Cave illegali in Palestina

In Israele cominciano a scarseggiare i materiali per l’edilizia. Anzi, stando a uno studio fatto realizzare dal governo, tra un decennio lo stato ebraico potrebbe ritrovarsi senza più laterizi. Un bel problema per una nazione in continua «espansione», costantemente impegnata nella costruzione di nuovi insediamenti nei territori occupati della Cisgiordania.
È proprio da questi territori, dalle cave in terra di Palestina, che Israele si rifornisce  illegalmente – di sabbia, ghiaia e pietra per costruire persino le stesse case degli insediamenti ebraici. La denuncia arriva dall’Istituto di ricerche applicate di Gerusalemme (Arij) e da Yesh Din, organizzazione israeliana per la difesa dei diritti umani con sede a Tel Aviv, che hanno accusato alcuni costruttori israeliani di estrarre illegalmente in Cisgiordania materiali destinati all’edilizia; attività estrattive in cave che, trovandosi nei territori occupati, vengono operate naturalmente sotto la giurisdizione delle Forze armate israeliane.


Così, mentre continua l’occupazione della Cisgiordania, giustificandola davanti alla comunità internazionale con ragioni di sicurezza nazionale, Israele ne approfitta per espropriare la Palestina delle sue risorse naturali, che siano acqua, terra, o lo stesso materiale da costruzione che, in parte viene utilizzato per ampliare gli insediamenti ebraici esistenti, in parte per costruirne di nuovi, ma il grosso viene utilizzato direttamente in territorio israeliano. Ogni anno infatti, dalle dieci cave esistenti in Cisgiordania e menzionate nella denuncia di Yesh Din, Israele estrae12 milioni di tonnellate di materiale da costruzione per il proprio fabbisogno; si tratta di appropriazione illegale di terra nel senso letterale del termine.


Michael Sfard, avvocato dell’organizzazione per i diritti umani, non usa certo mezzi termini e in una intervista rilasciata il mese scorso al New York Times accusa Israele di «pratica illegale di un brutale sfruttamento economico dei territori occupati per soddisfare esclusivamente le necessità della potenza occupante, in violazione
dei più elementari dispositivi del diritto internazionale». A queste fanno eco le parole di Jamil Mtoot, responsabile ambiente per l’Autorità palestinese a Ramallah che denuncia i danni ambientali dei lavori di estrazione nelle cave di pietra, ghiaia e sabbia in Cisgiordania: «Le terre agricole subiscono danni che le rendono incoltivabili per anni, le polveri che si alzano rendono irrespirabile l’aria e aumentano i casi di asma soprattutto tra i bambini che vivono nelle vicinanze delle cave, senza parlare dell’inquinamento acustico».
Tutte cose vietate in Israele che, in termini di controlli su inquinamento acustico e ambientale sul proprio territorio, ha invece una legislazione molto restrittiva. A questo poi si è aggiunta la carenza, nel paese, di materiali per l’edilizia che, però, i costruttori israeliani rastrellano nei territori occupati; entrandoci con i camion persino di notte, alla ricerca di ghiaia e rocce diventate all’improvviso preziose. È solo uno dei tanti motivi per cui Israele ha tutto l’interesse a mantenere l’occupazione militare dei territori palestinesi in Cisgiordania. Yesh Din ha portato la denuncia davanti la Corte di giustizia israeliana, e nel testo vengono citati anche alcuni documenti militari israeliani che testimoniano la mole di materiale di scavo prelevato in Cisgiordania e venduto ogni anno in Israele. Difficile però credere che ci sarà una risposta.

Marina Zenobio, il manifesto 12/05/09

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