Si approssima il 61° anniversario della Nakba: Israele chiude i T.O. e Obama invia auguri a Netanyahu.

aprile 29, 2009

Cisgiordania – Infopal.

Si avvicina il 61° anniversario della Nakba, il Disastro causato dalla pulizia etnica effettuata dalle bande sioniste in Palestina e dalla creazione dello stato di Israele sulle terre palestinesi. Per l’occasione, le autorità di occupazione israeliane hanno imposto una rigida chiusura degli accessi alla città occupata di Gerusalemme, proibendo l’entrata a tutti i cittadini della Cisgiordania, compresi quelli che dispongono dei permessi. Migliaia tra unità militari speciali e poliziotti sono stati disposti intorno ai posti di blocco, nelle strade e nei mercati della Città Santa, che si è tramutata in un’area di appostamenti militari priva di manifestazioni di vita ordinaria. Fonti locali palestinesi hanno avvertito che i coloni israeliani potrebbero sfruttare queste restrizioni per sferrare attacchi alla Moschea di al-Aqsa e ai gerosolimitani della città vecchia, come accade di solito in queste occasioni. Le stesse fonti hanno aggiunto che l’esercito ha issato bandiere israeliane in tutta la città, soprattutto nel centro storico e negli avamposti coloniali prossimi ai cancelli della moschea: un gesto che ha offeso i sentimenti dei cittadini palestinesi. Ieri, le agenzie internazionali hanno riferito degli auguri per il 61° anniversario inviati dal presidente Usa Barack Obama al governo di Israele. fonte: infopal


Gerusalemme Est, le demolizioni nei quartieri arabi non si fermano

aprile 27, 2009

di Andrea Dessi*

Circa 90 unità residenziali del quartiere arabo di al-Bustan di Gerusalemme Est rischiano di essere demolite.

La questione è stata al centro di una conferenza stampa che si è tenuta mercoledì 21 aprile nella “tenda della solidarietà” eretta mesi fa nel quartiere di Silwan a poche centinaia di metri dalla zona in cui si trovano le unità residenziali a rischio.

Mauread Corrigan Maguire (vincitrice del premio nobel per la pace nel ’76 per le sue attività nel Irlanda del Nord), Attalah Hana (Arcivescovo della Chiesa greco-ortodossa del patriarcato di Gerusalemme), Hatem Abdel Qader (membro del Consiglio legislativo palestinese – Plc) e Rabbi Yehiel Grenimann (membro dell’organizzazione Rabbis for Human Rights) hanno tutti denunciato il governo israeliano accusandolo di discriminare la popolazione araba della città e creare elementi di fatto sul terreno con lo scopo di promuovere la “ebraizzazione di Gerusalmme Est”.

“Credo che Israele si stia macchiando di una pulizia etnica della popolazione palestinese proprio qui a Gerusalemme est – ha dichiarato Corrigan Maguire durante il suo discorso riportato dalle maggiori fonti giornalistiche locali ed internazionali – Questa è la loro casa, la loro comunità. Li stanno buttando fuori per costruirci un parco”.

“Noi non vogliamo la violenza, ma vogliamo i diritti umani, dignità e l’uguaglianza democratica [..] il popolo palestinese [se li] merita” ha aggiunto la vincitrice del premio Nobel, che da anni ormai si interessa alle azioni di opposizione non-violente del popolo palestinese, e che nel 2007 dovette ricevere cure mediche dopo essere stata colpita con un proiettile rivestito di gomma durante la protesta settimanale contro il muro di separazione nel villaggio di Bil’in.

Allarme analogo ha espresso l’arcivescovo Attalah Hana, affermando che “la nostra lotta non è religiosa, non siamo contro la religione ebraica, siamo contro il movimento sionista che intende buttarci fuori di casa. Siamo qui per dare il nostro supporto alle persone che sono oppresse”.

Anche se ora sono i musulmani a rischiare di perdere le proprie abitazioni, “sappiamo che in seguito saranno i Cristiani”, ha detto Hana, aggiungendo che “qui noi non siamo ospiti e continueremo a combattere il razzismo, e lo spingere le persone ad abbandonare le proprie case costituisce un grado altissimo di razzismo. Siamo nati a Gerusalemme, rimarremmo a Gerusalemme e moriremo a Gerusalemme”.
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Un campo da calcio per riprendersi la terra a Zubeidat

aprile 25, 2009

Gli abitanti di Zubeidad, villaggio della Cisgiordania occupata a meno di 100 metri dall’insediamento illegale di coloni israeliani di Agamad , hanno spianato il fianco di una collina per creare un campo da calcio. Per anni i pastori del luogo hanno usato il fianco roccioso della collina per pascolare le loro greggi e i bambini di questo villaggio sovrappopolato hanno sempre giocato su questa altura sopra le loro case. Tuttavia progressivamente la gente ha smesso di andare sulla collina, scacciata dai ripetuti attacchi dei coloni, dalle jeep dell’esercito e da una torre di guardia militare distante solo pochi metri.

