Anat Kamm, chi era costei?

La storia di cui in Israele tutti parlano. Ma di cui è proibito parlare

“Se avesse denunciato un caso di corruzione al ministero dell’Agricoltura, l’avremmo tutti applaudita”, ha scritto Gideon Levy. Sfortunatamente, Anat Kamm ha denunciato i crimini compiuti dall’esercito israeliano nei Territori. Ed è finita agli arresti domiciliari. Rischia l’ergastolo per possesso e trasmissione di documenti suscettibili di minare la sicurezza nazionale. Di Uri Blau invece, il giornalista di Ha’aretz che da quei documenti ha sgomitolato le sue inchieste, si sa solo che è nascosto a Londra, atteso a Tel Aviv da un interrogatorio che lo Shin Bet ha promesso di condurre “senza guanti”.

Un bavaglio al bavaglio. A scoprire la storia è stato un blogger di Seattle, Richard Silverstein, che a metà dicembre ha riportato la notizia dell’arresto di una giovane giornalista di Walla!, un portale israeliano di società e cultura, con l’accusa di avere illecitamente raccolto e divulgato informazioni potenzialmente pericolose per la sicurezza nazionale. Durante i due anni del suo servizio di leva, trascorsi nell’ufficio del Comando Centrale della Cisgiordania, Anat Kamm, oggi 23enne studentessa di filosofia, avrebbe copiato su un cd centinaia di documenti classificati come riservati. Per poi consegnarli a Uri Blau. Ad attirare l’attenzione dello Shin Bet, infatti, è stato un articolo di Ha’aretz a sua firma, nel novembre del 2008, in cui si racconta dell’assassinio di un militante del Jihad Islamico eseguito vicino Jenin su ordine del generale Yair Naveh, comandante in capo dell’esercito nella Cisgiordania. L’articolo ricostruisce nei dettagli la pianificazione dell’assassinio, in contrasto con una recente pronuncia della Corte Suprema, secondo cui l’esecuzione di un ricercato è illegale quando è possibile il suo arresto. Anat Kamm, all’epoca, era la segretaria di Yair Naveh. Pubblicata a metà marzo, da internet la notizia è rapidamente rimbalzata sui media internazionali. Non sui media israeliani, però. In contemporanea all’arresto, infatti, il tribunale ha emesso un gag order, vietando ai giornalisti di occuparsi del caso: una specie di bavaglio alla stampa sul bavaglio a Kamm, la cui violazione è punibile anche con il carcere. “Ma che paese è, un paese in cui un giornalista, semplicemente, scompare, e gli altri giornalisti non possono parlarne?”, si è chiesto Richard Silverstein. “La Cina? Cuba? O forse l’Iran”.

Reazioni e deviazioni. “Quando ho copiato quei documenti”, ha spiegato Anat Kamm, “ho pensato solo che il tribunale della storia assolve chi denuncia crimini di guerra”. Tuttavia, in questi giorni non solo il conservatore Jerusalem Post, ma anche Yediot Ahronot, il più diffuso quotidiano di Israele, trabocca di editoriali e lettere che bollano Anat Kamm come una traditrice – o più semplicemente, una ragazza con problemi psichici a cui non avrebbe mai dovuto essere assegnato un ruolo così delicato. Per altri, al contrario, Anat Kamm è un’israeliana esemplare. “Con l’Intifada”, sostiene Akiva Eldar, “abbiamo capito che non esiste una cosa chiamata ‘occupazione illuminata’. Non è possibile dominare un altro popolo per quarantatrè anni senza crudeltà e ferocia. Per gestire un’occupazione, bisogna allevare soldati e funzionari obbedienti – collaboratori. In questo preciso istante, centinaia di segretarie siedono alle loro scrivanie senza avere il coraggio di telefonare a un giornalista, e denunciare ministri e comandanti che minano il nostro futuro”. Spesso, infatti, l’etichetta ‘confidenziale’ indica documenti la cui diffusione è ritenuta inopportuna, ma non necessariamente capace di compromettere la sicurezza nazionale – e “la differenza tra il giornalista che lavora su documenti riservati e quello che si guadagna lo stipendio pubblicando i comunicati stampa del governo è la differenza tra uno stato democratico e un regime autoritario”, conclude Akiva Eldar. Anche se alla fine, l’ampio dibattito in corso su Anat Kamm e Uri Blau, e i diritti e i doveri del buon giornalista e del buon soldato e del buon cittadino, è in fondo un successo per lo Shin Bet, che ha così deviato l’attenzione dalla vera notizia: i crimini compiuti contro i palestinesi. “Mirate a Yair Naveh, non ad Anat Kamm”, ha titolato Gideon Levy. “Non si cerca di proteggere segreti di stato, qui, ma di insabbiare reati. Il Comando Centrale, nel cui ufficio sono stati pianificati degli assassinii, dovrebbe essere sul banco degli imputati. E invece fa da pubblico ministero”. Per questo, quando Uri Blau ha definito la sua battaglia “una battaglia per l’immagine di Israele, non per la mia libertà”, è arrivata a stretto giro la precisazione di Jonathan Cook: “La preoccupazione per l’immagine lasciamola ai Netanyahu e allo Shin Bet. Questa è una battaglia per l’anima di Israele”.

