La nuova autocrazia di Israele

Articolo di Dimi Reider, giornalista israeliano, pubblicato su “The Guardian” del 30 aprile: l’arresto di membri di una Ong pacifista è sintomatico di una nazione che si sta militarizzando a una velocità allarmante.

Le prime irruzioni si sono svolte domenica, verso verso le sette del mattino. In tutta la nazione venivano trattenuti dalla polizia attivisti di una organizzazione no-profit regolarmente registrata. I loro computer sono stati confiscati, ed è stato loro vietato di contattarsi o di riprovare a ripristinare i dati sui PC sequestrati. In seguito ad una conferenza stampa trionfalista da parte della polizia, altri attivisti sono stati fermati e ci si aspetta ancora nuovi interrogatori.

Nel caso in cui non abbiate ancora indovinato, il Paese in cui accade tutto ciò è Israele. La Ong in questione è New Profile, un’organizzazione femminista che lavora contro l’arruolamento nell’esercito israeliano.


L’affondo contro New Profile, cinicamente portato a termine alla vigilia del Giorno della Memoria di Israele (momento in cui la maggior parte degli israeliani ha commemorato una persona cara persa in guerra) è profondamente sintomatico della velocità con cui la società israeliana si sta militarizzando ancora di più. New Profile sostiene che Israele è uno stato completamente militarizzato; ex generali di alto rango gestiscono diverse compagnie private e statali oppure prestano servizio nell’ambito del governo. Il sistema educativo e l’esercito stanno unendo le forze per avere un ufficiale in uniforme di stanza in ogni scuola superiore del paese, e le pubblicità e i programmi televisivi mostrano molti più personaggi in divisa di altre nazioni che si dichiarano democratiche.

E la pressione continua a salire. Per la prima volta, adolescenti laiche che rifiutano l’arruolamento sono messe in prigione. Adolescenti religiose, che finora avevano avuto vita facile nell’evitare l’arruolamento allegando ragioni di pudore e religiosità, adesso vengono spiate dalla polizia militare e da investigatori privati, che le fotografano mentre si baciano o mentre indossano un abbigliamento “immodesto”, e passano le foto osé alla stampa.

La coercizione conduce ad una statistica poco conosciuta ma raccapricciante: l’esercito israeliano, uno dei più attivi del mondo industrializzato, perde più soldati per suicidi che per scontri, conflitto palestinese-israeliano incluso. Secondo gli stessi dati forniti dall’esercito, 205 soldati sono morti durante l’azione militare israeliana o sotto gli attacchi palestinesi tra il 2000 e il 2006, (senza contare l’anomalia della seconda guerra libanese). Nello stesso periodo, 236 soldati si tolsero la vita. Le organizzazioni di diritti umani sospettano che quest’ultimo numero possa essere ancora più alto. L’ultimo suicidio nell’esercito è avvenuto lo scorso mercoledì, e la notizia è stata a malapena riportata dai media.

New Profile incoraggia un pensiero critico da parte dei giovani israeliani fornendo loro informazioni sulle violazioni di diritti umani commesse dall’esercito, talvolta all’interno della sua stessa struttura. Per di più, essa fornisce consulenza a coloro che desiderano diventare obiettori di coscienza, a coloro che vogliono lasciare l’esercito per motivi di salute mentale, o ancora sostituire l’arruolamento per andare volontario nel servizio civile nazionale. Per queste accuse, otto importanti attivisti sono stati fermati per essere interrogati, e i computer dell’organizzazione sono stati confiscati. In questi computer ci sono archivi e corrispondenza pieni di informazioni personali di migliaia di giovani israeliani, molti dei quali sono politicamente attivi. L’acquisizione di questi dati da parte della polizia permette inimmaginabili opportunità di ricatto politico.

Tali misure non sono limitate solo a fastidiose ONG. Prendiamo per esempio l’attore e regista di Jaffa, Samieh Jabbarin, che a febbraio manifestò contro un’azione della destra radicale nella sua città natale. Jabbarin fu messo agli arresti domiciliari, nella città dei suoi genitori, lontano dal suo posto di lavoro e dalla sua residenza attuale. Ieri i suoi arresti domiciliari sono arrivati al sessantacinquesimo giorno, essendo stati estesi dalla corte di cinque altri mesi, fino a settembre 2009.

