Una «svolta» alla Bibi

giugno 17, 2009

Analisi di Zvi Schuldiner del discorso di Netanyahu, risposta israeliana al discorso di Obama al Cairo. Bibi apre al diaologo ponendo condizioni inaccettabili e anticipando la mossa proprio nei giorni delle elezioni iraniane che potrebbero ridisegnare gli equilibri mediorientali. Il premier israeliano copre le spalle alla propria politica d’occupazione come Barak nel 2000 a Camp David, intrappolando una leadership palestinese a brandelli con l’accusa di aver rifiutato l’ennesima “genorosa offerta”.

Pochi giorni dopo l’importante discorso al Cairo del presidente Obama è cominciato il dibattito sulla sua possibile portata storica. Ma il punto cruciale sta nella capacità dell’amministrazione americana di tradurre un grande discorso in un cambiamento reale.
In Israele Obama ha provocato un forte nervosismo e anche reazioni molto negative – alcune di stampo razzista – e questo ha costretto il premier Benjamin Netanyahu a intendere la necessità di adottare una posizione politica che chiarisca il suo programma e riduca al minimo i rischi di collisione con gli Usa. L’annuncio che domenica avrebbe pronunciato un discorso «drammatico» aveva creato una grande aspettativa e nell’ambiente politico tutti hanno cominciato a chiedersi se avrebbe pronunciato la formula magica: «due stati per due popoli».
Il primo ministro israeliano la formula magica l’ha pronunciata. Ma qual è il reale valore di quelle parole?
La reazione ufficiale americana, analogamente a quella europea e a parte dell’estblishment politico israeliano, ha salutato il discorso come «un passo avanti». In linguaggio diplomatico può essere letto come un modo di riannodare la discussione con Israele, ciò che renderebbe possibile decifrare il senso vero delle parole del premier israeliano. E’ interessante ricordare che Netanyahu – quando era candidato alla guida del governo nel ’96 – aveva già affermato che avrebbe accettato gli accordi di Oslo e poi aveva ribadito questo riconoscimento, da premier, negli accordi di Wye Plantation.

Negoziati
La formula magica in realtà non dice assolutamente niente sull’aspetto territoriale della soluzione proposta. Netanyahu continua la politica dei suoi predecessori, specialmente di Sharon e Olmert, attenti a garantire un ambito negoziale che consentì loro nei fatti di perpeturare lo status quo. Ma è uno status quo che nasconde la crescita incessante degli insediamenti ebraici nei territori palestinesi occupati nel ’67 da Israele. Il governo israeliano non cessa di porre condizioni previe, esige il rispetto di accordi precedenti e dimentica che parte integrante delle azioni e delle omissioni delle forze d’occupazione è proprio il mancato rispetto di quegli accordi previi.
Gran parte dell’opinione pubblica non capisce la sostanza vera della discussione in corso sugli insediamenti. La Convenzione di Ginevra proibisce il trasferimento di popolazione da parte del potere occupante a meno che non sia per ragioni di sicurezza. Nel ’93, quando furono firmati gli accordi di Oslo, circa 100 mila coloni israeliani vivevano in Cisgiordania e 80 mila nella parte occupata di Gerusalemme. Oggi ci sono più di 300 mila coloni in Cisgiordania e 200 mila a Gerusalemme est. Questa politica ha un obiettivo chiarissimo: rendere impossibile la presenza di uno stato palestinese reale, indipendente e con continuità territoriale. La copertura ideologica di questa politica è tragicomica: «la naturale crescita demografica». La «capacità riproduttiva» nei territori occupati è una menzogna un po’ troppo grossa e la costruzione di decine di migliaia di nuove unità abitative per gli israeliani contrasta in modo clamoroso con la situazione dei palestinesi sotto occupazione che in tutti questi anni hanno strappato solo alcune centinaia di permessi per costruire legalmente nuobe case.

