QUANTI CORVI SULL’EMBARGO INFINITO DI GAZA

Un assedio REDDITIZIO

di Luisa Morgantini
(
Vicepresidente del Parlamento europeo)
Chi decide e a chi profitta l’embargo israeliano a Gaza? Un articolo pubblicato dal Magazine di «Haaretz» tira in ballo le autorità di Tel Aviv, il ministero della Difesa, quello dell’Agricoltura, ma anche lobby di agricoltori, allevatori e personaggi dei servizi segreti.
Quando si vedono con i propri occhi gli effetti devastanti dell’embargo israeliano a Gaza, non si può che rimanere sconvolti e pensare che un milione e mezzo di residenti della Striscia sono trattati come animali, se non peggio. Lo ha dichiarato Jimmy Carter dopo essersi recato nella Striscia dove ha incontrato il governo di fatto di Hamas. E l’ho sentito anch’io che sono stata più volte con varie delegazioni di parlamentari europei a Gaza, prima, dopo e durante l’offensiva israeliana «Piombo fuso» che ha spazzato via oltre 1.400 vite umane e deliberatamente distrutto intere aree produttive industriali e agricole della Striscia creando un deserto contaminato, in cui la ricostruzione, malgrado la creatività e l’operosità della popolazione palestinese, non si avvia proprio per il blocco illegale di Israele che impedisce il transito di prodotti vari, dall’acciaio al cemento, così come di giocattoli o matite colorate.
Più volte abbiamo denunciato l’assedio di Gaza e i suoi effetti: le morti di ammalati palestinesi, oltre 400, a causa del mancato permesso d’uscita dalla Striscia per farsi curare negli ospedali più forniti all’estero, così come la discriminazione di oltre 5000 Palestinesi di Gaza invalidi del lavoro, che a causa del blocco di tutte le transazioni finanziarie con la Striscia non ricevono più la loro assicurazione né la pensione nonostante le tasse pagate in Israele, come i lavoratori israeliani.
Ma chi decide, e chi guadagna dall’embargo israeliano?
Cerca di ricostruirlo un articolo pubblicato dal Magazine di Haaretz («Gaza bonanza», di Yotam Feldman e Uri Blau,Haaretz, Friday Magazine, 12 giugno 2009). «Gaza Bonanza», la prosperità di Gaza, tira in ballo le autorità israeliane, il ministero della Difesa, quello dell’Agricoltura, ma anche lobby di agricoltori, allevatori israeliani e personaggi dei servizi segreti. Ogni settimana, circa 10 ufficiali dell’unità Coordinamento per le attività del governo nei Territori delle forze di difesa israeliane (Cogat) si incontrano al ministero della Difesa a Tel Aviv per decidere quali prodotti alimentari compariranno sulle tavole dei residenti della Striscia. Decidono che cachi, banane e mele sono prodotti vitali per la sussistenza di base e perciò ammessi ad entrare a Gaza, mentre albicocche, susine, uva e avocado sono prodotti di lusso, così come cioccolato o giocattoli per bambini, e non possono entrare.
L’anno scorso sono stati vietati carne in scatola, polpa di pomodoro, vestiti, scarpe e quaderni per gli appunti, tuttora stoccati in un magazzino affittato da fornitori israeliani nei pressi del valico di Kerem Shalom, in attesa che la politica cambi. Sì perché la lista dei prodotti autorizzati non è fissata per sempre ma soggetta a cambiamenti. Le modifiche derivano a volte da pressioni internazionali su Israele, come con la visita lo scorso febbraio del senatore Usa John Kerry che, rimasto di stucco nello scoprire che Israele impediva l’ingresso nella Striscia di tir carichi di pasta, considerata bene di lusso, ha dato il via a pressioni che hanno portato al via libera all’import di pasta il 20 marzo successivo.
Ma ben più spesso – ed è ben più grave- a determinare la lista di ciò che può o meno entrare a Gaza sono gli interessi di lobby israeliane. Secondo Haaretz, persone ai più alti livelli del Cogat decidono personalmente e quotidianamente l’ingresso di cibo a Gaza: «Non vogliamo che i sequestratori di Gilad Shalit sgranocchino popolari snack israeliani sopra la sua testa» avrebbe dichiarato un ufficiale Cogat, mentre un ex ufficiale ha aggiunto che non vi è nessuna vera e propria politica che derivi dai bisogni della popolazione palestinese, ma che essa è influenzata da interessi di alcuni gruppi: «Quello che accade è che gli interessi israeliani hanno la precedenza sui bisogni della popolazione palestinese», e il numero di tir in ingresso a Gaza è determinato in modo da evitare un fallimento del mercato in Israele: siamo al limite del cinismo più crudele. Molti documenti ufficiali confermano però questa ipotesi.
Il ministero dell’Agricoltura assicura che si tiene conto anche degli interessi dei palestinesi. Il documento Red Lines del Cogat – che delinea in varie pagine dettagli di calorie e quantità in grammi di ogni tipo di cibo a cui hanno diritto i residenti di Gaza, suddividendo i dati per genere e età della popolazione- stabilisce che «per assicurare condizioni di vita di base a Gaza, il ministro della difesa ha acconsentito all’ingresso nella Striscia di 106 camion di aiuti umanitari (al giorno, ndr), 77 dei quali di prodotti alimentari di base».