Tuttavia Jabbarin non è l’unico a cui è si è voluto far capire chiaramente che le regole per i dissidenti stanno cambiando velocemente. Più di 800 manifestanti, la maggior parte dei quali arabi- israeliani, sono stati arrestati durante la guerra. Altri, tra cui un membro del consiglio municipale di Tel Aviv, sono stati convocati a una serie di continui interrogatori fuori dalle loro case, sia dalla polizia che dallo Shin Bet, che ha iniziato a minacciarli di un’azione legale per “sostegno al nemico in tempi di guerra”. I manifestanti arrestati si sono trovati ad affrontare una minaccia senza precedenti di prolungamento della custodia cautelare (di solito, si viene trattenuti e rilasciati nell’arco delle 24 ore), basata su un aumento del rischio per la sicurezza pubblica, talvolta avvallata da prove segrete non rivelate dai giudici.

Guardando oltre, ci si accorge che la situazione è ancora più tetra. Negli ultimi 18 mesi, molte garanzie di difesa tra libertà civili e autorità statali sono state metodicamente smontate. Un emendamento sulle comunicazioni è stato aggiunto al codice penale israeliano nel 2007, autorizzando la polizia e il servizio di sicurezza generale (Shin Bet) ad acquisire IP e numeri di cellulare di chiunque, scavalcando le corti. Un Database Biometrico è stato istituito lo scorso ottobre, con pena la galera per chi si rifiuti di fornire le proprie impronti digitali una volta iniziate le operazioni di prelievo. Inoltre il più importante meccanismo che preserva la traballante democrazia di Israele, la Corte Suprema, è stato intimidito da un violento attacco da parte dell’ex ministro della giustizia Dott. Daniel Friedmann, il quale ha cercato di aumentare l’influenza del governo nella nomina dei suoi giudici e di impedire alla corte interventi in materia legislativa. Quest’ultimo è un punto cruciale, in quanto Israele di fatto non ha una costituzione per tenere a freno i capricci e le ambizioni di legislatori esaltati. Il cambio di governo ha sollevato di poco la situazione, poiché un partito radicalmente autoritario e etno-nazionalista (Yisrael Beiteinu) ha adesso il controllo del ministero degli Interni, controllando quindi anche la polizia.

Samieh Jabbarin ha perso la sua libertà senza essere nemmeno accusato. Gli attivisti di New Profile potrebbero subire condanne fino ad un massimo di 15 anni ognuno per “incitamento e sostegno alla diserzione in guerra” (legalmente, Israele è sempre in guerra). E tutto ciò è roba di poco conto in confronto alla soppressione subita dagli attivisti della Cisgiordania, da quelli che li assistono, e da tutti quelli che si trovano nella sfortunata condizione di vivere nella Striscia di Gaza.

Il problema dell’autoritarismo è che non sempre si presenta tutto insieme. Non occorre che le truppe invadano le strade, né tantomeno che un grottesco dittatore sbuchi in un notiziario serale. Questi sviluppi sembrano minacciosi quando raggruppati in un articolo, ma per la maggior parte di noi israeliani, specialmente per quelli che non partecipano alla vita politica, sono soltanto questioni di second’ordine, o tutt’al più concessioni temporanee e insignificanti fatte per la nostra sicurezza che a stento vengono ricordate. Le stesse persone che difendono ogni follia di Israele insistendo sul fatto che essa sia l’unica democrazia in Medio Oriente, sono instancabilmente al lavoro per trasformarla nella caricatura di un’autocrazia. Più deprimente ancora, uno sguardo rapido ai commenti su qualsiasi sito di notizie israeliano suggerisce che attraverso la disinformazione e la diffusione della paura questi sforzi godono di un imponente sostegno popolare.

Traduzione di Domenico Polito per Peace Reporter


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