva il documento – si era rivelato molto efficace per piegare il regime dell’apartheid in Sudafrica. Nel momento in cui il governo Sharon e la sua vasta rete di sostegno politico, economico e diplomatico internazionale dichiaravano la “guerra infinita” contro il popolo palestinese, l’appello al boicottagio internazionale diventava uno strumento di pressione qualificante per indurre le autorità israeliane a cessare l’occupare militare e coloniale della Palestina.

Una vasta rete di associazioni e comitati a livello europeo ha fatto proprio quell’appello, cominciando qua e là a indicare e praticare forme ed obiettivi di questa campagna di boicottaggio economico. Ma nel caso di Israele, vanno individuati e compresi dei fattori che costringono strumenti di pressione internazionale come il boicottaggio a misurarsi con diversità e condizioni oggettive che possono rendere più o meno efficace questo strumento.

Tra Intifada e…crollo del Nasdaq

Molti documenti e analisi economiche illustrano quanto le conseguenze dell’Intifada palestinese abbiano in qualche modo inciso su alcuni settori dell’economia israeliana. Alcuni osservatori parlano di una “Israele in ginocchio” e – specularmente – di “disastro per l’economia palestinese”(1).
I settori dell’economia tradizionale israeliana (agricoltura, edilizia, turismo) hanno visto crollare il loro contributo al prodotto interno lordo di Israele.

Il blocco della manodopera palestinese assediata nelle proprie città o nei campi profughi, le condizioni di insicurezza negli insediamenti coloniali e nelle principali città, hanno visto ridurre l’attività edilizia e agricola e crollare del 54% il turismo nelle città israeliane o nelle città palestinesi sotto il controllo militare israeliano.

Gli investimenti stranieri totali in Israele sono diminuiti dai 5,82 miliardi di dollari del 2000 ai 2,54 miliardi dei primi sei mesi del 2001. Gli investimenti diretti esteri (IDE) caratterizzati dall’acquisizione di almeno il 5% di una azienda o società israeliana, sono diminuiti del 26%.

Indicativo anche il declino degli investimenti stranieri nella Borsa valori di Tel Aviv, durante i primi sei mesi del 2001, quasi un miliardo di dollari è stato ritirato dalla Borsa Secondo gli analisti economici israeliani, a mettere in crisi l’economia israeliana non è stata solo l’Intifada, ma soprattutto il crollo del Nasdaq e la stagnazione complessiva delle maggiori economie capitaliste del mondo con le quali – soprattutto con quella statunitense – il modello economico israeliano appare fortemente integrato.

Infatti le alte tecnologie e le biotecnologie costituiscono circa il 54% dell’export israeliano. Circa 90 imprese israeliane sono quotate al Nasdaq di New York (la cifra sale a circa 200 se si prendono in esame gli stock su Wall Street). Negli anni Novanta, l’economia israeliana si era fortemente trasformata in funzione del boom della new economy.

In condizioni di “pace” l’afflusso di investimenti esteri o di turisti era stato elevato. Nei primi nove mesi del 2000 (2) la crescita israeliana era stata del 7,8%. Nel quarto trimestre, investito dall’esplosione della seconda Intifada palestinese, settori come il turismo e l’edilizia sono stati duramente colpiti facendo recedere il tasso di crescita al 5,9%.

Ma a questa tendenza al rallentamento dovuta all’escalation dello scontro con la resistenza palestinese, si aggiunge – tra la fine del 2000 e l’inizio del 2001 – la caduta del Nasdaq, la borsa dei titoli tecnologici di New York, sul quale faceva affidamento gran parte del nuovo modello economico israeliano. Un modello che, secondo molti analisti, ha fortemente accentuato le disuguaglianze sociali all’interno del paese.

Nonostante questi due indicatori negativi, l’agenzia di rating Moody’s pubblicava una interessante valutazione sul debito pubblico israeliano regalandogli un invidiabile A2 perchè, a loro avviso, “l’economia israeliana è sempre meno vulnerabile ai fattori di geopolitica regionale”.

Una stima ottimistica e un pò manipolata o incompetenza degli analisti di Moody’s? La ripresa del conflitto contro i palestinesi ha portato solo ad un lievissimo deprezzamento dello shekel, la valuta nazionale. Ciò indicherebbe una solidità del sistema economico israeliano.Stanno veramente così le cose? In parte si e in parte no visto che gli investimenti diretti esteri ed anche gli investimenti finanziari nella Borsa di Tel Aviv sono drasticamente diminuiti.