Un bersaglio non proprio casuale. In realtà, in Israele non è certo raro che ufficiali dell’esercito, agenti segreti e uomini politici passino documenti riservati a giornalisti. Incluso Uri Blau. Ma l’ultima volta la sanzione, per il soldato, si era limitata a trenta giorni di consegna in caserma. Il problema, nota Yuval Elbashan, è che Uri Blau non è uno qualsiasi. Sono infatti sue le inchieste che un anno fa, sulla base di archivi segreti del governo, hanno rivelato che due terzi degli insediamenti sono stati costruiti non su terra statale, ma su proprietà palestinese – in violazione cioè non solo del diritto internazionale, ma anche della legge israeliana. Sue, ancora, le inchieste sulla società di consulenza di Ehud Barak, oggi intestata alle figlie per evitare conflitti di interessi, e che ha ricevuto circa due milioni di dollari da una imprecisata fonte estera mentre risultava inattiva. E sue, infine, le anticipazioni su un imminente attacco a Gaza – una settimana prima dell’Operazione Piombo Fuso: una notizia che Ha’aretz ha scelto di non pubblicare. Un giornalista, dunque, nelle parole di Yuval Elbashan, “molto diverso dagli altri, che si auto-nominano portavoce dell’establishment, come se ancora fossero in servizio di leva. Non è mai stato tra quelli che leggono i comunicati dell’esercito. E invece larga parte dei suoi colleghi riceve un messaggio, telefona a un paio di ufficiali, generalmente gli stessi che hanno inviato il messaggio, per verificarne l’accuratezza, e corre a dettare il pezzo. La loro routine di corrispondenti militari, inoltre, include visite organizzare alle nostre truppe, con tanto di giubbotti dell’esercito. Da quello che descrivono come ‘il campo’, rendono noto a pappagallo quello che l’establishment desidera rendere noto. In questo senso, la storia di Anat Kamm è un segnale di allarme. Ma non per quello che Uri Blau ha scritto. Per quello che gli altri giornalisti non hanno scritto”.

Tempi difficili. Ha’aretz ha difeso il suo giornalista ricordando che l’Ufficio della Censura Militare aveva approvato l’articolo. In Israele, infatti, in virtù di una norma che risale al Mandato Britannico, ogni notizia viene preventivamente controllata, per accertare che non contenga informazioni riservate o pericolose per la sicurezza nazionale. I cronisti israeliani, in realtà, minimizzano il ruolo della censura. La stessa Amira Hass, che è da Ramallah tra i più autorevoli e puntuali critici dell’occupazione, e definisce la sua professione come “il costante monitoraggio dei centri di potere”, giudica irrilevanti le restrizioni imposte al suo lavoro. Ma una simile pratica non può non lasciare perplessi gli osservatori internazionali. Recentemente, per esempio, i media israeliani sono stati autorizzati a riportare la notizia dell’assassinio a Dubai di Mahmoud al-Mabhouh, di Hamas, ma non il coinvolgimento del Mossad nell’operazione. Anche se secondo Judith Miller, premio Pulitzer statunitense che ha pagato con il carcere la sua inchiesta sull’inesistenza delle armi irachene di distruzione di massa, il vero problema israeliano è l’auto-censura: generata di istinto da un sistema scolastico e universitario impregnato dei valori sionisti, a volte ai limiti dell’indottrinamento, e effetto inevitabile della completa continuità e osmosi tra esercito e società. Quale che sia l’effettiva solidità della libertà di stampa in Israele, al momento il dato certo è che nell’ultimo rapporto di Reporters Sans Frontieres, l’unica democrazia del Medio Oriente è precipitata dalla 47ma alla 93ma posizione – dietro Kuwait, Libano, ed Emirati Arabi. Senza dubbio, nella valutazione negativa ha inciso la scelta, senza precedenti, di sigillare Gaza ai giornalisti, israeliani e internazionali, costretti a raccontare la guerra con il binocolo dalle colline al confine. Ma la misteriosa incursione notturna nell’appartamento di Uri Blau, con carte e computer spariti, probabilmente non aiuterà Israele a migliorare la classifica.

Francesca Borri
per http://it.peacereporter.net

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