L’acqua, questione centrale dell’occupazione della Palestina

Iniziano oggi a Istanbul i lavori del World Water Forum.  I rappresentanti  degli stati s’incontrano per stabilire un governo mondiale dell’acqua: in altri termini si riuniscono per approntare a livello globale politiche di privatizzazione delle acque.

Riportiamo un articolo di un anno e mezzo fa tratto dal sito del forum nazionale dei movimenti per l’acqua (www.acquabenecomune.org) che esamina il problema delle acque in relazione alla Palestina: risorsa strategica fondamentale e perciò fattore fondamentale dell’economia politica della regione sia per i palestinesi sia per Israele e la sua politica d’occupazione.

Sud della Strisci di Gaza: in attesa di riempire i bidoni dacqua al centro di distribuzione ONU

Sud della Strisci di Gaza: in attesa di riempire i bidoni d'acqua al centro di distribuzione ONU

Approfittiamo dell’occasione anche per pubblicizzare gli incontri che si terranno il 19 e il 20 di marzo alle 16:30 nell’aula 15 della facoltà di Lettere e Filosofia di Cagliari e che svilupperanno le problematiche e le pratiche di lotta legate alla difesa delle acque pubbliche.  In calce all’articolo il programma degli incontri.

L’acqua, questione centrale dell’occupazione della Palestina

di André Rousseau
A nome del “Collectif Girondin de Soutien au Peuple Palestinien”

(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

Martedì, 12 giugno 2007

Come in tutte le regioni aride, nel Vicino Oriente la questione dell’acqua è fondamentalmente politica. Presente fin dai primi insediamenti delle colonie, la questione è divenuta un problema centrale nella Palestina occupata e nel Golan annesso, e fa testimonianza della politica discriminatoria di Tel-Aviv. Vitale per Israele, il problema idrico sta al centro di tutta la sua strategia militare e colonizzatrice.
Il Vicino Oriente è una terra arida. Se ci si limita alle tre regioni dove il problema dell’acqua si pone con maggior acutezza, vale a dire la Giordania, Israele e i Territori Palestinesi, si constata che l’effettivo sfruttamento delle risorse idriche, per soddisfare la domanda attuale, è molto vicino, fors’anche superiore, a quello dell’effettiva disponibilità. Così, nel 1994, il consumo d’acqua in Israele supera i 2.000 milioni di metri cubi all’anno, quando le risorse rinnovabili non superano i 1.500 milioni di metri cubi annui. In Giordania, nel 1999 la carenza d’acqua ammonta a 155 milioni di metri cubi e le falde freatiche sono sottoposte ad un ultrapompaggio del 180%. Il caso è ancora più eclatante nella striscia di Gaza che sfrutta le sue risorse rinnovabili per il 217%, cosa che pone dei problemi importanti, tanto per la qualità dell’acqua emunta dalle falde, che per il futuro, con il rischio di portare a secco queste falde, molte delle quali quasi non si ricostituiscono più.

