Un’altra nave verso Gaza, si chiama “Rachel Corrie”

Hamas cavalca con lucidità lo sdegno del mondo e ruba la scena all’Anp

Il presidente palestinese Abbas, che ha definito «un massacro», il blitz israeliano che ha ucciso almeno dieci attivisti internazionali su una delle navi della “Freedom Flottilla”, ancora non ha detto una parola sulle ripercussioni che tutto ciò avrà sui colloqui di pace con gli israeliani. Un silenzio assordante, dettato probabilmente dalla necessità di trovare un accordo sulla questione con l’Amministrazione Obama. A parlare chiaro, dallo Yemen, dove ha incontrato il Presidente Abdallah Saleh (alleato regionale degli Usa nella lotta contro al-Qaeda), è stato invece il capo dell’Ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal, che ha tuonato contro la «deludente» riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, accusando gli Stati Uniti di essere i «responsabili dell’impunità dello Stato ebraico».

Ieri, giornata di lutto nazionale indetta dall’Anp per la strage in mare, almeno cinque palestinesi sono rimasti uccisi a Gaza. Tre sono morti nel corso di un attacco israeliano nella zona nord di Beith Lahya, area da cui miliziani palestinesi hanno lanciato due razzi verso Israele, senza provocare vittime. Gli altri due sono miliziani uccisi a sud di Gaza, secondo la versione israeliana infiltrati oltre confine. Altri morti che vanno ad aggiungersi alle vittime civili del blitz israeliano a bordo delle navi dirette a Gaza con aiuti umanitari e dirottate al porto israeliano di Ashdod. Mentre i natanti contro il blocco di Gaza restano bloccati dagli israeliani e i circa 700 attivisti che vi si trovavano a bordo ricevono in carcere le visite delle rispettive autorità consolari, un’altra nave battente bandiera irlandese, la Rachel Corrie, fa rotta verso il Territorio palestinese. Gli occhi di tutto il mondo saranno puntati su quel vascello che porta il nome della pacifista americana uccisa a Gaza nel 2003 a soli 23 anni. Come chi è salito su quelle navi, Rachel Corrie era spinta a fare la volontaria dal desiderio di mostrare solidarietà alla popolazione di Gaza. Il governo israeliano ha già annunciato fermerà di nuovo chi tenta di forzare il blocco. Nonostante tutto. Nonstante la crisi internazionale. Nonostante il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon abbia detto che se gli israeliani lo avessero ascoltato (togliendo l’embargo) non ci sarebbe stato alcun tragico incidente. Israele non sembra comprendere che gli uccisi accertati nel blitz, con in tasca il passaporto di un paese Nato, hanno cambiato la eco del grido che chiede la «fine del blocco di Gaza», che sta infiammando le piazze dei Territori palestinesi, di Israele, Europa e mondo arabo.

La fine dell’assedio a Gaza è stata invocata, ancora, dal premier “de facto” di Gaza, Hanyieh, che ha rifiutato l’ingresso a Gaza delle diecimila tonnellate di aiuti trasportati sulle navi ora sotto sequestro in Israele. Il carico resta fermo ai cancelli del valico con Israele di Kerem Shalom. Hamas ne condiziona l’accettazione al rilascio dei circa 700 attivisti fermati dal governo dello Stato ebraico. Cittadini europei, statunitensi, mediorientali, per un totale di 40 diverse nazionalità.

Se il governo israeliano, frastornato dal fiasco tattico-strategico del suo genio militare, sembra perdere in queste ore la bussola, Hamas sta cavalcando con lucidità l’onda dello sdegno e della rabbia alle stelle tra i palestinesi, come nel resto del mondo. E risulta molto più visibile dell’Anp. Meshaal, numero uno di Hamas, ha plaudito alla decisione egiziana di aprire la frontiera con Gaza, definendola «una vera risposta al crimine israeliano». Poi ha inviato ad Abbas un messaggio per una riconciliazione che passi per il congelamento «della commedia dei negoziati diretti e indiretti» con gli israeliani e per un «partenariato» nell’adozione di decisioni politiche sulle elezioni in Cisgiordania.

Il movimento islamico al potere a Gaza rappresenta una spina nel fianco per l’Anp, come per il Cairo, che certo non vuole vedere legittimata una derivazione dei fratelli musulmani sull’uscio di casa. E che invece ieri ha aperto il valico di Rahaf ai «fratelli palestinesi». L’Egitto è stato corresponsabile del blocco di Gaza, tenendo sigillata la frontiera. Di fronte alla piazza che invoca la fine delle chiusure e una crisi internazionale senza precedenti, Mubarak non poteva fare altrimenti. La crisi potrebbe inasprisi una volta accertato con precisione quello che è accaduto. I resoconti di chi è stato rilasciato dagli israeliani, firmando documenti scritti in ebraico, concordano: «A bordo delle navi non c’erano armi. Si è trattato di una brutale aggressione».

Francesca Marretta

02/06/2010

liberazione.it

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