Essere obiettore di coscienza in Israele

A colloquio con Omri Evron

Paola Bizzarri

Israele non riconosce il diritto all’obiezione di coscienza. Chi obietta è costretto a indossare ugualmente la divisa. Fosse pure in carcere. «Durante la scuola primaria frequentavo una scuola bilingue e mista. Giocavamo tutti assieme. Non sapevo chi fosse arabo e chi ebreo». Lontana dall’ingenuità, questa constatazione assume contorni fermi e forti mentre viene pronunciata da un israeliano: Omri Evron. Omri è un giovanissimo refusnik, ossia un obiettore di coscienza. Ha appena 22 anni e, a soli 19, ha rifiutato di prestare il servizio militare nello Stato d’Israele. Per questa ragione è stato incarcerato e tenuto in isolamento per venti giorni. Da quando è uscito, alla sua attività presso il partito comunista israeliano combina viaggi in tutto il mondo, per raccontare ad altri giovani quali valori e sentimenti si muovono dietro un conflitto pluridecennale, fatto di sanguinose occupazioni belliche alle quali lui ha deciso di non unirsi. Ho raccolto la sua preziosa testimonianza a Torino, nel mese di febbraio 2009, mentre raccontava le ragioni della sua coraggiosa scelta al folto pubblico del Comitato di solidarietà con il popolo palestinese e della Rete-Eco (Ebrei contro l’occupazione).

Omri, la tua vita si divide tra un prima e un poi. Come vivevi prima di rifiutare il servizio militare?

Sono nato a Jaffa, “un’isola felice”, dove la convivenza tra israeliani e arabi è quotidiana. Poi mi sono trasferito per qualche anno negli Stati Uniti con la mia famiglia, nell’Ohio. A scuola aleggiava un dilagante anti-arabismo e io ero il solo a non provarlo. Ecco che cosa mi stupiva, prima. Poi siamo tornati in Israele, dove ho frequentato le scuole superiori.

Dopo il ritorno in Israele, sei diventato un refusnik…

Ebbene, a 19 anni avrei dovuto fare, come tutte le donne e gli uomini israeliani, il servizio militare, ma ho rifiutato e sono stato rinchiuso in un carcere militare. Sono un refusnik, sì. Per capire chi sono i refusnik, occorre ricordare a che cosa ci opponiamo: Israele presenta una società fortemente militarizzata e mobilitata. L’esercito svolge un ruolo molto importante e gli investimenti nel settore militare sono tra i più alti al mondo. I refusnik sono nati durante la prima guerra con il Libano. Allora si trattava di un movimento di riservisti che si rifiutava di uscire dai confini israeliani e di andare nei territori occupati. Al termine della seconda Intifada, i refusnik sono aumentati, non erano solo più semplici soldati, ma anche piloti e comandanti e sempre più studenti delle scuole superiori. Nel 2005, assieme a circa 300 studenti abbiamo scritto una lettera pubblica per spiegare le nostre ragioni (alla fine dell’articolo). Rimasi stupefatto dalle reazioni, il principale giornale d’Israele, radio e televisione si occuparono di noi, mentre venivamo duramente criticati dal presidente d’Israele, dal Capo del governo, dal ministro della Difesa, dal ministro dell’Educazione.

Che cosa succede a un refusnik?

Israele non riconosce il diritto all’obiezione di coscienza per motivi ideologici e non prevede servizio civile alternativo. Solo agli ebrei ortodossi è concesso di non fare il servizio militare per ragioni religiose. Chi, come me, rifiuta il servizio militare, viene prima mandato da uno psichiatra, poi convocato e inquadrato nell’esercito, subendo le regole militari. Chiaramente, non esistendo l’obiezione di coscienza, il processo si basa sul capo di imputazione di non aver obbedito ad un preciso ordine. Nel mio caso, quello di recarmi in un certo posto con l’uniforme. Anche nella prigione militare bisogna indossare l’uniforme, fornita direttamente dagli Stati Uniti. Io non volevo. E allora mi hanno impedito di mettermi qualunque altro vestito e sono rimasto in mutande per diversi giorni. In isolamento, senza telefono, senza comunicazioni con l’esterno, sono rimasto per un mese e mezzo. Alla fine mi hanno liberato per “cause di salute mentale”: l’esercito preferisce evitare il confronto con gli obiettori, preferisce dichiararli “inadatti” tramite una commissione militare, piuttosto che affrontarli ascoltandone le argomentazioni. La loro logica è isolarci. Israele prende di mira chi non ha fatto il servizio militare, vale a dire i refusnik e i cittadini israeliani palestinesi non possono prendere la patente, non possono ricevere i sussidi di disoccupazione, hanno difficoltà ad accedere all’università.

Qual è il tuo commento alle recenti elezioni in Israele?