Tutto ciò ha privato i bambini del loro unico spazio per giocare.

Ci sono due scuole nel villaggio, frequentate da 700 bambini, ma non c’è abbastanza spazio per un campo da gioco. Gli edifici infatti sono addossati uno sull’altro tanto da render simile questo villaggio a un campo profughi e questa risulta essere una delle aree più densamente popolate della Palestina.

Creando un campo da calcio il sindaco di Zubeidat e la popolazione locale hanno voluto rivendicare il loro diritto a usare la terra: un atto di resistenza che anticipa il furto di quella stessa terra per mano dei coloni e dell’esercito. Gli abitanti di Zubeidat si son ritrovati tutti alle prime ore del mattino di un sabato di marzo e, con l’aiuto di 5 bulldozer, hanno spostato i massi in modo da spianare un grande campo da gioco. Cinque camion pieni di terra hanno infine terminato l’opera nel tardo pomeriggio.

Quando i coloni di Agaman hanno scoperto il tutto si sono avvicinati ai palestinesi dicendo loro di fermare i lavori con la pretesa che quella terra fosse di proprietà della colonia. Ma gli abitanti di Zubeidat non avevano alcuna intenzione di fermarsi, sono infatti tornati venerdì 10 aprile, sono tornati per continuare il proprio lavoro almeno fino all’arrivo dell’esercito che ha poi sequestrato i documenti di uno degli autisti dei mezzi impiegati nei lavori.

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Questo è solo l’inizio del progetto. Per ora hanno spianato un’ampia area e l’hanno coperta con 6000 m3 di terra. A progetto ultimato ci sarà un’area di gioco e un campo da calcio per le tre squadre – pulcini, ragazzi e adulti – del club giovanile locale che, nonostante tutte le difficoltà, sono considerate le “migliori della valle”.

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“Non accetteremo uno stato palestinese indipendente”

aprile 23, 2009

Um al-Fahem – Infopal. Parole pesanti del presidente del parlamento israeliano Reuvin Rivlin, membro del Likud, durante la sua visita alla città israeliana di Um al-Fahem. Rivlin ha infatti dichiarato alla stampa di non considerare l’Anp un partner valido con cui sostenere un dialogo, e che Israele non potrà convivere con uno stato palestinese sovrano in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. “Le aggressioni della Resistenza palestinese di Gaza contro Israele, che proseguono nonostante il ritiro israeliano”, confermerebbero “la pericolosità della nascita di un’entità statale amministrata dai palestinesi”.

Il presidente della Knesset ha proseguito dicendo: “Uno stato indipendente significa minaccia reale, ovvero il lancio di missili al-Qassam da Jenin contro le città israeliane vicine”, e ha aggiunto che, dall’altra parte, l’Anp “non è in grado di prendere decisioni”. No alla soluzione dei due stati. Secondo Rivlin, avvocato, un legale non può svolgere trattative con un altro “su una casa che il secondo non ha il potere di vendere o acquistare”. Allo stesso modo, “‘Abbas non riesce a esercitare alcun potere sul suo popolo ed è presidente solo sulla carta, mentre chi comanda realmente è Isma‘il Haniyah”. Per quanto riguarda le trattative con i palestinesi volte a “riconoscere l’ebraicità d’Israele con capitale Gerusalemme”, il politico israeliano ha spiegato che “il mondo ci ha sempre visti come uno stato ebraico: ciò fu già dichiarato dallo storico presidente americano Harry Truman. Tuttavia, questo non significa espellere i cittadini arabi”. Ha poi considerato la proposta di “pace economica” del primo ministro Benjamin Netanyahu “un buon inizio” per i rapporti fra i due popoli: il beneficio che otterrebbero dallo sviluppo economico li renderebbe infatti “meno propensi al conflitto, perché entrambi ci perderebbero in caso di guerra, e sarebbero invece interessati a mantenere l’equilibrio. Per questo è necessario tentare di porre le basi per la pace, migliorando le condizioni dei palestinesi”. E a chi gli domanda perché ignori il rifiuto opposto dalla comunità internazionale all’occupazione israeliana, Rivlin risponde che “non esiste alcuna occupazione”, e che sono stati “i terroristi, con le loro aggressioni, a riportare l’esercito d’occupazione a Gaza e in Cisgiordania dopo il suo ritiro”.

