TERRORISMO: GB, PALESTINESE DETENUTO PER 8 ANNI SENZA ACCUSE

luglio 6, 2009

Notizia Ansa

(di Mattia Bernardo Bagnoli)

“Ritengo responsabile Tony Blair, la Camera dei Lord, la Regina, i politici e il Parlamento: tutti loro hanno le mani sporche in questa storia”. E’ il durissimo ‘j’accusé di Dina Al Jnidi, moglie di Mahmoud Abu Rideh, rifugiato palestinese arrestato nel 2001 in Gran Bretagna per sospette attività terroristiche e detenuto per otto anni senza mai vedere uno straccio di accusa. Un’ordalia che lo ha lasciato menomato nella mente oltre che nel fisico. “Ricordo perfettamente il giorno che la polizia è venuta a prendersi mio marito: era il 19 dicembre del 2001”. Inizia così il racconto di Dina, pubblicato oggi a doppia pagina dal quotidiano britannico Independent.

“Erano in 30, tutti armati: hanno puntato i fucili in faccia a me e ai miei bambini. Alcuni si sono fatti la pipì addosso. Hanno scaraventato a terra mio marito, gli sono saliti sulla schiena. Lui urlava. ‘Zitto, fottuto terrorista’, hanno risposto”. Mahmoud Abu Rideh a quel punto sparisce. Per 40 giorni Dina lo cerca invano ma le autorità britanniche tengono la bocca cucita. Alla fine Mahmoud ‘spunta’ presso la prigione di Belmarsh. “Sono andata a trovarlo, con i miei figli”, ricorda Dina. “Lo hanno tenuto dietro a un vetro: mio marito non conosce bene l’inglese ma non gli hanno permesso di parlare in arabo”. Mahmoud denuncia comunque alla moglie le violenze e le privazioni che avrebbe subito di continuo in carcere. Alla fine i suoi nervi cedono e viene trasferito all’ospedale psichiatrico di Broadmoor dove, stando a Dina, Mahmoud ha iniziato a ferirsi da solo.

Poi, nel 2005, Rideh è stato ‘liberato’ e posto agli arresti domiciliari secondo le disposizioni contenute nel Prevention of Terrorism Act: braccialetto elettronico, obbligo di firma digitale, niente internet per sé o i suoi familiari, niente visite se non autorizzate dal ministero dell’Interno. Condizioni che, nonostante le sentenze contrarie della Corte europea di giustizia e dei diritti umani, permangono tuttora. Dina, esasperata, ha infine lasciato il Regno Unito e si è trasferita in Giordania da alcuni parenti. A Mahmoud è stato però negato il permesso di espatriare. Sino ad oggi. Dopo anni di battaglie legali, grazie anche al sostegno di Amnesty International, Rideh si è infatti presentato all’Alta Corte del Regno Unito con una sola richiesta: quella di poter lasciare per sempre il paese. E davanti ai giudici dell’Alta Corte il governo ha finalmente accettato di emettere un “permesso di viaggio” della durata di cinque anni. “Io e mio marito – scrive Dina – siamo scappati dalle torture degli israeliani per trovare una situazione peggiore in Gran Bretagna. Io sono britannica, anche i miei figli lo sono. Perché è accettabile che si venga trattati in questo modo?”. “Sin dal 2001 – ha detto Kate Allen, direttore di Amnesty International UK – Mahmoud è stato imprigionato senza accuse formali o soggetto a limitazioni della libertà. Non gli è mai stato permesso di vedere le ‘prove’ che sono state raccolte a suo carico.

Nessuna sorpresa che la sua stabilità mentale sia così severamente compromessa. Se il governo reputa che Rideh abbia dei legami con organizzazioni terroristiche lo mandi a processo”. “Il mio assistito – ha detto Gareth Peirce, avvocato di Rideh – farà richiesta questo pomeriggio e speriamo di ottenere il documento entro due settimane al massimo. Era in uno stato di completa disperazione: oggi questa condizione è stata in qualche modo alleviata. 0ra dobbiamo solo aspettare e vedere cosa accade”. (ANSA).

