Dopo la strage, la beffa Pacifisti rapiti e accusati

giugno 2, 2010
610 passeggeri della Freedom Flotilla detenuti da Israele per «ingresso illegale»

Anubi D’Avossa Lussurgiu
Mairead Corrigan Maguire, nordirlandese, classe 1944, premio Nobel per la Pace nel 1976 in grazie del suo impegno per la soluzione del conflitto nell’Ulster. Denis Halliday, irlandese, ex assistente del segretario generale dell’Onu e coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in Iraq negli anni 1997-1998. Mahathir bin Mohamad, malese, classe 1925, dal 1981 al 2003 primo ministro del suo Paese, a capo della Perdana Leadership Foundation. Insieme alla regista Fiona Thompson e alla coppia di pacifisti Jenny e Derek Graham, sono alcuni degli imbarcati, appunto cinque irlandesi e sei malesi, sulla MV Rachel Corrie, la prima delle due navi che a ieri sera erano sulla rotta da Cipro alle coste di Gaza, dopo il massacro della notte del Lunedì Nero della Freedom Flotilla for Gaza perpetrato dalle forze armate d’Israele.
La nave è dedicata nel nome alla pacifista statunitense uccisa a 23 anni il 16 marzo 2003 da un bulldozer militare israeliano, mentre tentava di opporsi alla demolizione di case palestinesi a Rafah, durante l’Intifada di Al Aqsa. Rachel era là con l’International Solidarity Movement, cui fanno riferimento anche alcuni tra le attivise e gli attivisti irlandesi, veterani, imbarcati sul battello che rinnova la sfida della Flotilla, dopo la strage. E’ il segno tangibile, ad altissimo rischio, che l’impresa politica di aprire dal basso un canale di agibilità degli aiuti alla popolazione della Striscia di Gaza sotto assedio ed embargo non si ferma neanche davanti al terrore.
Rischio alto, ma certo a questi passeggeri della Rachel Corrie difficilmente potrà addirsi l’etichetta di «infiltrati da terroristi» con la quale le autorità d’Israele, militari e politiche, cercano di giustificare l’eccidio di lunedì sulla Mavi Marmaris, commesso a 130 chilometri dalle coste di Gaza, in piene acque internazionali. Sta di fatto lunedì che l’intero primo scaglione, il più corposo, della Freedom Flotilla, oltre che sottoposto al fuoco omicida delle armi è stato sequestrato e rapito dalle forze armate d’Israele e dal suo governo.
Ieri, finalmente, il personale diplomatico delle ambasciate e dei consolati di competenza è riuscito a visitare gli attivisti e gli equipaggi rinchiusi, dopo essere stati detenuti nel porto di Ashdod, nel supercarcere di Bersheeva. Solo alcuni, in verità. Ma, dopo le informazioni ottenute con il contagocce dai colloqui con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri italiano Gianni Letta, ieri sulla base di queste visite la Freedom Flotilla Italia è riuscita a farsi fornire dall’unità di crisi della Farnesina un quadro più chiaro e veritiero – rispetto alle fonti ufficiali israeliane, che non consentono tuttora di conoscere nemmeno l’esatto numero e l’esatta distribuzione di nazionalità delle vittime della strage.
Dunque a Bersheeva si ritrovano detenute 610 delle persone che erano a bordo delle sei navi della Flotilla assaltate lunedì notte. Quasi tutte, a parte i 45 feriti – delle cui condizioni non si riescono ad avere ulteriori particolari a parte il «fuori pericolo di vita» – ricoverati in ospedali militari israeliani: e a parte i 48 – soprattutto turchi, i più traumatizzati perché i più presi di mira dall’assalto – che hanno accettato il rimpatrio immediato, col pegno del riconoscimento formale di «responsabilità» d’un proprio «ingresso illegale nel Paese». Che è il capo d’imputazione pendente sui 610 sequestrati a Bersheeva. «Ridicolo», come dice la Freedom Flotilla Italia, visto che sono stati «rapiti a 75 miglia dalla costa e portati a via a forza, contro la propria volontà, in territorio israeliano delle forze armate dello Stato di Israele»; anzi, «un oltraggio all’intelligenza di chiunque e uno sfregio al diritto internazionale». Ulteriore. Ma come la Farnesina stessa è stata costretta ad informare, per il governo d’Israele «chi non firma la dichiarazione di responsabilità verrà processato».
Fra di loro ci sono i reporter Angela Lano e Manolo Luppichini (dei quali anche la Fnsi ha chiesto ieri il rilascio), il videomaker Manuel Zani e gli attivisti Joe Fallisi, tenore anarchico, e Marcello Faracci. Li ha visitati ieri la console italiana Gloria Belleli, riportandone la notizia di «tranquillità sulle condizioni». Tranne il particolare, riferito dalla viceministra degli Esteri Stefania Craxi, che Angela Lano sarebbe «più provata». Questo, mentre il marito Fernando Lattarulo, brasiliano con cittadinanza italiana e come lei e i due figli residente a Torino, denuncia l’impossibilità di avere contatti con la moglie: diversamente dalla giovane regista brasiliana Iara Lee, per la quale l’unità di crisi del suo Paese ha ottenuto i contatti dei familiari e che è riuscita anche a rilasciare all’importante quotidiano Folha de Sao Paulo una durissima intervista, con la testimonianza che gli assaltatori israeliani della Mavi Marmarsi ««hanno cominciato ad attaccare in maniera indiscriminata», «hanno detto che eravamo terroristi» e «cominciato a sparare alla gente», e che «i loro colpi sono stati mirati», «hanno sparato alla testa dei passeggeri». Testimonianza coincidente con quella delle deputate e deputati della tedesca Die Linke rientrati ieri a Berlino.
Per tutto questo, per la verità e per la libertà immediata di tutte e tutti – richiesta persino dalla Nato, ieri – venerdì sarà giornata i mobilitazione nazionale in tutt’Italia, a Roma con un corteo da piazza della Repubblica a piazza del Popolo, dalle 17, indetto dalla Rete romana di solidarietà: che già ieri, con le antirazziste e gli antirazzisti della capitale, ha “assediato” l’ambasciata d’Israele in via Aldovrandi.