Il mio partito interconfessionale, Hadash, è andato bene. Abbiamo registrato molti voti di ebrei ed è la prima volta, visto che normalmente viene considerato un partito di arabi. Lavoriamo per demilitarizzare la società israeliana, chiedendo allo Stato di riconoscere l’obiezione di coscienza. Dovendo commentare la vittoria della destra di Tipzi Livni, non posso che sottolineare che si fonda su concetti razzisti. Tuttavia si troverà a dover entrare in conflitto con i partiti ultra religiosi e si aprirà comunque un scontro nelle destre dovuto alle politiche laiche di Livni di fronte a forze molto religiose. Nel frattempo la volontà di risolvere il conflitto israelo-palestinese continua ad essere scarsa, prima con una scusa poi con l’altra: prima Arafat era un terrorista, poi Abu Mazen era troppo debole, ora si afferma che Hamas è troppo forte. E intanto le colonie si rafforzano. Credo che la comunità internazionale potrebbe fare molto, ma non c’è una volontà sufficiente, nonostante la maggior parte degli israeliani voglia vivere in pace. E così continuerà ad accadere che, a meno di vivere nei territori, la prima volta che un giovane israeliano incontra un palestinese è quando entra nell’esercito, magari di fronte ad un posto di blocco con un mitra in mano.

La lettera dei Refusnik

“Noi, 300 liceali, ragazze e ragazzi, cittadini israeliani che crediamo nel valore della democrazia, dell’umanesimo e del pluralismo, annunciamo che rifiuteremo di prendere parte alla politica d’occupazione e di oppressione decisa dal governo israeliano.
Le nostre origini sociali sono diverse, ma siamo tutti d’accordo che questi valori siano la base per l’esistenza di una società giusta. Ogni persona ha il diritto alla vita, all’uguaglianza, all’onore, alla libertà, che sono i diritti fondamentali dell’uomo. Il nostro obbligo civile e morale è operare in favore di questi diritti, rifiutando di partecipare alla politica di occupazione e oppressione.
L’occupazione porta alla perdita dell’umanità e di molte vite umane. Colpisce i diritti fondamentali di milioni di persone e causa ogni giorno sofferenza e morte. Porta alla confisca di terre, alla distruzione massiccia di case e di edifici pubblici, ad arresti e condanne a morte senza processo, alla tortura e uccisione di persone innocenti, produce fame, mancanza di cure mediche adeguate, punizioni collettive, costruzione e ingrandimento di insediamenti; è, in una parola, la negazione di ogni vita normale nei territori occupati e in Israele.
Questa flagrante violazione dei diritti umani va contro la nostra visione del mondo ed è contraria alle convenzioni internazionali firmate e ratificate dallo Stato d’Israele.
L’occupazione non contribuisce alla sicurezza dello Stato e dei suoi cittadini, ma all’opposto, la pregiudica. Fa crescere la disperazione e l’odio fra i palestinesi, incoraggia il terrorismo e fa continuare lo spargimento di sangue.
Una vera sicurezza sarà raggiunta solo con la fine dell’occupazione, con l’abbattimento del muro dell’Apartheid, e con un accordo di Pace fra lo Stato d’Israele, il popolo palestinese e il mondo arabo.
L’attuale politica dello Stato non deriva da una necessità militare, ma da una visione nazionalista e messianica. L’occupazione corrompe la società israeliana rendendola una società militarista, razzista, sciovinista e violenta. Israele spreca le sue risorse per perpetuare l’occupazione e la repressione nei territori occupati, quando molte centinaia di migliaia di cittadini israeliani vivono in una povertà vergognosa. Gli israeliani hanno subito negli ultimi anni un degrado di tutti i sistemi pubblici.
Educazione, sanità, infrastrutture, pensioni, servizi sociali, tutto quello che riguarda il benessere dei cittadini israeliani è trascurato per il mantenimento degli insediamenti, quando la maggior parte della popolazione è contraria ad essi.
Non possiamo guardare senza fare qualcosa. Questa situazione è una “liquidazione mirata” dell’uguaglianza.
Speriamo di vivere in una società giusta dove regni l’uguaglianza fra tutti i cittadini. La politica dell’occupazione e dell’oppressione impedisce questa visione e noi rifiutiamo di farne parte. Chiediamo di contribuire alla società per mezzo di una via alternativa che non colpisca gli esseri umani.
Chiamiamo tutti i giovani prossimi all’arruolamento e invitiamo tutti i soldati dell’esercito israeliano a chiedersi se vogliano far parte della politica di distruzione rischiando la propria vita. Crediamo che ci sia una via alternativa”.

http://www.solidarietainternazionale.it/anno-xx/n-0203-febmar-2009/132-essere-obiettore-di-coscienza-in-israele.html

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