Razzista? Con Barak il governo sarà kosher

L’analisi politica di Uri Avnery del nuovo esecutivo israeliano pubblicata su “il manifesto” di ieri:  il ruolo di facciata del Labour Party e i rapporti difficili con l’America.

Razzista? Con Barak il governo sarà kosher

Con l’aggiunta cosmetica dei laburisti l’esecutivo vuole continuare la colonizzazione della Palestina. Ma gli Stati uniti hanno svoltato a sinistra e potrebbero rappresentare un macigno sulla strada dell’ultradestra che ha preso il potere a Tel Aviv e mettere in dubbio la «relazione speciale» tra i due paesi Il ministro della difesa cerca di nascondere il balzo a destra.

Il nuovo governo d’Israele è l’esecutivo di Biberman (Bibi Netanyahu e Avigdor Lieberman)? O forse di Bibarak (Bibi e Ehud Barak)? Nessuno dei due. È il governo di Bibiyahu.
Binyamin Netanyahu si è dimostrato un politico consumato. Ha realizzato il sogno di tutti i politici (e di tutti quelli che vanno a teatro): un buon posto al centro. Nel suo nuovo governo può opporre i fascisti a destra e i socialisti a sinistra, i laici di Lieberman contro gli ortodossi di Shas. Una situazione ideale.
La coalizione è ampia abbastanza da essere immune al ricatto dei partiti che la compongono. Se qualche membro laburista violasse la disciplina di partito, Netanyahu disporrebbe comunque della maggioranza. O se fossero gli esponenti della destra a creargli problemi. O se gli ortodossi cercassero di accoltellarlo alle spalle.