Cronistoria

Già nel1919, Chaim Weizman, alla testa dell’Organizzazione Sionista Mondiale, scrive al Primo Ministro inglese Lloyd George che «il futuro economico della Palestina, nel suo complesso, dipende dal suo approvvigionamento di acqua, per l’irrigazione e per la produzione di energia elettrica». Le frontiere che venivano richieste inglobavano, oltre alla Palestina, il Golan e i Monti Ermon in Siria, il sud del Libano e la riva est del Giordano. Un anno più tardi, nell’ottobre 1920, lo stesso C. Weizman scrive al ministro per gli Affari Esteri : «Se la Palestina venisse amputata del Litani, dell’Alto Giordano e dello Yarmouk, per non parlare della sponda occidentale del mar di Galilea (Lago di Tiberiade), non potrebbe essere indipendente dal punto di vista economico. E una Palestina debole e misera non sarebbe di alcuna utilità per alcuna potenza.».
Nel 1941, David Ben Gurion dichiara : «Noi dobbiamo ricordarci che, per pervenire al radicamento dello Stato ebraico, sarà necessario che le acque del Giordano e del Litani siano incluse all’interno delle nostre frontiere ». Fin dal principio, Ben Gurion e Moshe Dayan erano sostenitori dell’invasione del sud del Libano, fino al Litani. Nel 1954, Dayan proclamava: «La sola cosa necessaria è di trovare un ufficiale (libanese), anche solo un Maggiore…potremmo sia convincerlo che comprarlo, in modo che proclami se stesso essere il salvatore della popolazione maronita (cristiana). Allora l’esercito israeliano potrebbe entrare in Libano, occupare i territori opportuni e insediare al potere un regime cristiano, che diverrebbe associato di Israele. Il territorio a sud del Litani sarebbe totalmente annesso e tutto sarebbe perfetto». Come si può vedere, le successive invasioni del (sud)-Libano erano programmate da lunga data! Dal 1953, Israele comincia a deviare le acque del Lago di Tiberiade per irrigare il litorale e il Negev, senza consultare la Siria e nemmeno la Giordania, e preleva una parte delle acque dal Giordano. Nel 1964 il National Water Carrier, (Trasporto dell’Acqua attraverso canalizzazioni), (in rosso sulla cartina 1) è operativo. Di conseguenza, la Siria e la Giordania intraprendono la costruzione di dighe sullo Yarmouk e la deviazione del Baniyas per trattenere l’acqua a monte del Lago di Tiberiade e quindi impedire ad Israele di prelevarla dal Lago. Israele li accusa di essere aggressori e bombarda i lavori, fino allo scatenare la guerra dei Sei Giorni. Inoltre, il Libano sospetta che Israele pompi le sue acque sotterranee dopo il Bacino dell’Hasbani River [1].

(Figura 1 : carta delle fonti d’acqua in Palestina)
La guerra del 1967 consente ad Israele di accaparrarsi delle risorse d’acqua di Gaza, della Cis-Giordania e del Golan. Nel 1978, questo Stato di Israele invade il sud del Libano e devia per pompaggio una parte del Litani, fino al 2000, data in cui deve ritirarsi in seguito alla resistenza di Hezbollah installatasi in questa regione. L’annessione del Golan, soprannominato il «castello dell’acqua», permette il controllo del bacino di alimentazione a monte del Giordano, e si traduce nell’espulsione della maggioranza della popolazione, (100.000 persone), cosa che, con un’unica mossa, permette ad Israele anche di recuperare l’acqua che non viene più consumata dai locali.
Nel 1994, Israele e la Giordania sottoscrivono un trattato di pace con una clausola sull’acqua sfavorevole ai Giordani. Con la Siria, che propone un negoziato generale, soprattutto sull’acqua, in cambio del ritiro totale degli occupanti dal Golan, le discussioni riprese nel 1999 vengono bruscamente interrotte da Ehoud Barak. Quanto agli accordi di Oslo del 1993, anche se questi riconoscevano (formalmente) «i diritti dei Palestinesi all’acqua», essi rinviavano la loro negoziazione alle discussioni finali sullo statuto dei Territori Palestinesi..! Perfino dei responsabili Israeliani, definiti moderati, nel protocollo di Ginevra si sono rifiutati di impegnarsi sulle problematiche dell’acqua …