La visita alla città di Um al-Fahem è la prima di Rivlin da presidente della Knesset, a circa un mese dalla visita provocatoria degli estremisti ebrei nello stesso luogo. Rivlin ha visitato le associazioni della città e ha incontrato il sindaco Shaykh Khaled Hamdan, al quale ha dichiarato di non essere giunto a causa dei disordini avvenuti recentemente nella città, ma di essere in visita ad Um al-Fahem come in una normale città israeliana, per confermare che “arabi ed ebrei possono convivere di comune accordo”.Il presidente del parlamento ha così sostenuto l’uguaglianza tra i palestinesi dei territori occupati nel ‘48 e gli altri cittadini d’Israele all’interno di uno stato ebraico democratico, chiarendo che ai primi “non è richiesto di aderire in modo incondizionato ai simboli autentici d’Israele, come ad esempio l’inno nazionale, pieno di contenuti sionisti”.

fonte: infopal


La chiave di volta è la sottomissione a Israele

aprile 21, 2009

I paesi dell'Unione Europea se ne vanno durante il discorso del leader iraniano

Seconda conferenza ONU sul razzismo. Obbiettivo? Stilare gli esempi più evidenti di razzismo nel mondo e cercarvi una soluzione. La prima conferenza di questo tipo avvenne nel 2001. Non parteciparono USA e Israele che lo tacciarono come un carosello anti-israeliano.

“Sono scioccata e profondamente delusa dalla decisione degli Stati Uniti di non partecipare a una conferenza che punta a combattere il razzismo, la xenofobia, la discriminazione razziale e altre forme d’intolleranza presenti in tutto il mondo” ha detto testualmente l’Alto Commissario dell’Onu per i Diritti umani Navi Pillay, in una dichiarazione pubblicata ieri sul sito web ufficiale della conferenza.

Il programma d’azione di Durban 2 sottoscrive per intero quello già stilato nella prima conferenza del 2001 dove si condannava esplicitamente Israele per la politica razzista nei confronti del popolo palestinese, sottolineando “l’inalienabile diritto del popolo palestinese all’auto-determinazione e alla creazione di uno stato indipendente”. Il documento affermava anche che “l’Olocausto non deve mai essere dimenticato”.

Nonostante il documento di 17 pagine relativo all’incontro di quest’anno ometta invece qualsiasi riferimento ai palestinesi, gli Usa ritengono che la bozza attuale non sia sufficiente a negare le sezioni offensive della dichiarazione di otto anni fa.

A queste preoccupazioni, l’Alto Commissario ha risposto: “Credo che questa difficoltà si sarebbe potuta superare. Sarebbe stato possibile chiarire in una nota che gli USA non avevano condiviso il documento originale, e che di conseguenza non avrebbero sottoscritto nemmeno questo: il che nei negoziati multilaterali è una pratica di routine, volta a costruire consenso permettendo contemporaneamente l’espressione di posizioni individuali… Dopodiché saremmo potuti andare avanti tutti insieme, lasciandoci alle spalle i problemi del 2001.” La stessa Pillay ha proseguito dicendo: “Non riesco a vedere perché, dal momento che il Medio Oriente non è stato menzionato nell’ultima bozza, la politica relativa a quest’area continui a interferire nel processo (di dialogo, ndr)”.

L’atteggiamento statunitense di totale parzialità nei confronti di Israele e dei crimini da esso commessi, evidenziano inequivocabilmente la continuità delle amministrazioni Bush e Obama nei confronti della politica estera mediorientale.

Per quanto riguarda, invece, il nostro Paese, va ricordato che la settimana scorsa, il Consiglio d’Europa ha “bacchettato” l’Italia accusandola di aver fatto “passi insufficienti nella giusta direzione sul fronte della lotta al razzismo, per assicurare eguali diritti alle popolazioni Rom e Sinti, per chiarire la propria posizione in merito alla politica migratoria adottata” (http://www.rassegna.it/articoli/2009/04/16/45749/razzismo-consiglio-deuropa-bacchetta-italia). «Avevamo previsto tutto, siamo stati preveggenti. È successo – ha spiegato il premier ai giornalisti – quello che immaginavamo potesse succedere»esclama il nostro grande Premier. Frattini invece manifesta il suo scetticismo per un possibile accordo al vertice Onu di Ginevra. Per il ministro un accordo possibile significherebbe far sparire dal documento finale ogni riferimento a Israele come Paese razzista. D’altronde si è congratulato con Lieberman per la sua nomina a ministro.