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QUANTI CORVI SULL’EMBARGO INFINITO DI GAZA

luglio 5, 2009

Un assedio REDDITIZIO

di Luisa Morgantini
(
Vicepresidente del Parlamento europeo)
Chi decide e a chi profitta l’embargo israeliano a Gaza? Un articolo pubblicato dal Magazine di «Haaretz» tira in ballo le autorità di Tel Aviv, il ministero della Difesa, quello dell’Agricoltura, ma anche lobby di agricoltori, allevatori e personaggi dei servizi segreti.
Quando si vedono con i propri occhi gli effetti devastanti dell’embargo israeliano a Gaza, non si può che rimanere sconvolti e pensare che un milione e mezzo di residenti della Striscia sono trattati come animali, se non peggio. Lo ha dichiarato Jimmy Carter dopo essersi recato nella Striscia dove ha incontrato il governo di fatto di Hamas. E l’ho sentito anch’io che sono stata più volte con varie delegazioni di parlamentari europei a Gaza, prima, dopo e durante l’offensiva israeliana «Piombo fuso» che ha spazzato via oltre 1.400 vite umane e deliberatamente distrutto intere aree produttive industriali e agricole della Striscia creando un deserto contaminato, in cui la ricostruzione, malgrado la creatività e l’operosità della popolazione palestinese, non si avvia proprio per il blocco illegale di Israele che impedisce il transito di prodotti vari, dall’acciaio al cemento, così come di giocattoli o matite colorate.
Più volte abbiamo denunciato l’assedio di Gaza e i suoi effetti: le morti di ammalati palestinesi, oltre 400, a causa del mancato permesso d’uscita dalla Striscia per farsi curare negli ospedali più forniti all’estero, così come la discriminazione di oltre 5000 Palestinesi di Gaza invalidi del lavoro, che a causa del blocco di tutte le transazioni finanziarie con la Striscia non ricevono più la loro assicurazione né la pensione nonostante le tasse pagate in Israele, come i lavoratori israeliani.
Ma chi decide, e chi guadagna dall’embargo israeliano?
Cerca di ricostruirlo un articolo pubblicato dal Magazine di Haaretz («Gaza bonanza», di Yotam Feldman e Uri Blau,Haaretz, Friday Magazine, 12 giugno 2009). «Gaza Bonanza», la prosperità di Gaza, tira in ballo le autorità israeliane, il ministero della Difesa, quello dell’Agricoltura, ma anche lobby di agricoltori, allevatori israeliani e personaggi dei servizi segreti. Ogni settimana, circa 10 ufficiali dell’unità Coordinamento per le attività del governo nei Territori delle forze di difesa israeliane (Cogat) si incontrano al ministero della Difesa a Tel Aviv per decidere quali prodotti alimentari compariranno sulle tavole dei residenti della Striscia. Decidono che cachi, banane e mele sono prodotti vitali per la sussistenza di base e perciò ammessi ad entrare a Gaza, mentre albicocche, susine, uva e avocado sono prodotti di lusso, così come cioccolato o giocattoli per bambini, e non possono entrare.
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Pirata chi va a Gaza

luglio 4, 2009

Articolo di Vittorio Arrigoni.

C’è un pericolo incombente per i naviganti nel sud del Mediterraneo, una minaccia se vogliamo più subdola dei corsari somali che assaltano i mercantili nel Corno D’africa. Al largo di Gaza, la marina militare israeliana si è macchiata ancora una volta di pirateria, assaltando la «Spirit of Humanity», una minuscola imbarcazione di legno carica di aiuti umanitari e di attivisti, diretta in soccorso all’estenuata popolazione palestinese.
Erano salpati da Cipro lunedì notte, i miei compagni del Free Gaza Movement, 21 fra giornalisti e attivisti per i diritti umani, rappresentati di 11 diversi paesi, fra cui anche un Nobel per la pace, Mairead Maguire, e Cynthia McKinney, candidata per i Verdi alle ultime presidenziali Usa. A circa 70 miglia dalla loro meta designata, la Spirit è stata intercettata da due navi da guerra israeliane, che ne hanno sabotato la strumentazione satellitare minacciando di aprire il fuoco per dissuadere i miei amici dal continuare la navigazione verso Gaza. Derreck, irlandese memore dei suoi avi navigatori celtici, ha tirato fuori bussola, mappe e compasso, e hanno continuato a navigare all’antica.

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