Infatti tra Intifada da una parte e crollo del riferimento strategico del Nasdaq, il boom delle esportazioni israeliane è stato bruscamente modificato. Nel corso del 2000 il tasso di crescita dell’export era stato del 22,7%. Scomponendo questo dato si evidenzia il dualismo dell’economia israeliana. L’export di componenti elettroniche era cresciuto del 150% rispetto all’anno prima, quello delle telecomunicazioni e strumenti di controllo era cresciuto del 30,3% (questi due settori da soli costituivano il 46% delle esportazioni totali israeliane), i prodotti a media tecnologia nella chimica e meccanica erano cresciuti del 18,2 e dell’11,1%, mentre i settori tradizionali come agricoltura e tessile erano cresciuti solo dell’1% e dello 0,2%, in pratica niente.

Il boicottaggio di questi due settori dell’economia israeliana ha dunque un valore più simbolico che effettivo.Il che non ne annulla affatto l’importanza, soprattutto per la possibilità di una controinformazione capillare a livello di massa davanti ai centri commerciali o ai supermercati.

Israele puntava molto sul boom del turismo. Nel 2000 erano giunti nel paese 2,67 milioni di visitatori. Nel 2001 se ne aspettavano 3 milioni ma ne sono arrivati solo 1,2 milioni (il 54% in meno dell’anno precedente). Anche in questo settore si evidenzia un fattore di crisi dell’economia israeliana che rende al momento fortemente simbolica ma non strutturale una campagna di boicottaggio del turismo.

SU QUALI SETTORI PUO’ESSERE PIU’ EFFICACE IL BOICOTTAGGIO DELL’ECONOMIA ISRAELIANA?

1. LE RELAZIONI ECONOMICHE TRA ITALIA E ISRAELE

Secondo la Camera di Commercio Italo-Israeliana, l’interscambio commerciale tra i due paesi nel 2000 aveva raggiunto i 2,5 miliardi di dollari. Gli investimenti economici italiani più rilevanti sono stati quello delle Generali (presenti nel mercato assicurativo israeliano attraverso la Migdal e in quello finanziario attraverso una quota dell’8,5% della Banca Leumi-le, la quale, è stata recentemente coinvolta in uno scandalo sul riciclaggio di denaro che ha investito la Societé Géneràl e il mondo creditizio francese).

C’è poi quello della Telecom (che possiede la maggioranza della società telefonica israeliana Golden Lines, si appresta a varare un cavo sottomarino tra Israele e Mazara del Vallo ed è entrata con Telecom Italia Lab, in due fondi di investimento israeliani, il Jerusalem Global Ventures e il Gemini Venture Fund).

Sempre nel settore delle alte tecnologie va segnalato il fotoricettore della CDB Web Tech, una società fondata da Carlo De Benedetti (presidente e azionista di controllo – tramite la Cofide – del gruppo CIR) specializzata nelle tecnologie della comunicazione (infrastrutture, applicazioni e servizi) con particolare enfasi sui servizi Internet senza fili. Il Gruppo CIR ha compiuto un grosso investimento nel consorzio HG3 (già Andala) ed ha acquistato una delle cinque licenze per l’UMTS.

Fonti della stampa economica rivelano poi alcune grandi famiglie dell’industria e finanza italiana come Falck e Moratti, dispongono di una società finanziaria, la Syntek, la cui diramazione Syntek-Israele vede come presidente ed amministratore Ronny Benadoff, ex portavoce dell’esercito israeliano.

C’è il caso della Bassetti, grande marchio del tessile, che distribuisce in Europa la collezione tessile prodotta dalla società israeliana Kitan Ltd. Nel caso di grandi industrie come Fiat Hitachi, Fiat Iveco e Fincantieri vanno segnalate le forniture che arrivano dalla Ashot Ashkelon Ltd. Che oltre alle produzioni militari ha sviluppato anche ricambi per camion e bulldozer.

Ci sono poi società italiane impegnate anche nel rafforzamento degli insediamenti coloniali israeliani sui territori palestinesi. E’ il caso della Gitto Carmelo e figli srl, impresa costruttrice della provincia di Messina, che ha vinto in joint venture con un socio israeliano, l’appalto per la costruzione della galleria che unisce Gerusalemme a Hebron nel quadro dei viadotti esclusivi per i cittadini israeliani ma preclusi ai palestinesi.