Ma, sebbene gli ufficiali del Cogat abbiano contatti regolari con le organizzazioni internazionali che operano nella Striscia, che costantemente chiedono conto dei divieti, sin dall’inizio del blocco nessuna lista di merci permesse e proibite è stata trasmessa alla parte palestinese. Con un comunicato stampa diffuso lo scorso 17 giugno, secondo anniversario della stretta dell’assedio di Gaza, Organizzazioni umanitarie, Ong e l’Unrwa tornando a chiedere la completa apertura dei valichi hanno dichiarato che l’ammontare di merci ammesse ad entrare a Gaza è di un quarto rispetto al flusso precedente l’embargo. Per le Nazioni unite servono almeno 500 camion di merci (al giorno, ndr) dagli alimenti, ai vestiti ai materiali per la ricostruzione. Per l’Ocha nella prima settimana di giugno solo 512 camion sono entrati a Gaza, meno di un quinto di quanto poteva entrare nel primo trimestre del 2007 e anche per l’Unicef «è sempre più faticoso entrare nella Striscia». I camion spesso vengono bloccati al di là dei valichi. Gli alimenti si deteriorano e le medicine oltrepassano la data di scadenza: ben il 22% dei medicinali donati arriverebbe scaduto.
Per nutrire gli abitanti di Gaza servono inoltre almeno 300 vitelli a settimana, ma a Gaza le autorità israeliane consentivano l’import solo di carne e pesce surgelati spingendo i palestinesi a utilizzare i tunnel di Rafah, attraverso cui circa 40.000 agnelli sono stati contrabbandati, senza controllo veterinario e con seri rischi di epidemie. Eyal Erlich, israeliano, 50 anni ed ex giornalista, prima del blocco vendeva ogni anno 50.000 vitelli che importava dall’Australia per i palestinesi di Gaza. Ora lamenta gravi perdite nelle sue entrate e in quelle del suo partner palestinese della Striscia, Hosni Afana. Eyal crede che in seguito al blocco israeliano alla Striscia la situazione sia stata sfruttata per costringere il mercato di Gaza a comprare israeliano e quindi assistere gli allevatori locali che analogamente alle lobby di agricoltori avevano cominciato a fare pressioni.
«Fino a tre o quattro anni fa, in un anno trasportavo il 30-40% della frutta che entrava a Gaza» ha dichiarato Avshalom Herzog, coltivatore di frutta e proprietario di un grande conservificio in Israele che trasporta merci a Gaza, in parte grazie alla sua collaborazione con Khaled Uthman, il più grande commerciante di frutta della Striscia. «Oggi non supero il 10-15% perché a Gaza non c’è un vero mercato: lo determina il ministero della Difesa. E allora nascono guerre tra persone che non sono mai state commercianti e nasce la corruzione da parte di gente che comincia a pagare grandi somme pur di trasportare frutta…».
Haaretz riporta della diffusione di tangenti pagate per introdurre merci a Gaza, una somma variabile dai 60.000 (circa 11.000 euro) ai 100.000 Nis (18.000 euro) a tir, mentre il costo in genere oscilla attorno ai 3.000 Nis (circa 550 euro). Il meccanismo sarebbe questo: «Il mercante riceve un turno per importare lo zucchero. Lascia il nome dell’autista e il numero del tir alle autorità israeliane. Lo spedizioniere contatta un altro mercante che non ha ricevuto il permesso ed è pronto a pagare molti soldi per poter trasportare la sua merce». Lo spiega uno spedizioniere israeliano che dice anche che spesso si utilizzano permessi da organizzazioni umanitarie per introdurre prodotti vietati come vestiti e scarpe. Negano però i portavoce del World Food Program delle Nazioni unite, di Croce rossa e dell’Unrwa.
In questo contesto di illegalità e arbitrarietà assoluta, dove per i civili di Gaza, puniti collettivamente e ingiustamente, ogni diritto è calpestato, personaggi discutibili si arricchiscono speculando sulle sofferenze causate dall’assedio e costruendo imperi finanziari su tangenti, corruzioni e truffe. È evidente e inaccettabile il vuoto di legalità derivante dalla violenza e dall’arroganza dell’assedio a Gaza, e dell’occupazione militare israeliana nei Territori occupati, e dell’espansione delle colonie e del muro che rubano terre ai palestinesi.
Intanto Gaza continua ad essere una prigione a cielo aperto, con i pescatori che non possono andare in mare per non essere attaccati e uccisi e i giovani palestinesi che continuano a morire quando crollano i tunnel, unico modo per fare entrare merci, animali e persone a Gaza. L’effetto positivo delle parole di Obama al Cairo svanirà presto se i palestinesi non vedranno la fine dell’assedio di Gaza e il blocco degli insediamenti nella Cisgiordania e se la leadership palestinese non saprà ritrovare la propria unità.

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