La politica israeliana dell’acqua

Fin dal 1936, Walter Clay Lowdermilk si era inspirato alle grandi opere, condotte allora nella Tennessee Valley negli Stati Uniti, per proporre l’insediamento di una «Jordan Valley Authority» posta sotto controllo internazionale. In gran parte, questa idea fu ripresa per la valle del Giordano dal Piano Johnston, dal nome di un inviato del Presidente americano Eisenhower, in vista di creare nel 1954-1955 un’autorità regionale, fondata su una cooperazione fra gli Stati bagnati dal Giordano, allo scopo di attribuire e gestire al meglio le risorse d’acqua. Ma Israele decideva altrimenti. La sua legislazione sull’acqua del 1959 rendeva le risorse idriche «una proprietà pubblica (…) sottoposta all’autorità dello Stato». Quindi, i principi normativi, e il valore economico e sociale della proprietà fondiaria, e delle risorse contenute in essa, venivano profondamente modificati. Allora, vede la nascita un sistema che impedisce ai Palestinesi di disporre liberamente delle loro risorse idriche, instaurando così una sistematica discriminazione.
Comunque, la politica messa in atto dopo il 1967 a Gaza e nella Cisgiordania è di un altro ordine di grandezza. Nei primi giorni dell’invasione della Cisgiordania e di Gaza, nel 1967, sono state introdotte due disposizioni:
1 – proibizione di qualsiasi nuova infrastruttura idrica, di perforazione e di nuovi pozzi, senza autorizzazione,
2 – confisca delle risorse idriche, che vengono dichiarate proprietà dello Stato, in conformità alla legislazione israeliana sull’acqua del 1959 di nazionalizzazione di questa risorsa.
Per applicare in queste regioni la sua legge sull’acqua, Israele usa ad oltranza ordinanze militari. Lo strumento principale della discriminazione è quello degli ostacoli imposti alle trivellazioni dei pozzi. Attualmente in Cisgiordania sono operativi 350 pozzi palestinesi. 23 di questi, che rappresentano il 6,5 % di tutti i pozzi, sono stati perforati dopo l’inizio dell’occupazione, a vantaggio esclusivo delle colonie di popolamento. Il diritto di scavare nuovi pozzi necessita di un permesso, rilasciato a discrezione delle autorità israeliane.
Dopo il 1975, vengono imposte delle quote di prelevamento di acqua e il loro superamento comporta pesanti sanzioni (sono stati installati dei contatori). La quantità d’acqua a disposizione degli agricoltori della Cisgiordania è congelata al 1967 : il plafond è fissato a 90-100 milioni di metri cubi all’anno, per 400 villaggi. All’opposto, la quantità d’acqua messa a disposizione delle colonie ebraiche è aumentata del 100% nel corso degli anni Ottanta.

Utilizzazione della «legge degli assenti»

Con il pretesto della sicurezza, la «legge sugli assenti» viene rafforzata attraverso la proclamazione di «zone ovvero regioni speciali». In conformità dell’ordinanza militare sulla «proprietà abbandonata», Israele prende possesso di queste terre, espropriando in questo modo una innumerevole quantità di pozzi, che erano stati utilizzati dai Palestinesi prima di subire l’esodo del 1948, e perciò considerati come «assenti». Per altro, la legislazione israeliana sottopone alcune regioni della Cisgiordania a regolamentazioni restrittive: «regioni sottoposte a razionamento», «distretti di drenaggio», «aree di sicurezza militare». È il caso di una striscia di terra lungo il Giordano, dichiarata «zona militare», che i Palestinesi utilizzavano a scopo di irrigazione. Queste misure limitano ancor di più l’accesso dei Palestinesi all’acqua, che deve essere acquistata ad alto prezzo – quello dell’acqua potabile – da parte dei contadini palestinesi che ne hanno necessità per irrigare i campi.
Prima del 1967, questa pratica era sconosciuta alle popolazioni palestinesi : per la Cisgiordania, le autorizzazioni da parte dell’autorità giordana riguardanti l’utilizzazione delle acque erano generalmente accordate. Nella Striscia di Gaza, prima del 1967, non esisteva alcun sistema di permessi e l’utilizzazione dell’acqua dipendeva dal diritto consuetudinario. In seguito, attraverso le ordinanze militari n° 450 e 451 del 1971, il diritto di concedere licenze di utilizzazione dell’acqua, prerogativa del Direttore del catasto giordano, veniva trasferito alle autorità israeliane. Secondo diverse fonti, dopo il 1967, sono stati concessi appena dai 5 ai 10 permessi. Parimenti, dopo il 1975, il rifacimento e la manutenzione dei pozzi sono sottoposti ad autorizzazioni israeliane, praticamente mai accordate. Comunque, Israele ha riconosciuto la sua politica di limitazione di nuovi permessi per i Palestinesi, però campando i pretesti del risparmio dell’acqua e del miglioramento dei metodi di irrigazione, che consentirebbero un’accresciuta produttività dell’agricoltura locale..!