C’è da segnalare la produzione vinicola del marchio Bosca . La Bosca utilizzando il sistema del franchising e di joint ventures, ha deciso di produrre lo spumante con la principale azienda vinicola israeliana, la Carmel Misrahi.

Infine c’è da segnalare quello dell’Italgas che è uno dei quattro consorzi che ha vinto la pre-selezione per una rete di gasdotti tesi a ridurre la dipendenza israeliana dal petrolio. Si tratta quindi di iniziare una campagna di pressione e boicottaggio su Generali, Telecom, CIR, Falck, Moratti e Italgas tesa ad ottenere il disinvestimento da Israele.

Accordi istituzionali bilaterali

il 13 giugno 2000 a Bologna è stato firmato dai Ministri dell’Industria e Commercio Enrico Letta (Ulivo) e Ran Cohen l’accordo bilaterale che prevede la cooperazione tra i due paesi nei seguenti settori: medicina, sanità, organizzazione ospedaliera ma anche – e qui si fa interessante – biotecnologie, agricoltura, scienze dell’alimentazione, nuove fronti di energia, sfruttamento delle risorse naturali, applicazioni inormatiche nella ricerca, spazio, tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni, software ovvero i settori strategici e di punta del nuovo modello economico israeliano. In Italia, il disegno di legge per l’attuazione di questo accordo bilaterale prevede uno stanziamento annuo di 1 milione di euro per il periodo 2001-2003 a valere sul bilancio del Ministero degli Esteri.

Dunque, in primo luogo occorre chiedere il congelamento immediato di questo accordo e degli stanziamenti previsti.

Un altro esempio è il programma Global Junior Challenge per lo sviluppo e la diffusione delle nuove tecnologie nel mondo. Il programma è organizzato e finanziato dal Comune di Roma e anche quest’ anno ha ricevuto il patrocinio del Presidente della Repubblica. Nel quadro di un programma multilaterale, è previsto l’inserimento di un progetto di una istituzione privata israeliana (il kibbutz Mizra).

Pre-esistenti a questo progetto ve ne sono altri per il monitoraggio dei flussi migratori di uccelli attraverso un sito internet israeliano (birds.org.il) e un altro con il Comune israeliano di Ariel (progetto “Israel ‘s Smart City).
E’ ovvio che di tali progetti va riconosciuto il valore sociale e di interscambio culturale. Ma nelle attuali condizioni nella situazione palestinese, anche in questo caso occorre chiedere il congelamento immediato dei progetti e del loro finanziamento.

2. LE COLLABORAZIONI IN CAMPO SCIENTIFICO E STRATEGICO

Nel 1999, Israele ha concluso accordi di cooperazione con l’Unione Europea che gli consente di partecipare al quinto programma quadro di ricerca e sviluppo tecnologico. Imprese e centri di ricerche israeliane partecipano con circa 200 progetti già approvati con un ritorno economico per circa 55 milioni di dollari a fronte di un contributo israeliano di circa 32 milioni di dollari.

In questo caso occorre iniziare la pressione verso l’Unione Europea affinché cessi ogni programma di collaborazione tecnologica con Israele.

Israele, insieme all’Italia e ad altri paesi europei, è membro fondatore del Laboratorio Europeo di Biologia Molecolare di Heidelberg, creato nel 1973, che porta avanti ricerche connesse con le Biotecnologie. Il 35% dei ricercatori è inoltre impegnato nel campo delle cosiddette “scienze della vita” che utilizzano il 45% dei fondi destinati alla ricerca accademica.

Le ricerche israeliane sulle biotecnologie sono direttamente sostenute dal governo attraverso il Ministero dell’Industria e Commercio e il Ministero della Scienza, Cultura e Sport che hanno istituito da tempo un apposito “National Biotechnology Steering Committee“. Le Biotecnologie rappresentano uno dei cinque settori di importanza strategica per Israele insieme alla microelettronica, i materiali avanzati, la opto-elettronica e le tecnologie dell’informazione.

Occorre individuare le collaborazioni e la commercializzazione di questi prodotti di punta israeliani sul mercato delle biotecnologie e nel mercato farmaceutico italiano e chiedere che venga sospeso ogni rapporto economico.