Ma ieri è successo di più. Parte di quelli che c’erano se ne sono andati. Perchè? Ancora per la paura di trattare tematiche inerenti a Israele.

Ieri Ahmadinejad ha infatti criticato l’istituzione di “un governo razzista” in Medio Oriente dopo il 1945, alludendo chiaramente a Israele: «Dopo la fine della Seconda guerra mondiale gli Alleati sono ricorsi all’aggressione militare per privare delle loro terre una nazione intera sotto il pretesto delle sofferenze degli ebrei. Hanno inviato migranti dall’Europa, dagli Stati Uniti e dal mondo per istituire un governo razzista nella Palestina occupata»«È necessario mettere fine agli abusi dei sionisti e di chi li sostiene»

Gli Stati dell’Unione Europea hanno preso i piedi e se ne sono andati dalla sala. L’Italia non ha potuto farlo solo perchè preventivamente non c’era, come pure Israele, Canada, Australia, Olanda, Germania e Svezia. Coscienza sporca?

Ma il presidente Ahmadinejad ha ricevuto anche applausi dalla platea: la prima volta quando ha accusato “gli Stati occidentali di essere rimasti in silenzio di fronte ai crimini commessi da Israele a Gaza” e la seconda volta quando ha detto che occorre “rivedere le organizzazioni internazionali e il loro modo di lavorare”. Consensi al presidente iraniano sono arrivati anche quando ha parlato della crisi economica mondiale sottolineando che “continua ad aggravarsi e non ci sono speranze che possa essere superata”.

Ancora una volta l’ONU ha dimostrato di non valere nulla in campo internazionale, e il mondo si è dimostrato per quello che è: sottomesso a Israele. Il pensiero che si metta il veto all’associazione razzismo+israele è incredibile nel momento in cui tutti sanno che anche i cittadini israeliani di origine palestinese sono considerati di seconda classe e esclusi dai più elementari diritti del cittadino comune (poichè non-ebrei). Giusto l’altro giorno Netanyahu ha affermato che Israele deve essere riconosciuta come solo ebraica, dimenticandosi forse che più di un quinto dei suoi cittadini è musulmano o cristiano. Un cittadino israeliano non-ebreo va incontro a:

discriminazioni nelle scuole

la legge sul rientro (viene offerta  la cittadinanza israeliana a qualunque ebreo del mondo dietro richiesta, mentre la si nega alle numerose etnie non-ebree che abitano però in quei territori da decenni)

impossibilità di arruolamento

mancato riconoscimento di villaggi

conseguente mancanza di servizi base come quelli idrici

divieto ai palestinesi sposati con israeliani di vivere in Israele

impossibilità di manifestazione (repressione tramite esercito, vedi 2000)

proposta politica del transfer (i non-ebrei essendo in crescita in uno stato ebreo sono invitati o ad accettare una cittadinanza di seconda classe o ad andarsene, questo porta a un sempre maggior numero di cartelli o manifesti inneggianti all’esplulsione dei cittadini israeliani palestinesi)     maggiori informazioni qui

Per non parlare poi dei Palestinesi dei territori occupati, ai quali una cittadinanza e dei diritti sono negati.

[fra le fonti infopal, ansa, corriere della sera…]


GianoRai

aprile 12, 2009

E’ sempre sorprendente vedere la schizofrenia dell’informazione italiana. Questa volta prendiamo in esame la RAI e ciò che ci ha offerto in questi ultimi giorni, due esempi di giornalismo agli antipodi.

Andiamo sul blog Medioriente della Rai, curato dall’ormai celebre Claudio Pagliara, dipendente della pubblica tv e quindi stipendiato da tutti noi. http://medioriente.blog.rai.it/2009/04/08/ichpati-coinvolto.  L’ultimo intervento si intitola Ichpati (partecipe) e contiene una profondissima riflessione di Pagliara:

… Alla terza chiamata,  metto giù il telefono fisso e rispondo. Suzane vuole  accertarsi che i miei cari, in Italia, stanno bene. Ha visto alla televisione le immagini del terremoto. […]Riattacco. Sono sorpreso. Suzane non e’ una cara amica. Ci conosciamo solo telefonicamente. […]E’ cosi Israele. Quando succede una qualunque disgrazia, tutti telefonano a tutti. Il Paese e’ piccolo, le famiglie estese, una connessione con le vittime rientra nell’ordine delle cose  possibili. C’e’ un termine ebraico per definire questo tratto distintivo dell’israeliano medio: “ichpati”, interessato, partecipe alle altrui sofferenze. Il  terremoto dell’Aquila ha avuto una grande eco in Israele. Ha cacciato  dalle prime pagine Hamas e Iran. “Ichpati”, ma non solo.  l’Italia e’ sempre più visitata, sempre più  amata:  scherzando, ma non troppo, mi vien da dire, a volte, che sta diventando la seconda Terra Promessa.

