Dopo la strage, la beffa Pacifisti rapiti e accusati

610 passeggeri della Freedom Flotilla detenuti da Israele per «ingresso illegale»

Anubi D’Avossa Lussurgiu
Mairead Corrigan Maguire, nordirlandese, classe 1944, premio Nobel per la Pace nel 1976 in grazie del suo impegno per la soluzione del conflitto nell’Ulster. Denis Halliday, irlandese, ex assistente del segretario generale dell’Onu e coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in Iraq negli anni 1997-1998. Mahathir bin Mohamad, malese, classe 1925, dal 1981 al 2003 primo ministro del suo Paese, a capo della Perdana Leadership Foundation. Insieme alla regista Fiona Thompson e alla coppia di pacifisti Jenny e Derek Graham, sono alcuni degli imbarcati, appunto cinque irlandesi e sei malesi, sulla MV Rachel Corrie, la prima delle due navi che a ieri sera erano sulla rotta da Cipro alle coste di Gaza, dopo il massacro della notte del Lunedì Nero della Freedom Flotilla for Gaza perpetrato dalle forze armate d’Israele.
La nave è dedicata nel nome alla pacifista statunitense uccisa a 23 anni il 16 marzo 2003 da un bulldozer militare israeliano, mentre tentava di opporsi alla demolizione di case palestinesi a Rafah, durante l’Intifada di Al Aqsa. Rachel era là con l’International Solidarity Movement, cui fanno riferimento anche alcuni tra le attivise e gli attivisti irlandesi, veterani, imbarcati sul battello che rinnova la sfida della Flotilla, dopo la strage. E’ il segno tangibile, ad altissimo rischio, che l’impresa politica di aprire dal basso un canale di agibilità degli aiuti alla popolazione della Striscia di Gaza sotto assedio ed embargo non si ferma neanche davanti al terrore.
Rischio alto, ma certo a questi passeggeri della Rachel Corrie difficilmente potrà addirsi l’etichetta di «infiltrati da terroristi» con la quale le autorità d’Israele, militari e politiche, cercano di giustificare l’eccidio di lunedì sulla Mavi Marmaris, commesso a 130 chilometri dalle coste di Gaza, in piene acque internazionali. Sta di fatto lunedì che l’intero primo scaglione, il più corposo, della Freedom Flotilla, oltre che sottoposto al fuoco omicida delle armi è stato sequestrato e rapito dalle forze armate d’Israele e dal suo governo.
Ieri, finalmente, il personale diplomatico delle ambasciate e dei consolati di competenza è riuscito a visitare gli attivisti e gli equipaggi rinchiusi, dopo essere stati detenuti nel porto di Ashdod, nel supercarcere di Bersheeva. Solo alcuni, in verità. Ma, dopo le informazioni ottenute con il contagocce dai colloqui con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri italiano Gianni Letta, ieri sulla base di queste visite la Freedom Flotilla Italia è riuscita a farsi fornire dall’unità di crisi della Farnesina un quadro più chiaro e veritiero – rispetto alle fonti ufficiali israeliane, che non consentono tuttora di conoscere nemmeno l’esatto numero e l’esatta distribuzione di nazionalità delle vittime della strage.
Dunque a Bersheeva si ritrovano detenute 610 delle persone che erano a bordo delle sei navi della Flotilla assaltate lunedì notte. Quasi tutte, a parte i 45 feriti – delle cui condizioni non si riescono ad avere ulteriori particolari a parte il «fuori pericolo di vita» – ricoverati in ospedali militari israeliani: e a parte i 48 – soprattutto turchi, i più traumatizzati perché i più presi di mira dall’assalto – che hanno accettato il rimpatrio immediato, col pegno del riconoscimento formale di «responsabilità» d’un proprio «ingresso illegale nel Paese». Che è il capo d’imputazione pendente sui 610 sequestrati a Bersheeva. «Ridicolo», come dice la Freedom Flotilla Italia, visto che sono stati «rapiti a 75 miglia dalla costa e portati a via a forza, contro la propria volontà, in territorio israeliano delle forze armate dello Stato di Israele»; anzi, «un oltraggio all’intelligenza di chiunque e uno sfregio al diritto internazionale». Ulteriore. Ma come la Farnesina stessa è stata costretta ad informare, per il governo d’Israele «chi non firma la dichiarazione di responsabilità verrà processato».
Fra di loro ci sono i reporter Angela Lano e Manolo Luppichini (dei quali anche la Fnsi ha chiesto ieri il rilascio), il videomaker Manuel Zani e gli attivisti Joe Fallisi, tenore anarchico, e Marcello Faracci. Li ha visitati ieri la console italiana Gloria Belleli, riportandone la notizia di «tranquillità sulle condizioni». Tranne il particolare, riferito dalla viceministra degli Esteri Stefania Craxi, che Angela Lano sarebbe «più provata». Questo, mentre il marito Fernando Lattarulo, brasiliano con cittadinanza italiana e come lei e i due figli residente a Torino, denuncia l’impossibilità di avere contatti con la moglie: diversamente dalla giovane regista brasiliana Iara Lee, per la quale l’unità di crisi del suo Paese ha ottenuto i contatti dei familiari e che è riuscita anche a rilasciare all’importante quotidiano Folha de Sao Paulo una durissima intervista, con la testimonianza che gli assaltatori israeliani della Mavi Marmarsi ««hanno cominciato ad attaccare in maniera indiscriminata», «hanno detto che eravamo terroristi» e «cominciato a sparare alla gente», e che «i loro colpi sono stati mirati», «hanno sparato alla testa dei passeggeri». Testimonianza coincidente con quella delle deputate e deputati della tedesca Die Linke rientrati ieri a Berlino.
Per tutto questo, per la verità e per la libertà immediata di tutte e tutti – richiesta persino dalla Nato, ieri – venerdì sarà giornata i mobilitazione nazionale in tutt’Italia, a Roma con un corteo da piazza della Repubblica a piazza del Popolo, dalle 17, indetto dalla Rete romana di solidarietà: che già ieri, con le antirazziste e gli antirazzisti della capitale, ha “assediato” l’ambasciata d’Israele in via Aldovrandi.

02/06/2010

liberazione.it

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