I PRODOTTI BIOTECNOLOGICI ISRAELIANI
E LE IMPRESE CHE LI PRODUCONO

Biotecnologie farmaceutiche:

Prodotto Azienda Patologie

REBIF InterPharm Laboratories Ltd. Sclerosi multipla

Lotamax e Alrex Pharmos Oftalmici

Ormone d.crescita Biotecnology Industries Ltd.

Copaxone Teva Pharmaceutical Ind.Ltd Sclerosi multipla

Orgenics AIDS,epatiti

Healtcare Tecnol.-Savyon D. AIDS,epatiti

D-Pharma Ltd. Epilessia

Biotecnologie agroalimentari

Vegetali e colture da campo,sementi ibride (società Hazera,1939 Ltd)

Pomodori resistenti al calore e al virus y.l.c.(soc.Zeraim-Gedera)

Nel caso particolare della Hazera 1939 Ltd. questa è presente anche in Italia dove ha sviluppato sementi ibridi per ortaggi, verdure e frutta “studiati” per dare la massima resa nella coltivazione ed in particolare sementi per pomodori “particolarmente forti e resistenti”.

La Hazera è presente in Italia attraverso la COIS 94 che ha sede a Catania.

Di fatto ci troviamo in presenza di una società che, come la Monsanto, sta producendo e distribuendo sementi transgeniche sul mercato italiano nonostante esista una legge dello Stato (italiano) che lo vieta.

Occorre attivare soprattutto in Sicilia una campagna di pressione sulla COIS 94 affinché receda da queste produzioni ed attivare campagne di convincimento sui coltivatori locali (e non solo) affinché cessino di acquistare sementi ibride dalla COIS ’94

ALTRE AZIENDE ISRAELIANE IN ITALIA

A gennaio di quest’anno, il Sole 24 Ore rivela che la società israeliana ELCO ha acquisito la società francese Brandt (ex gruppo Ocean della famiglia Nocivelli). La Elco ha rilevato anche la Brandt-Italia e il marchio Ocean, (stabilimento di Verolanuova, in provincia di Brescia) molto noto per la produzione di frigoriferi assai diffusi sul mercato italiano.

A metà degli anni Novanta, la principale società israeliana esportatrice in Italia era la Carmel Olephins Ltd., azienda del settore petrolchimico che fornisce materie prime per l’industria.

Recentemente, oltre alla Hazera 1939 Ltd. la Camera di Commercio Israelo-italiana, ha premiato altre quattro società israeliane che operano con successo sul mercato italiano.

1) La EFRAT Future Technology Ltd che è il braccio israeliano della società americana COMVERSE esperta nello sviluppo di sistemi avanzati per i servizi di telefonia (centralini e segreterie centralizzate). Ha prima raddoppiato e poi triplicato le esportazioni in Italia. La COMVERSE ha sede a Cernusco sul Naviglio (MI).

2) la ISCAR, ha fondato una sua filiale sin dal 1983 ed è una delle maggiori esportatrici israeliane in Italia. produce utensili da taglio soprattutto per l’industria automobilistica. La ISCAR Italia SrL ha sede a Orbassano (To).

3) La AL FILTERS, produce filtri carburante per l’industria automobilistica. E’ fornitrice anche della General Motors e della Bosh. Non ci sono ancora elementi che provino la sua collaborazione diretta con la FIAT ma solo con la GM (socio della Fiat). Non è nota la sua sede in Italia.

4) La NAAN Irrigation Systems. E’ una azienda nata nell’ambito di un kibbutz. Produce sistemi avanzati di irrigazione. Tre anni fa è stata creata la NAAN ITALIA SrL che è al 75% di proprietà israeliana. Ha sede a Milano città.

Occorre iniziare una campagna di informazione e boicottaggio sugli acquirenti di queste aziende chiedendo di cessare la collaborazione commerciale con le stesse.

Le aziende per le forniture militari

Occorre poi aprire il capitolo delle aziende israeliane che commerciano sul mercato italiano prodotti militari o armi leggere.

C’è la IMI , (Industrie Militari Israeliane) azienda israeliana che produce armamenti di tutti i tipi, dagli aerei alle cartucce per le forze armate israeliane. E’ presente in Italia con componentistica per aerei e carri armati in dotazione alle forze armate italiane e sul mercato civile con munizioni per l’artiglieria dell’esercito italiano.