Ora prendiamo il telecomando e mettiamo su RaiNews24…sembrerà impossibile ma ai nostri occhi c’è un servizio su Gaza! La tv pubblica allora non ha dimenticato Gaza! Sapete…ora che non ci sono più “morti violente” l’attenzione cala, le morti di inedia o di lente malattie non fanno mica ascolti! Vediamolo…

…e anche un servizio interessante! Ancor più interessante perchè è l’unico di questo tenore apparso finora! Peccato solo sia su RaiNews24 che, chi non ha il digitale o il decoder, non può vedere e che, comunque, non è certo uno dei tre canali principali della tv pubblica.

Riassumento: mentre Pagliara elogia la sensibilità israeliana che si preoccupa per i terremoti lontani km da casa ma non per i morti gazawi a due passi (nè tantomeno per il governo fascista che ha votato) Molinari non si limita a rispondere a una telefonata al cellulare, no, ma si reca a Gaza, in Palestina, di persona e non guardandola da Israele come faceva Pagliara ai suoi glorisi tempi, e rende pubblico come gli aiuti umanitari ANCORA non passino a Gaza. Informa su come quella striscia di terra viva ancora sotto assedio ed embargo, nonostante il 1600 morti sacrificati sull’altare. Forse non bastano per i grandi dei israeliani, anzi sicuramente non bastano. e mentre quel territorio occupato sta sempre peggio Israele pretende anche di avere il diritto di dire “se sarà necessario, ribombarderemo Gaza”. Non ce n’è bisogno, come da una quarantina di anni. E non c’è proprio bisogno che l’Italia diventi la seconda terra promessa, ce ne basta una che fa per mille con la sua violenza.

Questa è la tv pubblica.



Primi frutti del boicottaggio

aprile 11, 2009

Da http://www.ilmanifesto.it del 9 aprile

di Michelangelo Cocco

BOICOTTAGGIO

Le aziende di Tel Aviv colpite E la Fiom si schiera

Il 4 febbraio scorso i lavoratori del porto di Durban iscritti al Cosatu – la principale confederazione sindacale nazionale – si sono rifiutati di scaricare le merci trasportate nello scalo sudafricano da una nave israeliana. Pochi giorni dopo l’Hampshire college del Massachusetts lanciava la sua campagna di boicottaggio contro 200 aziende (tra cui Caterpillar, Motorola, General electric, Terex) accusate di fornire materiali e servizi all’esercito di Tel Aviv che da 42 anni occupa la Cisgiordania. Nel 1977 l’Hampshire fu la prima istituzione culturale statunitense a disinvestire dal Sudafrica segregazionista, mentre i portuali di Durban hanno espresso la loro solidarietà ai palestinesi rispolverando la forma di protesta introdotta dai loro compagni scandinavi nel 1963 – quattro anni dopo la nascita del Movimento anti-apartheid – quando incrociarono le braccia per bloccare i carichi provenienti dal regime segregazionista di Pretoria. A questi due casi fortemente simbolici, nelle ultime settimane se ne sono aggiunti decine di altri che hanno dato nuova linfa al movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds) contro Israele. Lanciata nel 2005 sotto forma di appello da parte di 170 organizzazioni della società civile palestinese, la campagna Bds si propone di «esercitare una pressione non violenta per portare lo Stato d’Israele a cessare le sue violazioni del diritto internazionale». Non c’è dubbio che a far guadagnare alla causa l’appoggio di istituzioni che vanno dai sindacati norvegesi ai docenti e impiegati universitari del Quebec, a decine di ong in Gran Bretagna e negli Stati Uniti sia stata la recente offensiva israeliana contro Gaza, col suo lascito di oltre 1.300 palestinesi uccisi in tre settimane di bombardamenti. E a dare sanzione ufficiale ai successi del movimento Bds ci ha pensato, il 30 marzo scorso, la Confindustria israeliana. Leggi il seguito di questo post »