02/06/2010

liberazione.it

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Un’altra nave verso Gaza, si chiama “Rachel Corrie”

giugno 2, 2010

Hamas cavalca con lucidità lo sdegno del mondo e ruba la scena all’Anp

Il presidente palestinese Abbas, che ha definito «un massacro», il blitz israeliano che ha ucciso almeno dieci attivisti internazionali su una delle navi della “Freedom Flottilla”, ancora non ha detto una parola sulle ripercussioni che tutto ciò avrà sui colloqui di pace con gli israeliani. Un silenzio assordante, dettato probabilmente dalla necessità di trovare un accordo sulla questione con l’Amministrazione Obama. A parlare chiaro, dallo Yemen, dove ha incontrato il Presidente Abdallah Saleh (alleato regionale degli Usa nella lotta contro al-Qaeda), è stato invece il capo dell’Ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal, che ha tuonato contro la «deludente» riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, accusando gli Stati Uniti di essere i «responsabili dell’impunità dello Stato ebraico».

Ieri, giornata di lutto nazionale indetta dall’Anp per la strage in mare, almeno cinque palestinesi sono rimasti uccisi a Gaza. Tre sono morti nel corso di un attacco israeliano nella zona nord di Beith Lahya, area da cui miliziani palestinesi hanno lanciato due razzi verso Israele, senza provocare vittime. Gli altri due sono miliziani uccisi a sud di Gaza, secondo la versione israeliana infiltrati oltre confine. Altri morti che vanno ad aggiungersi alle vittime civili del blitz israeliano a bordo delle navi dirette a Gaza con aiuti umanitari e dirottate al porto israeliano di Ashdod. Mentre i natanti contro il blocco di Gaza restano bloccati dagli israeliani e i circa 700 attivisti che vi si trovavano a bordo ricevono in carcere le visite delle rispettive autorità consolari, un’altra nave battente bandiera irlandese, la Rachel Corrie, fa rotta verso il Territorio palestinese. Gli occhi di tutto il mondo saranno puntati su quel vascello che porta il nome della pacifista americana uccisa a Gaza nel 2003 a soli 23 anni. Come chi è salito su quelle navi, Rachel Corrie era spinta a fare la volontaria dal desiderio di mostrare solidarietà alla popolazione di Gaza. Il governo israeliano ha già annunciato fermerà di nuovo chi tenta di forzare il blocco. Nonostante tutto. Nonstante la crisi internazionale. Nonostante il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon abbia detto che se gli israeliani lo avessero ascoltato (togliendo l’embargo) non ci sarebbe stato alcun tragico incidente. Israele non sembra comprendere che gli uccisi accertati nel blitz, con in tasca il passaporto di un paese Nato, hanno cambiato la eco del grido che chiede la «fine del blocco di Gaza», che sta infiammando le piazze dei Territori palestinesi, di Israele, Europa e mondo arabo.

La fine dell’assedio a Gaza è stata invocata, ancora, dal premier “de facto” di Gaza, Hanyieh, che ha rifiutato l’ingresso a Gaza delle diecimila tonnellate di aiuti trasportati sulle navi ora sotto sequestro in Israele. Il carico resta fermo ai cancelli del valico con Israele di Kerem Shalom. Hamas ne condiziona l’accettazione al rilascio dei circa 700 attivisti fermati dal governo dello Stato ebraico. Cittadini europei, statunitensi, mediorientali, per un totale di 40 diverse nazionalità.

Se il governo israeliano, frastornato dal fiasco tattico-strategico del suo genio militare, sembra perdere in queste ore la bussola, Hamas sta cavalcando con lucidità l’onda dello sdegno e della rabbia alle stelle tra i palestinesi, come nel resto del mondo. E risulta molto più visibile dell’Anp. Meshaal, numero uno di Hamas, ha plaudito alla decisione egiziana di aprire la frontiera con Gaza, definendola «una vera risposta al crimine israeliano». Poi ha inviato ad Abbas un messaggio per una riconciliazione che passi per il congelamento «della commedia dei negoziati diretti e indiretti» con gli israeliani e per un «partenariato» nell’adozione di decisioni politiche sulle elezioni in Cisgiordania.

Il movimento islamico al potere a Gaza rappresenta una spina nel fianco per l’Anp, come per il Cairo, che certo non vuole vedere legittimata una derivazione dei fratelli musulmani sull’uscio di casa. E che invece ieri ha aperto il valico di Rahaf ai «fratelli palestinesi». L’Egitto è stato corresponsabile del blocco di Gaza, tenendo sigillata la frontiera. Di fronte alla piazza che invoca la fine delle chiusure e una crisi internazionale senza precedenti, Mubarak non poteva fare altrimenti. La crisi potrebbe inasprisi una volta accertato con precisione quello che è accaduto. I resoconti di chi è stato rilasciato dagli israeliani, firmando documenti scritti in ebraico, concordano: «A bordo delle navi non c’erano armi. Si è trattato di una brutale aggressione».

Francesca Marretta

02/06/2010

liberazione.it