C’è poi la Rafael che fornisce componentistica per il carro armato italiano Centauro e il mezzo anfibio AAW7A1. Nelle forniture di visori notturni per le forze armate spiccano due ditte israeliane: Elop Electro-optics industries Ltd e Flir systems Israel Ltd.

(fonti: http://www.rafael.com.il ; www.imi-israel.com e www.difesa.it )

In Italia gli ogm e i veleni “made in Israel”?

Il boicottaggio dei prodotti israeliani come parte della battaglia per la difesa della salute e della sovranità alimentare.

Il caso Jaffa e Hazera

Il settore agroalimentare Israeliano è strettamente collegato alle Biotecnologie, alla Ricerca, alle tecnologie e al settore Farmaceutico.
Nella parte precedente del dossier è stata segnalata la
Hazera Genetics, la più grande società sementiera Israeliana e leader a livello mondiale. La Hazera Genetics utilizza programmi dimiglioramento genetico” in collegamento con le principali Università e centri di ricerca Israeliani. La Hazera commercia sementi in oltre 50 paesi del mondo.
In Italia è presente con il marchio
COIS 94 e ha sede in C.da Valatelle,18-Belpasso (CT) (www.cois94.it).

Come dice l’ampia pubblicità il “seme forte” di questa società è il pomodoro “Rita” e il “Naomi“.

Per quanto riguarda i pompelmi, va detto che quelli con il marchio Jaffa hanno un’elevata percentuale di tiabendanzolo (E233), un conservante altamente tossico il cui studio in ambito comunitario è stato affidato alla Spagna, paese che in Europa è tra i Leader nelle colture Transgeniche e uso intensivo di Pesticidi e Fitofarmaci.

La commissione europea, sulla base dello studio effettuato dalla Spagna, ha emanato in data 5 Luglio 2001 una direttiva (2001/21/CE) alla quale gli stati dell’Unione Europea dovranno mettere in vigore, entro il 10 Luglio 2002, disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla direttiva. (in allegato la legislazione comunitaria).

Inutile dire che la commissione di studio ha affermato che il “Tiabendanzolo non costituisce un rischio inaccettabile per gli organismi” ma allo stesso tempo raccomanda una prevenzione e presa di misure adeguate. La legge attuale prevede che nell’involucro della frutta o sul frutto sia riportata la dicitura “Trattato con“.

Diversi Studi Scientifici dimostrano l’alta nocività del Tiabendanzolo il quale puo’ avere effetto mutageno.


In Italia l’importatore è la
COFRES con sede a Verona, Traversa strada dell’Alpe 23, la società è incorporata dalla fusione di Fruttital Verona srl, Frigomond srl, Agrofonte srl.

La società è controllata dalla famiglia Orsero attraverso GF Invest SpA (51,2% del capitale) che ha la sede in Albenga (SV), reg. Cime di Leca, 30.
Il Tiabendanzolo è utilizzato anche sulle banane e sulle ananas.

C’è un altro aspetto che si ricollega ai “diritti e speculazioni sui brevetti sulle sostanze chimiche e farmaceutiche“, la sostanza Tiabendanzolo è di “proprietà” di un’industria chimica tedesca la quale è strettamente collegata alle mutinazionali Monsanto e Novartis e Hazera genetics.

L’agricoltura è strettamente legata al settore tecnologico, in Italia è presente la NAAN srl la quale è Leader nel settore dell’irrigazione, la NAAN ha sede a Milano in via Nicolodi 15/17.

AZIENDE & ISTITUZIONI PARTNER DELLA HAZERA GENETICS

I PARTNER SONO:

Ente Verona Fiere www.veronafiere.it

Provincia Regionale di Catania www.provincia.catania.it

Provincia Regionale di Siracusa

Coldiretti Catania

Comune di Scordia

Comune di Paternò

Cooperativa Rinascita Vittoria www.cooprinascita.it

Cooperativa Agricola Aurora Paterno’

Caseificio Pascolo d’Oro Modica www.mediterranei.it/pascolodoro

Euroservices, logistica per l’agricoltura bilogica: sedi di Verona e di Ispica www.gruppog.it

Consorzio Euroagrumi Biancavilla www.euroagrumi.it

Cois ’94 Sementi di Qualità www.cois94.it

Sicil Frutti

Pubblicità dell’Hazera Genetics

HAZERA Genetics è la più grande società sementiera israeliana e leader a livello mondiale nella produzione e commercializzazione di sementi ibride. Fondata più di 60 anni fa, ha conquistato oggi un mercato di rilievo, vendendo i propri prodotti in più di 50 Paesi.

