Una «svolta» alla Bibi

Analisi di Zvi Schuldiner del discorso di Netanyahu, risposta israeliana al discorso di Obama al Cairo. Bibi apre al diaologo ponendo condizioni inaccettabili e anticipando la mossa proprio nei giorni delle elezioni iraniane che potrebbero ridisegnare gli equilibri mediorientali. Il premier israeliano copre le spalle alla propria politica d’occupazione come Barak nel 2000 a Camp David, intrappolando una leadership palestinese a brandelli con l’accusa di aver rifiutato l’ennesima “genorosa offerta”.

Pochi giorni dopo l’importante discorso al Cairo del presidente Obama è cominciato il dibattito sulla sua possibile portata storica. Ma il punto cruciale sta nella capacità dell’amministrazione americana di tradurre un grande discorso in un cambiamento reale.
In Israele Obama ha provocato un forte nervosismo e anche reazioni molto negative – alcune di stampo razzista – e questo ha costretto il premier Benjamin Netanyahu a intendere la necessità di adottare una posizione politica che chiarisca il suo programma e riduca al minimo i rischi di collisione con gli Usa. L’annuncio che domenica avrebbe pronunciato un discorso «drammatico» aveva creato una grande aspettativa e nell’ambiente politico tutti hanno cominciato a chiedersi se avrebbe pronunciato la formula magica: «due stati per due popoli».
Il primo ministro israeliano la formula magica l’ha pronunciata. Ma qual è il reale valore di quelle parole?
La reazione ufficiale americana, analogamente a quella europea e a parte dell’estblishment politico israeliano, ha salutato il discorso come «un passo avanti». In linguaggio diplomatico può essere letto come un modo di riannodare la discussione con Israele, ciò che renderebbe possibile decifrare il senso vero delle parole del premier israeliano. E’ interessante ricordare che Netanyahu – quando era candidato alla guida del governo nel ’96 – aveva già affermato che avrebbe accettato gli accordi di Oslo e poi aveva ribadito questo riconoscimento, da premier, negli accordi di Wye Plantation.

Negoziati
La formula magica in realtà non dice assolutamente niente sull’aspetto territoriale della soluzione proposta. Netanyahu continua la politica dei suoi predecessori, specialmente di Sharon e Olmert, attenti a garantire un ambito negoziale che consentì loro nei fatti di perpeturare lo status quo. Ma è uno status quo che nasconde la crescita incessante degli insediamenti ebraici nei territori palestinesi occupati nel ’67 da Israele. Il governo israeliano non cessa di porre condizioni previe, esige il rispetto di accordi precedenti e dimentica che parte integrante delle azioni e delle omissioni delle forze d’occupazione è proprio il mancato rispetto di quegli accordi previi.
Gran parte dell’opinione pubblica non capisce la sostanza vera della discussione in corso sugli insediamenti. La Convenzione di Ginevra proibisce il trasferimento di popolazione da parte del potere occupante a meno che non sia per ragioni di sicurezza. Nel ’93, quando furono firmati gli accordi di Oslo, circa 100 mila coloni israeliani vivevano in Cisgiordania e 80 mila nella parte occupata di Gerusalemme. Oggi ci sono più di 300 mila coloni in Cisgiordania e 200 mila a Gerusalemme est. Questa politica ha un obiettivo chiarissimo: rendere impossibile la presenza di uno stato palestinese reale, indipendente e con continuità territoriale. La copertura ideologica di questa politica è tragicomica: «la naturale crescita demografica». La «capacità riproduttiva» nei territori occupati è una menzogna un po’ troppo grossa e la costruzione di decine di migliaia di nuove unità abitative per gli israeliani contrasta in modo clamoroso con la situazione dei palestinesi sotto occupazione che in tutti questi anni hanno strappato solo alcune centinaia di permessi per costruire legalmente nuobe case.


Vittime
Nella sua poco brillante litania e poi nell’inevitabile riferimento a diritti storici basati sull’anticolo vincolo con la terra santa, il premier ha fatto una scoperta sensazionale: in parte della terra promessa si trovano i palestinesi e «noi» israeliani abbiamo sempre aspirato alla pace, tanto che che ci diciamo «shalom quando c’incontriamo».
Ma come può una mini-potenza regionale, armata con armi di ogni tipo – atomiche comprese -, fare fronte ai terribili disegni di quelli che vengono per distruggerci e ucciderci? Facile.
In primo luogo i palestinesi devono combattere davvero il terrorismo. Ntanyahu non chiarisce e la maggioranza non sa che tutta la Cisgiordania si trova sotto un rigido controllo militare delle forze israeliane. Se «il presidente» Abu Mazen vuole muoversi da Ramallah a qualche altra città del «suo» paese, andare in Giordania o a Washington, deve prima chiedere l’autorizzazione di qualche tenente israeliano.
Però Netanyahu continua nel giochino di fare la vittima e annuncia «uno stato» palestinese senza confini chiari chiari, smilitarizzato, con le sue frontiere controllate… da chi?

Un passo avanti?
Da Washington e dall’Europa si sentono voci che plaudono al passo fatto dal premier israeliano, ma già si sentono altre voci. L’ex-presidente Jinny Carter – che è in stretto contatto con l’amministrazione Obama – ieri ha criticato il discorso di Netanyahu: non è sufficiente ripetere la formuletta dei due stati quando si pongono tante pre-condizioni e si conferma la costruzione di case nei territori occupati.
Il presidente egiziano Mubarak come i palestinesi non nasconde la delusione per il discorso e afferma che un’altra pre-condizione – il riconoscimento di «Israele come stato ebreo» – è inaccettabile. Al pari di Carter e molti israeliani, Mubarak ricorda che in Israele non abitano solo ebrei ma anche arabi, musulmani e cristiani.
I bulldozer nei territori occupati continuano a far chiassosamente il loro lavoro. Le forze d’occupazione israeliane continuano a seminare il terrore fra la popolazione civile palestinese. Però i palestinesi sono attesi da un’alba radiosa dopo che il premier israeliano ha annunciato i benefici della «pace economica» prossima ventura. «Venite tutti a investire qui, i nostri cervelli ingegnosi e la laboriosità palestinese faranno fiorire la regione». Omissis sulla completa dipendenza dell’economia palestinese e il dislivello brutale fra israeliani e palestinesi.
«Parole, parole, parole…», cantava Mina e questa è forse la miglior sintesi della tragicommedia messa in scena da un pessimo prestigiatore. Solo gli imbecilli potrebbero lasciarsi convincere a comprare la maleodorante mercanzia di uno che offre paroloni che non possono occultare la verità: non si tratta di continuare all’infinito le masturbazioni negoziali. Si tratta di farla finita con l’occupazione, di dar vita a uno stato palestinese indipendente, di fare di una Gerusalemme unificata la capitale di due stati, di affrontare apertamente la questione dei profughi.
Non è più tempo di menzogne e propaganda a buon mercato e stucchevole. Se davvero questa è l’ora Obama, bisogna creare le condizioni per portare le parti a negoziati seri e a soluzioni che saranno problematiche per molti israeliani ma che apriranno un vero orizzonte di pace alla regione.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: