Il governone delle colonie inquieta Usa ed Europa

Son passati due mesi dal voto in Israele e solo ieri è riuscito a insediarsi un governo. Si tratta della Grosse Koalition guidata dal falco del Likud Bibi Netanyahu (per la seconda volta capo dell’esecutivo) e che tiene dentro un po’ tutti meno Kadima che, ironia della sorte, secondo il responso delle urne risulterebbe il partito di maggioranza relativa con il 23% dei consensi.

Bibi accoglie i fascisti laici di Lieberman e quelli ortodossi dello Shas ma si dà una veste da moderato vantando il Labour Party tra le fila del governo con l’impudico Barak riconfermato alla Difesa, credendo così di qualificarsi come interlocutore credibile agli occhi degli alleati occidentali.

E tuttavia, fatto strano, almeno al momento a Bruxelles storcono il naso. Ieri Karel Schwarzenberg, ministro degli Esteri della Repubblica Ceca, presidente di turno della UE, ha dichiarato: “Non siamo felici di alcuni passi fatti dal governo israeliano (uscente), in particolare i lavori di costruzione (di case per coloni, ndr) nei pressi di Gerusalemme e anche l’accesso limitato (di aiuti umanitari) alla striscia di Gaza…E il nuovo governo israeliano non genera molta eccitazione”.

Pubblichiamo qui l’articolo di Michele Giorgio apparso su Il Manifesto di ieri, domani riporteremo l’analisi politica di Uri Avnery invece.

Il governone delle colonie inquieta Usa ed Europa

Ritorna alla guida di Israele il leader del Likud Benyamin Netanyahu, già primo ministro tra il 1996 e il 1999, fautore della cosiddetta «pace economica» con i palestinesi, ai quali non riconosce il diritto all’indipendenza ma solo quello al miglioramento delle condizioni economiche e all’autonomia amministrativa. Grazie alla foglia di fico offerta dai laburisti di Ehud Barak pronti a far parte del governo, oggi Netanyahu, alle 16 ora italiana, presenterà alla Knesset il suo governo che include oltre al Likud e i laburisti anche il partito di estrema destra Yisrael Beitenu di Avigdor Lieberman, accusato da più parti di razzismo contro i cittadini arabi di Israele, e ciononostante destinato ad occupare la prestigiosa poltrona di ministro degli esteri. Altre due formazioni, Shas (ortodossi sefarditi) e Casa ebraica (vicino al movimento dei coloni), fanno parte di questo esecutivo di destra che mette in allarme i palestinesi, il mondo arabo e, almeno in apparenza, anche Stati Uniti ed Europa.

Nubi nere e minacciose già si intravedono all’orizzonte e ieri, alla vigilia dell’insediamento del nuovo governo, l’avvocato generale dell’esercito israeliano, Avichai Mendelblit, ha ordinato la chiusura dell’inchiesta interna messa in moto dai racconti di alcuni soldati sulle uccisioni di civili palestinesi a Gaza, recentemente riportati dal quotidiano Ha’aretz. Secondo l’indagine interna gli episodi riferiti dalla stampa «erano basati su voci» e non su testimonianze dirette. I soldati, ha affermato Mendelblit, avrebbero ammesso di aver riferito questi fatti solo per sentito dire e di non avervi assistito.
Solo «una voce» sarebbe stato anche l’uso di fosforo bianco contro i civili di Gaza, ha continuato l’avvocato dell’esercito, fondata sul sentito dire e notizie provenienti dai media. Non hanno alcun valore per Mendelblit le inchieste di Amnesty International, quelle di Human rights watch e di altre organizzazioni israeliane e palestinesi e il rapporto presentato dal relatore speciale dell’Onu per i diritti umani Richard Falk.
Il governo della trojka Netanyahu-Barak-Lieberman, include una trentina di ministri e sette vice ministri: un numero così elevato che ci sarà bisogno di un nuovo tavolo per le riunioni di governo, ha notato con sarcasmo il sito web del quotidiano Ha’aretz. Un «governone» nato dalla necessità di accontentare i partner della coalizione e di placare le proteste nel Likud per la assegnazione dei ministeri più prestigiosi agli altri partiti. Netanyahu ieri sera appariva intenzionato a tenere per sé il dicastero delle finanze, fortemente richiesto dal suo compagno (e rivale) di partito Silvan Shalom, mentre altri esponenti del Likud che diventeranno ministri sono: Yaakov Neeman (giustizia), Gideon Saar (educazione), Yisrael Katz (trasporti), Moshe Yaalon (affari strategici), Gilad Erdan (protezione ambientale), Limor Livnat (sport e cultura) e Yuli Edelstein (probabile futuro ministro dei media e delle telecomunicazioni).
Yisrael Beiteinu, terza forza alla Knesset con 15 seggi, oltre agli esteri, avrà altri quattro ministeri. Cinque invece sono i ministeri assegnati alla foglia di fico laburista con Barak che resta alla difesa. Kadima, che pure ha vinto le elezioni del 10 febbraio, invece passa all’opposizione che, ha annunciato la leader Tzipi Livni, sarà “combattiva e responsabile” allo stesso tempo.
Netanyahu ieri alla Knesset ha lanciato messaggi «pacifisti» all’esterno ma da più parti si ritiene che il suo governo sia destinato a entrare in rotta di collisione non solo con i palestinesi, ma anche con Stati Uniti ed Europa, sulla colonizzazione ebraica della Cisgiordania occupata che è una priorità per le forze che formano la coalizione. Inclusi i laburisti, visto che Barak nelle scorse settimane ha approvato la costruzione di migliaia di alloggi per coloni tra Gerusalemme e l’insediamento di Maale Adumim. Secondo indiscrezioni l’Amministrazione Obama potrebbe congelare i cospicui prestiti agevolati garantiti a Israele. L’Ue potrebbe frenare lo sviluppo dei rapporti con lo Stato ebraico per costringere Netanyahu ad accettare la soluzione dei due stati. Si parla anche di un boicottaggio parziale di Lieberman.

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