Le ragioni di tale successo sono dovuti a diversi fattori:

Programmi di ricerca realizzati da qualificati breeder Hazera Genetics di concerto con le principali Università e Centri di ricerca israeliani;

Applicazione delle più avanzate tecnologie nell’ambito del miglioramento genetico delle specie vegetali;

Produzione propria degli ibridi costituiti e verifica presso stazioni sperimentali ubicate nel cuore del bacino del Mediterraneo, area caratterizzata da diverse condizioni pedologiche e climatiche;

Sofisticati sistemi di controllo delle sementi che, assicurando il massimo della qualità, garantiscono la piena soddisfazione dei clienti.


Riproduciamo qui di seguito un documento sul boicottaggio elaborato dal Comitato di Solidarietà con l’Intifada, che fornisce ulteriori elementi di documentazione sui prodotti israeliani in circolazione in Italia.

BOICOTTA ISRAELE – BOICOTTA L’APARTHEID

Campagna di boicottaggio dei prodotti israeliani

L’annientamento del popolo palestinese che sta portando avanti Israele, il cui premier Sharon verrà probabilmente processato in Belgio come criminale di guerra, è sotto gli occhi di tutti. La politica della chiusura e della divisione in cantoni di tutta la West Bank e Gaza, il proseguimento della colonizzazione, i bombardamenti sui civili e sulle strutture economiche e sociali palestinesi, gli omicidi politici dei militanti dell’Intifada, l’annessione unilaterale avvenuta da anni di Gerusalemme Est e del Golan, in palese violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non possono più passare sotto silenzio.

D’altra parte l’appoggio ad Israele da parte dei governi occidentali è totale: gli Stati Uniti sostengono apertamente la politica di Sharon che se non verrà fermata porterà scenari apocalittici per i palestinesi e per il resto del Medio oriente, mentre l’Unione Europea, nonostante tiepide dichiarazioni ufficiali, continua a trattare Israele come partner privilegiato, non mettendo MAI in discussione il suo appoggio politico, fatto anche di intense relazioni economiche e militari.

Quando ormai anche all’interno di Israele le voci di protesta si fanno più ampie e la politica di apartheid nei confronti dei cittadini arabi dello stato ebraico, emersa in occasione del vertice di Durban, è ora più visibile, il bisogno di azioni urgenti per fermare Israele è sempre più forte. Raccogliendo i numerosi appelli provenienti da numerosi comitati ed associazioni di Israele, Gran Bretagna, Stati Uniti, lanciamo una campagna di boicottaggio dei prodotti israeliani presenti nei nostri mercati la cui diffusione consiste prevalentemente in due marchi:

JAFFA e CARMEL

Le esportazioni dei prodotti ortofrutticoli israeliani, provenienti da Israele, dalle colonie nei territori occupati e dai coltivatori palestinesi, cui mancano altri canali di distribuzione, sono controllate e gestite da due società:

Il marchio JAFFA è usato dalla Citrus Marketing Board of Israel, un corpo amministrato centralmente per promuovere gli agrumi israeliani in tutto il mondo.

La CMBI è stata fondata nel 1940 per sviluppare, promuovere e regolare l’industria israeliana degli agrumi.

A seguito della privatizzazione dell’industria nel 1990, la Società è stata ristrutturata per assicurare che coltivatori ed esportatori possano andare incontro ai bisogni dei clienti in modo più efficiente.

Oggi la Società Dirige la strategia dell’industria israeliana degli agrumi.

Rappresenta i coltivatori e gli esportatori israeliani sia localmente che all’estero, per quanto riguarda i rapporti con organismi ufficiali ed internazionali.

Autorizza gli esportatori e supervisiona le loro attività nei vari mercati.

Organizza e attua strategie di mercato. Amministra i diritti internazionali di autorizzazione per il marchio esclusivo Jaffa, assicurando il suo alto standard di eccellenza.