La Mékorot

Queste pratiche discriminatorie sono istituzionalizzate: il governo israeliano, l’Agenzia ebraica e il Fondo nazionale ebraico (FNJ) controllano la Mékorot (Compagnia di gestione israeliana) e la Tahal (Compagnia di pianificazione delle risorse idriche di Israele), il cui obiettivo comune è il sostegno esclusivo degli interessi di Israele. L’integrazione dei servizi israeliani, imponendo una centralizzazione di queste compagnie ed eliminando la partecipazione delle popolazioni locali, pone i Territori palestinesi in una situazione di dipendenza giuridica ed amministrativa.
A partire dal 1967, la Mékorot ha sviluppato reti di distribuzione in favore di un profitto quasi esclusivo per le colonie. Lo sviluppo e la conservazione dei sistemi idrici municipalizzati palestinesi sono stati lasciati nell’abbandono, mentre la Mékorot controlla ed estende la sua rete di distribuzione. Nei settori palestinesi serviti dalla Mékorot, lo stato di manutenzione è tale che fino al 40% dell’acqua trasportata in Cisgiordania è persa in rete. Il sistema idrico palestinese è rimasto allo stesso livello del 1967. A Tulkarem, le perdite ammontano al 60%, a Ramallah al 20 %. E la creazione di infrastrutture idrauliche, che collegano le colonie di popolamento fra loro, rinserra i Territori palestinesi all’interno di un reticolato strettissimo. A Gaza, la situazione è ancora più drammatica, dato che la falda acquifera costiera super sfruttata viene infiltrata attualmente dall’acqua del mare. Per il futuro Stato palestinese, l’eventuale sganciamento della rete idrica si verificherà difficile ed oneroso.

Disparità di accesso e di prezzo

Ma non basta che esista la risorsa, bisogna ancora averne l’accesso, e i copri-fuoco e i blocchi continui della libera circolazione provocano condizioni drammatiche. Le distruzioni delle reti idriche e delle riserve obbligano far arrivare l’acqua tramite camions-cisterna, facendone rincarare il prezzo, che può arrivare fino a 40 NIS/metro cubo (più di 8 euro), vale a dire un prezzo quasi 10 volte più alto di quello inizialmente richiesto dalle municipalità. Nei Territori Occupati Palestinesi dal 1967, le reti idriche sono di frequente sotto il diretto controllo dei coloni, e costoro, a loro discrezione, bloccano le saracinesche di distribuzione in direzione dei villaggi palestinesi. Se gli Israeliani beneficiano dell’acqua corrente tutto l’anno, i Palestinesi sono vittime di interruzioni arbitrarie, in particolar modo durante l’estate.
Per quel che riguarda il prezzo pagato da un consumatore palestinese, in via di principio è lo stesso per un israeliano, però il PIL è 20 volte più elevato in Israele che in Cisgiordania. In realtà l’acqua è fortemente sovvenzionata per le colonie ebraiche, mentre un Palestinese deve pagarla 4 volte più cara di un colono per accedervi. In questo modo, una famiglia palestinese può impiegare parecchie centinaia di shekels al mese, mentre le sue entrate non superano i 1500 NIS mensili.
(1 NIS = 0.21 euro; 1 euro = 4,7 shekels).
In queste condizioni, l’Autorità Palestinese dell’Acqua, creata dal Trattato Oslo 1, faceva una ben magra figura prima di essere addirittura annullata dall’Oslo 2, dato che è la sola Israele a gestire i flussi. L’Autorità serviva soprattutto da valvola di sfogo di fronte al malcontento delle popolazioni palestinesi, ed essa ha perso la sua ragione di esistere con la distruzione sistematica delle infrastrutture (le fonti) e l’impossibilità di controllare lo stato di salubrità dell’acqua.

La situazione dei siti idrogeologici e la ripartizione del consumo dell’acqua

Il consumo medio ed annuale di un Israeliano (357 metri cubi) è quattro volte più elevato di quello di un Palestinese di Cisgiordania (84,6 metri cubi). Il consumo domestico di un cittadino israeliano è tre volte più elevato di quello di un palestinese. Il consumo agricolo è nello stesso modo largamente più elevato, e la politica israeliana di sovvenzioni incoraggia, di fatto, un consumo più elevato. Svantaggio doloroso per l’agricoltura palestinese : le colonie irrigano il 60% delle loro terre coltivate, contro il 45 % in Israele e il 6 % in Cisgiordania.
La legislazione descritta in precedenza consente ad Israele di soddisfare i suoi bisogni di acqua grazie alle deviazioni normative che si apparentano a delle autentiche spoliazioni.
(vedere la figura 1 per quello che segue).

- Dopo il 1967, la conquista del Golan ha permesso ad Israele di disporre del fiume Baniyas, così come delle falde e dei corsi d’acqua che percorrono il Monte e che gli assegnano il suo soprannome di castello d’acqua. Il Golan apporta ad Israele più di 250 milioni di metri cubi d’acqua all’anno. Il Golan e lo Yarmouk forniscono quasi un terzo dell’acqua destinata al consumo totale israeliano. In aggiunta, il 75 % delle acque del Giordano sono deviate da Israele prima che queste bagnino i Territori.