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Il discorso di Obama al Cairo

giugno 6, 2009

Buongiorno!
Sono onorato di trovarmi nella città eterna del Cairo ospite di due importantissimi istituzioni. Da oltre un millennio Al-Azhar rappresenta un faro per la cultura araba e da più di un secolo l’università del Cairo è la culla del progresso dell’Egitto. Insieme, queste due istituzioni rappresentano il connubio di tradizione e di progresso.
Sono grato della ospitalità e dell’accoglienza del popolo egiziano. Sono altresì fiero di essere il portavoce della buona volontà del popolo americano e di portarvi un saluto di pace dalle comunità musulmane del mio paese: assalaamu alaykum.
Ci incontriamo qui in un momento di forte tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani in tutto il mondo, tensione che affonda le proprie radici nelle forze storiche che prescindono da qualsiasi attuale dibattito politico.
Le relazioni tra Islam e Occidente ha alle spalle secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche di conflitto e di guerre religiose. In tempi più recenti la tensione è stata alimentata da un colonialismo che negava i diritti e le opportunità di molti musulmani e da una Guerra Fredda nella quale i paesi a maggioranza musulmana sono stati spesso trattati come paesi che agivano per procura, senza rispetto per le loro legittime aspirazioni.

La modernizzazione e la globalizzazione, inoltre, hanno portato cambiamenti così radicali da indurre molti musulmani a vedere nell’Occidente un’entità ostile alle tradizioni dell’Islam. Queste tensioni sono state sfruttate da violenti estremisti per strumentalizzare una esigua ma forte, minoranza di musulmani.

Gli attentati dell’11 settembre 2001 e i successivi tentativi di violenza contro la popolazione civile ha indotto alcune persone nel mio Paese a vedere nell’Islam un nemico irriducibile non solo per gli Usa e le altre nazioni occidentali, ma addirittura per i diritti umani.Tutto ciò ha alimentato maggiori paure, maggiori diffidenze.
Fino a che il nostro rapporto verrà definito solamente in base alle nostre differenze renderemo sempre più potente chi semina odio, invece di pace, chi si adopera per lo scontro invece che per la collaborazione che è necessaria perché tutti i popoli possano avere giustizia e prosperità.Per questo motivo deve essere spezzata la catena di sospetti e discordia.
Sono arrivato qui, al Cairo per cercare d’inaugurare una nuova epoca nei rapporti tra Stati Uniti e i musulmani in tutto il mondo, un rapporto basato sul mutuo rispetto e su un interesse reciproco, fondato – soprattutto – sull’idea che Usa e Islam non si escludono a vicenda e non debbano per forza essere in competizione. Al contrario, America e Islam si sovrappongono condividendo principi comuni di giustizia, progresso, tolleranza e dignità per tutti gli esseri umani.

Cerco una nuova base per il nostro rapporto anche se so che il cambiamento non potrà avvenire improvvisamente, nessun discorso – da solo – può sradicare anni di sfiducia né posso rispondere oggi a tutte le complesse questioni che ci hanno portati fino a qui.
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Ultimatum americano di 4-6 settimane?

giugno 3, 2009

Gerusalemme, 03-06-2009

Barack Obama vuole definire entro luglio un piano per far ripartire il processo di pace in Medio Oriente e per questo ha posto un ultimatum di 4-6 settimane a Benjamin Netanyahu.

Gli israeliani debbono esprimere “una posizione aggiornata” sul principio dei “due popoli, due stati” e sulla “costruzioni di nuovi insediamenti ebraici” in Cisgiordania. E’ quanto scrive Haaretz secondo cui il presidente americana ha avuto ieri un colloquio a sorpresa di circa un quarto d’ora a Washington con il ministro della Difesa Ehud Barak. Quest’ultimo stava incontrando il Consigliere per la sicurezza nazionale, il generale James Jones, quando inaspettato e’ arrivato anche Obama.

Intanto dopo l’attesissimo discorso di domani a Il Cairo, e la tappa di oggi a Riad, e’ atteso in Israele da lunedi’ prossimo l’inviato per il Medio Oriente George Mitchell dove chiedera’ chiarimenti sia sugli insediamenti e che la costituzione dello Stato palestinese.

fonte rainews24