Coordina e confeziona la pubblicità e la promozione globale degli agrumi Jaffa, per andare incontro ad ogni singola richiesta di mercato attraverso rappresentanti di marketing in tutto il mondo.

E’ la forza che guida le massicce coltivazioni piantate nel deserto israeliano del Negev e nelle valli interne. Dà inizio, finanzia e supervisiona le ricerche e lo sviluppo di programmi.

Il marchio CARMEL è usato dalla Agrexco, un’agenzia a controllo statale, per l’esportazione di tutti gli altri prodotti, in particolare avocados e fiori recisi.

I prodotti palestinesi, soprattutto quelli provenienti da Gaza e soprattutto nel caso dei fiori recisi, sono nella maggior parte dei casi esportati come merci israeliane, avendo un certificato d’origine israeliano imposto da Agrexco.

Agrexco trattiene più del 40% del ricavato della vendita come sua quota di marketing e anche se i coltivatori di Gaza legalmente potrebbero bypassare Agrexco per loro è molto difficile: i produttori devono pagare il trasporto in Israele, le ispezioni per la sicurezza israeliane e hanno grossi problemi di distribuzione per il mercato europeo.

(Dati del 1998 tratti dal Washington Report, naturalmente prima dell’inizio della seconda Intifada che ha ulteriormente aggravato la situazione). Commercio equo e solidale Le nostre conoscenze in proposito riguardano per ora solo un prodotto, il couscous di una cooperativa palestinese. A proposito di accordi commerciali… ricordiamo che l’art. 38 dell’Accordo ad interim UE-Israele, sul commercio e temi ad esso collegati, si applica al “territorio dello Stato di Israele” e non è contenuta nessuna altra ulteriore definizione. Israele ha annesso unilateralmente sia Gerusalemme Est che il Golan e così per la legge israeliana fanno parte dello Stato di Israele. Per le colonie in West Bank e Gaza, pur non formalmente annesse, la giurisdizione israeliana è applicata nella pratica.

Tutte le risoluzioni dell’ONU affermano che né le colonie in West Bank e Gaza, né Gerusalemme Est e Golan possono essere considerate parte dello Stato di Israele, quindi l’ambito territoriale di applicazione dell’accordo ad interim si intende limitato alle frontiere precedenti il 1967. Per comprendere a che livello questi accordi vengano violati, citiamo il caso di una ditta italiana, che ha addirittura ricevuto un attestato di benemerenza dalla Camera di commercio Italia-Israele.

La società Gitto Carmelo e Figli Srl è un costruttore della provincia di Messina, che ha vinto, con un socio locale, l’appalto per la costruzione della prima galleria stradale in Israele. Il tunnel, il primo del suo genere in Israele, è composto di due tratte di 500 e 390 metri., a tre corsie, posto sulla superstrada che unisce Gerusalemme a Hebron. Questo tratto stradale non si trova in Isreale ma nei Territori Occupati e fa parte del sistema delle by-pass roads, ad uso esclusivo dei coloni.

“Per favore, boicottate Israele”

Lettera di ebrei israeliani al Consiglio comunale di una cittadina americana del Michigan

Questa è la lettera, letta giovedì scorso dal Canale 2 della Tv di Israele e pubblicata venerdì dal Jerusalem Post, che un gruppo di “ebrei israeliani” ha mandato al Consiglio comunale della città di Ann-Arbor, nello stato americano del Michigan: “Abbiamo appreso di un’inziativa dei cittadini di Ann-Arbor perché il Consiglio comunale di Ann-Arbor lanci una campagna di disinvestimento dagli investimenti eventualmente fatti in compagnie o fondi che intrattengano rapporti con Israele. Noi appoggiamo con forza questa iniziativa. Tutti noi firmatari siamo ebrei israeliani. (…)

Ci sono molti ebrei israeliani come noi, attivisti per i diritti umani,fortemente impegnati in attività politiche dirette a persuadere il nostro governo a cessare immediatamente la sua occupazione militare sulla popolazione palestinese e della terra palestinese. Molti di noi ricordano l’efficacia della campagna di disinvestimento del Sudafrica. Grazie in particolare al movimento per il disinvestimento, la popolazione nera del Sudafrica non deve più fronteggiare i carri armati e la polizia nell’esercizio dei propri diritti politici elementari.

Vogliamo ringraziare il Consiglio comunale di Ann-Arbor per il coraggio mostrato nel porsi a fianco della popolazione nera del Sudafrica, sofferente e costretta al silenzio. Noi sappiamo che nell’86 voi approvaste una risoluzione per il totale disinvestimento contro l’apartheid. (…) Oggi molti attivisti israeliani per i diritti umani vi sarebbero molto grati se voi poteste rendere un analogo servizio umanitario alla popolazione palestinese. Come atto di semplice solidarietà. Oggi, la maggioranza dei tre milioni di palestinesi vive sotto la più brutale occupazione militare israeliana.

E’ per questo che noi speriamo che voi approverete la più forte risoluzione possibile perché Ann-Arbor si ritiri da ogni investimento, transazione o fondi di pensione che eventualmente abbia in compagnie o fondi che intrattengano affari con Israele. Noi speriamo che voi vi ricordiate quanto bene abbiate fatto per il Sudafrica, e che oggi facciate lo stesso per i milioni di palestinesi, che devono affrontare un analogo strangolamento razziale ed etnico, sotto il controllo di uno Stato estremamente potente e militarizzato.

La ‘democrazia israeliana’, di cui sentite molto parlare, non è assolutamente tale quando ha a che fare con questi tre milioni di palestinesi, che da generazioni vivono sotto l’occupazione militare israeliana. Il potere militare israeliano conta su armi nucleari, un’infinità di elicotteri e carri armati, e su miliardi di dollari elargiti ogni anno dal governo degli Stati uniti. Lo smisurato arsenale israeliano oggi è dispiegato contro una popolazione civile palestinese lasciata completamente sola, ogni persona sigillata nel suo villaggio dai tanks e dal filo spinato.

Lasciate che noi premiamo sul governo di Israele – più forte di tutti i suoi vicini messi insieme – perché liberi immediatamente la popolazione palestinese dalla più razzista dellle occupazioni militari.Noi non vogliamo che la popolazione palestinese rimanga ancora imbottigliata, alla mercé di una occupazione militare soffocante. (…)

E’ evidente che gli israeliani e palestinesi, che lavorano insieme contro questa occupazione militare violenta e e razzista, saranno incoraggiati nel sapere che voi ci avete dato ascolto nel vostro Consiglio comunale. Per favore, decidete di disinvestire dalle compagnie e fondi che fanno business in Israele”.

Seguono 21 firme, fra cui Rony Armon, di Tel Aviv; Rachel Giora, professoressa di linguisttica alla’università di Tel Aviv; Jacob Katriel, professore all’Istituto israeliano di Tecnologia; Hanna Knaz, del kibbuz Gan Shmuel; Anat Matar, associato di filosofia all’università di Tel Aviv; Allegra Pacheco, magistrato; Tanya Reinhart, professoressa di linguistica dell’università di Tel Aviv; Aharon Shabtai, poeta; Gideon Spiro, giornalista di Gerusalemme.

LA CAMPAGNA DI BOICOTTAGGIO CESSERA’ QUALORA LE AUTORITA’ ISRAELIANE PROCEDANO ALLA CESSAZIONE DELL’OCCUPAZIONE MILITARE DEI TERRITORI PALESTINESI E AL RITIRO DEGLI INSEDIAMENTI COLONIALI CONSENTENDO LA NASCITA DI UNO STATO PALESTINESE INDIPENDENTE E PIENAMENTE SOVRANO E LA POSSIBILITA’ AI PROFUGHI PALESTINESI DI TORNARE NEL LORO STATO

Il Forum Palestina

forumpalestina@libero.it

NOTE:

  1. “I costi dell’Intifada, Israele in ginocchio. Ma per i palestinesi è un disastro”. Speciale di Giorgio S. Frankel sul Sole 24 Ore del 28 gennaio 2002
  2. A settembre del 2000, il leader della destra Ariel Sharon, decide di andare a passeggiare sulla spianata delle Moschee a Gerusalemme. La reazione dei palestinesi alla provocazione innesca una serie di scontri che dilagano ben presto in tutta la Palestina dando vita alla seconda Intifada.
  3. Gran parte dei dati riportati in questo dossier sono reperibili sui siti della Camera di Commercio Italia-Israele, della Bank Leumi-le, di Ahavat Eretz Israel-Israeli Venture Capital, di Telecom Lab e del Sole 24 Ore e dai settimanali economici Affari e Finanza e CorrierEconomia.

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