Il fallimento della sinistra israeliana

La ricetta per una sinistra d’occupazione

La Knesset, il parleamento israeliano

Diremmo che in Israele parlare di schieramenti politici è come guidare una macchina in Inghilterra: ci si ritrova spiazzati e, a volte, un po’ nauseati. La sinistra israeliana, sionista e a volte religiosa, è infatti ben lontana dai corrispettivi movimenti europei.
Qualche esempio?

Il Partito Laburista rappresenta la storia di Israele: al potere dall’inizio degli anni ’30 ha creato il paese così come lo conosciamo ora. Ha come leader Ehud Barak, colui che a Camp David portò avanti il principio di “terra in cambio di pace” (senza rispettarlo) e che poi disse «I palestinesi sono come coccodrilli, più carne gli dai e più ne vogliono». Fu ministro della difesa durante l’atroce massacro denominato a ragion veduta “Piombo Fuso” che causò 1400 vittime civili di cui buona parte bambini. «Il dibattito portato avanti dai governi laburisti dal 1967 al 1977, e poi negli anni ’90, non ha mai preso in considerazione la revisione del vecchio principio della conquista del suolo, né ha sentito la necessità di costruire finalmente l’avvenire del paese non più sui diritti storici degli ebrei alla terra di Israele, ma piuttosto sul diritto naturale di tutti i popoli ad essere padroni del proprio destino. Il dibattito si è sempre concentrato – e si concentra ancora – sul modo migliore di sfruttare la situazione derivante dalla debolezza araba.» scrive Zeev Sternehell su Le Monde Diplomatique.

Meretz fra i partiti sionisti è quello che si colloca più a sinistra(si fa per dire). Infatti ha solo 3 deputati nell’attuale Knesset, il Parlamento Israeliano. E’ il partito in cui è confluito il cosiddetto “movimento degli scrittori” fra le cui fila militano le voci liberal tanto amate dall’intellettualismo progressista di casa nostra: Amos Oz e Abrham Yehoshua. Doveva essere il partito delle aspirazioni socialdemocratiche e pacifiste d’Israele invece i due romanzieri hanno preferito versare il proprio inchiostro per difendere la “guerra giusta di Gaza” e conseguentemente, come giustamente ha scritto Michele Giorgio nelle colonne de il Manifesto, “l’elettorato di fede laburista ha preferito il comandante in capo Barak ai due scrittori con l’elmetto”.

Caso curioso è poi il Kadima, un partito dalle aspirazioni centriste ma nato dalla secessione del Generalissimo Sharon dal Likud nel 2005 nel tentativo di legittimare agli occhi dell’occidente la propria strategia di ingabbiamento e isolamento dei territori palestinesi facendola poi passare per “processo di pace”. Non è allora un caso che il disegno di Sharon sia stato portato a compimento dalla sua erede alla guida del partito, Tzipi Livni, ministro della difesa durante l’operazione “Piombo Fuso”, il massacro della popolazione palestinese della striscia di Gaza reso possibile dall’aver trasformato la stessa Striscia in una prigione a cielo aperto per soli arabi dopo che Sharon fece evacuare, a partire dal 2004, i coloni israeliani.
Ci si chiede, certo, come la Livni possa esser stato ministro in un governo guidato dal Labour Party. Se però consideriamo che il premio nobel per la pace (!) Shimon Peres, grande protagonista di tutta la storia meno felice di Israele, dalla guerra dei sei giorni nel 1967 a Sabra e Chatila, dalla guerra contro il Libano a Piombo Fuso, milita attualmente in Kadima, dopo un lunghissimo passato nel Partito Laburista, allora la situazione appare più definita : Kadima è un partito orientato a formare alleanze a sinistra e centro-sinistra compromettendo ancor di più i brandelli della sinistra sionista israeliana che si è riconosciuta per anni nel partito laburista.

I partiti di sinistra, nella concezione a noi più vicina, e non-sionisti sono delle meteore dall’elettorato fedele ma non determinante, generalmente formato da arabi israeliani. Nella Knesset attuale United Arab List e Hadash (il partito comunista israeliano) hanno 4 deputati ciascuno, Balad 3. Chiedono tutti la parità di diritti fra israeliani ebrei e musulmani, il ritiro dai territori occupati e il diritto al ritorno.

Il fallimento della sinistra israeliana nelle recenti elezioni politiche della Knesset del 2009 ha avuto come conseguenza un doppio spostamento a destra dell’elettorato. Gli elettori laburisti, a cui si offriva l’ambigua politica di Barak, hanno preferito i muscoli di Kadima della Livni. E gli elettori di Kadima, cui si offriva l’impiego della forza e il richiamo alla storia, piuttosto che optare per questa brutta copia di destra, hanno preferito votare quella originale, ultranazonalista, dell’asse Lieberman ( Yisrael Beiteinu) e Netanyahu (Likud).
E’ stata una campagna elettorale da tutti condotta sulle ricette securitarie d’immunità per Israele dai palestinesi. Non importa con quali costi. L’importante è rendersi immuni. Nessuna apertura al dialogo, nessuna concessione ai diritti del vicino, nessuna discussione sulle colonie illegali e soprattutto, ed è ciò che più sconcerta, nessun riesame sulla mattanza di Gaza, forse condotta proprio in funzione elettorale.
Gideon Levy, giornalista israeliano, scrive sul quotidiano Haaretz: «La sinistra israeliana è morta.[…] Non vi era ragione perché le cose andassero altrimenti. Dopo lunghi anni in cui quasi nessuna protesta è giunta da parte della sinistra, e la piazza, la stessa piazza che insorse dopo Sabra e Chatila, è rimasta silenziosa, questa assenza di protesta si è riflessa ugualmente dentro le urne. Il Libano, Gaza, i bambini uccisi, le bombe a grappolo, il fosforo bianco e tutte le atrocità dell’occupazione – niente di tutto questo ha portato nelle piazze la sinistra codarda e indifferente. Sebbene le idee della sinistra abbiano fatto breccia nel centro ed a volte perfino nella destra, tutti, dall’ex primo ministro Ariel Sharon al primo ministro attuale Ehud Olmert, hanno usato un linguaggio che una volta era considerato radicale. Tuttavia, la voce era quella della sinistra, mentre le mani erano quelle della destra.
Chiunque voglia una sinistra che abbia un significato deve prima mettere in soffitta il sionismo. Fino a quando non sorgerà dalla base un movimento che ridefinisca coraggiosamente il sionismo, non vi sarà alcuna sinistra forte.»

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