Questo governo non ha un programma. Le sue «linee guida fondamentali» sono completamente nebulose. (E comunque, le linee guida non hanno alcun valore. Tutti i governi israeliani le hanno infrante senza battere ciglio). Tutto questo Netanyahu l’ha acquistato a basso costo: pochi miliardi di promesse economiche che non si sogna minimamente di mantenere. Le casse sono vuote. Come nella celebre frase di uno dei capi di governo che lo hanno preceduto, Levy Eshkol: «Ho promesso, ma non ho promesso che avrei mantenuto le mie promesse». Inoltre Netanyahu ha concesso ministeri a tutti, indistintamente. Questo piccolo paese avrà 30 ministri e sei vice-ministri. Ma il suo capolavoro è stato l’aver fatto entrare nella coalizione il Partito laburista. In questo modo Netanyahu ha trasformato un governo di appestati, che sarebbe stato visto dal mondo intero come una folle ammucchiata di ultra-nazionalisti, razzisti e fascisti, in un esecutivo di centro, sano ed equilibrato. Tutto questo, senza cambiarne minimamente la natura.
Il sostenitore più entusiasta di questa impresa è stato Lieberman, il nuovo ministro degli esteri israeliano. Questo personaggio razzista fino all’estremo, questo fratello spirituale del francese Jean-Marie Le Pen e dell’austriaco Joerg Haider, era molto in ansia per il suo destino. Immaginava di porgere la mano a Hillary Clinton e di essere lasciato con il braccio a mezz’aria. D’avvicinarsi ad Angela Merkel per baciarla e vederla ritrarsi inorridita. Spiacevole.
L’aggiunta del Partito laburista risolve il problema di tutti. Se nel governo entrano i socialdemocratici, allora tutto questo parlare di fascismo dev’essere insensato. Ovviamente, Lieberman è stato equivocato, rappresentato in modo sbagliato. Non è affatto un fascista né un razzista, per l’amor del cielo.
A dire il vero, Ehud Barak ha dato una certificazione kosher all’intero governo. Egli continua la gloriosa tradizione del Partito laburista di prostituzione politica. Nel 1977, Moshe Dayan entrò nel nuovo governo di Menachem Begin e gli dette una certificazione kosher, quando Begin era considerato dal mondo intero un pericoloso avventuriero nazionalista. Nel 2001, Shimon Peres entrò nel nuovo governo di Ariel Sharon e gli dette una certificazione kosher, quando il mondo intero vedeva in Sharon il responsabile del massacro di Sabra e Shatila. Il Partito laburista è un partito di governo. Non è mai stato nient’altro. Già nel 1933 era succeduto al movimento sionista, e da allora ha governato lo Yishuv (la comunità ebraica prima del 1948 in Palestina) e lo stato ininterrottamente, fino all’ascesa al potere di Begin nel 1977. Per 44 anni consecutivi ha detenuto un potere incontrastato sull’economia, sull’esercito, sulla polizia, sui servizi di sicurezza, sul sistema scolastico, sul sistema sanitario e sull’Histadrut, l’allora potentissima confederazione sindacale. Il partito non è capace di fare opposizione. Non sa che cosa sia, e ancor meno sa cosa farsene.
Il Likud soffre della sindrome opposta. I loro predecessori sono stati all’opposizione durante i giorni dello Yishuv e nei primi 29 anni di vita dello stato. I membri del Likud hanno l’opposizione nel sangue. Anche oggi, dopo molti anni al governo (con alcune interruzioni), si comportano da opposizione. Sono gli eterni discriminati, infelici e risentiti, gente che guarda dentro da fuori, piena di odio e invidia.
Ehud Barak incarna la sindrome del suo partito. Tutto gli è dovuto. Il potere gli è dovuto, il Ministero della difesa gli è dovuto. Non sarei stato sorpreso se avesse insistito su una clausola nell’accordo di coalizione che lo nominasse Ministro della difesa a vita. I governi vanno e vengono, ma Ehud Barak deve essere il Ministro della difesa – sia il governo di destra o di sinistra, fascista o comunista, laico o teocratico.
Lo stato palestinese? Mai
Per quanto riguarda la questione più importante, c’è completa unanimità. Lieberman, Netanyahu, Barak, Ellie Yishai dello Shas e Danny Hershkovitz del partito della «Patria ebraica» hanno una totale sintonia sui palestinesi. Giudicano tutti necessario impedire che si costituisca un vero stato palestinese. Sono tutti d’accordo sul fatto di non parlare con Hamas. Tutti quanti sostengono gli insediamenti. Durante il mandato di Barak come primo ministro, gli insediamenti sono cresciuti ancor più velocemente che durante la permanenza in carica di Netanyahu. Lieberman è egli stesso un colono, il partito di Hershkovitz rappresenta i coloni. Dopo tutto, è stato Barak, non Netanyahu o Lieberman, a coniare lo slogan «Non abbiamo partner per la pace».
Quale sarà dunque la vera piattaforma di questo governo? In quattro parole: inganno per la patria. Ma sul percorso scelto da questo governo c’è un macigno enorme: gli Stati Uniti d’America. Mentre Israele ha fatto un grande balzo a destra, gli Usa hanno fatto un grande balzo a sinistra. È difficile immaginare un contrasto maggiore di quello tra Binyamin Netanyahu e Barack Obama. O di quello tra i due Bara(c)k: Barack Obama e Ehud Barak.
Netanyahu è consapevole di questo problema, forse più di qualunque altro leader israeliano. È cresciuto negli Usa dopo che suo padre, professore di storia a Gerusalemme, si sentì defraudato del posto che gli sarebbe spettato nel mondo accademico per le sue idee di estrema destra e andò in America. Lì Binyamin frequentò le scuole superiori e l’università. Parla correntemente l’inglese americano di un commesso viaggiatore.
Con Obama sarà scontro
Se c’è una cosa che unisce praticamente tutti gli israeliani, da destra a sinistra, è la convinzione che la relazione tra Israele e gli Usa sia cruciale per la sicurezza dello stato. Perciò la principale preoccupazione di Netanyahu è impedire una frattura seria tra i due paesi. Barak è stato ammesso al governo proprio per evitare un simile scontro. Netanyahu vuole recarsi in visita alla Casa Bianca con al suo fianco Barak, non Lieberman.
Lo scontro appare inevitabile. Obama vuole creare un nuovo ordine in Medio Oriente. Egli sa che il conflitto israelo-palestinese avvelena l’atmosfera contro l’America nel mondo arabo e – a dire il vero – in tutto il mondo musulmano. Vuole una soluzione del conflitto – proprio ciò che Netanyahu e soci vogliono impedire a qualsiasi prezzo, tranne il prezzo di una rottura con gli Usa. Come riuscirci?
La soluzione è scritta nella Bibbia (Proverbi 24:6): «Ché la guerra si fa con calcoli meditati». (Nella versione di re Giacomo, la parola ebraica Takhbulot è tradotta con «consiglio saggio». In ebraico moderno essa significa inganni, sotterfugi, stratagemmi – ed è questo il modo in cui la intendono oggi tutti coloro che parlano l’ebraico).
Fingere di fare la pace
Sin dal suo inizio, i leader del sionismo hanno sempre saputo che la loro visione necessitava di una grossa dose di finzione. È impossibile prendere il potere in un paese abitato da un altro popolo senza nascondere lo scopo, deviare l’attenzione, celare le azioni sul terreno dietro uno schermo di belle parole. Tutti gli stati mentono, naturalmente. Quattrocento anni fa un diplomatico britannico, Sir Henry Wotton, osservava: «Un ambasciatore è un uomo sincero mandato a mentire all’estero per il bene del suo paese». Per le speciali circostanze della loro impresa, forse i sionisti hanno dovuto usare l’inganno un po’ più del solito.
Ora bisogna presentare al mondo, e specialmente agli Usa e all’Europa, un’immagine falsa, fingendo che il nostro nuovo governo aspiri alla pace, mentre farà esattamente l’opposto.
Chi ha buone orecchie sente già Netanyahu, Lieberman e Barak cominciare a baloccarsi con la «iniziativa araba di pace». La Lega araba include 22 governi, alcuni dei quali collaborano con la leadership israeliana senza dare nell’occhio. Si può stare certi che non decideranno niente di concreto.
Ma per ingannare, come per ballare il tango, bisogna essere in due: chi inganna e chi vuole essere ingannato. Netanyahu pensa che Obama vorrà essere ingannato. Perché dovrebbe litigare con Israele e prendere di petto la potente lobby filo-israeliana e il Congresso americano, quando può accontentarsi delle parole rassicuranti di Netanyahu? Per non parlare dell’Europa, divisa e oppressa dalla colpa dell’Olocausto, e del patetico Tony Blair che si aggira come un fantasma inquieto.
Ma Obama è disposto a interpretare, come hanno fatto quasi tutti i suoi predecessori, il ruolo dell’amante ingannato? Il governo Biberman/Bibarak/Bibiyahu è convinto che la risposta sia un «sì» convinto. Io mi auguro che sarà un convinto no.

Uri Avnery

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