- In Cisgiordania, tre falde acquifere forniscono un altro terzo delle riserve idriche ad Israele, che consuma quasi l’ 86 % dell’acqua della regione. Dopo più di trent’anni di occupazione, qualcosa come 180 villaggi della Cisgiordania non sono ancora collegati ad un sistema di distribuzione. Il controllo delle sorgenti d’acqua sta nelle mani della Compagnia israeliana Mekorot, che eroga ogni anno 110 milioni di metri cubi al milione e mezzo di Palestinesi (cioè 73 metri cubi per abitante), 30 milioni di metri cubi ai 140.000 coloni (vale a dire 214 metri cubi per colono), mentre 460 milioni di metri cubi partono per Israele.
Questa Compagnia pratica non solo una distribuzione discriminatoria, ma anche delle tariffe discrezionali. La Mekorot fa pagare agli Israeliani 0,7 $ al metro cubo per uso domestico e 0,16 $ per uso agricolo, mentre non esistono prezzi differenziati per i Palestinesi, che devono pagare sempre 1,20 $ al metro cubo. Fortunatamente, queste falde si rigenerano facilmente grazie alle precipitazioni abbondanti.

- A Gaza, la superficie territoriale è piccola e le precipitazioni sono deboli e scarse. Si valuta che solamente 35 milioni di metri cubi penetrano nel terreno per guadagnare la falda freatica. Visto l’aumento della popolazione (dalle 50.000 persone prima del 1948, si è passati a 1,2 milioni di oggi, fatto che porta a corrispondere ad ogni abitante 29 metri cubi di acqua all’anno!), questa falda d’acqua è supersfruttata, e il 70% delle sue sorgenti è compromesso. Inoltre, gli Israeliani pompano a tutto spiano vicino alla Striscia di Gaza e seccano i pozzi palestinesi, la cui acqua disponibile risulta salmastra e oramai inquinata. Non esistono corsi d’acqua nella striscia di Gaza, ma un Wadi che raccoglie le acque di molti wadi della regione. Gli Israeliani hanno disposto piccoli sbarramenti su questi wadi e la sola acqua che scorre ormai nel Wadi Gaza è quella già usata e non ritrattata della città di Gaza…. La Striscia di Gaza ha fino a questo momento ricevuto un certo sostegno internazionale per risolvere in parte la crisi dell’acqua (dissalazione, importazione di acqua, e lotta contro l’inquinamento), ma tutto questo risulta insufficiente in rapporto alla domanda locale.

Conseguenze sull’ambiente

Comprensivo di tutti gli usi, il consumo medio in acqua da parte dei Palestinesi in Cisgiordania e a Gaza viene rappresentato dai circa 150 metri cubi per persona all’anno, mentre i coloni della Cisgiordania ne consumano a testa dai 700 agli 800 metri cubi annui. Ne consegue il supersfruttamento delle acque sotterranee. Dopo l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza, circa il 75% delle città e dei villaggi palestinesi non ricevono acqua che per solo poche ore alla settimana, e la popolazione viene quindi obbligata a farne riserva in bidoni, che presentano condizioni igieniche precarie e rischiose, mentre le postazioni militari israeliane e le colonie sono alimentate 24 ore su 24. I coloni vivono come se si trovassero in una regione dell’Europa, mentre la popolazione palestinese ha sempre amministrato con parsimonia la sua acqua, consapevole dell’aridità della regione. Di più, lo sviluppo agricolo israeliano viene gestito in contraddizione con le risorse d’acqua disponibili. I Palestinesi non hanno il diritto di perforare pozzi, mentre i coloni lo possono fare e sempre più a grandi profondità (dai 300 ai 500 metri). Inoltre, non solo viene proibito ai Palestinesi di perforare dei nuovi pozzi senza l’autorizzazione militare israeliana, ma soprattutto i loro pozzi non possono arrivare oltre i 140 metri di profondità, mentre quelli dei coloni hanno la potenzialità di arrivare oltre gli 800 metri.

Inasprimento della situazione

Dopo la seconda Intifada, la situazione si è ulteriormente degradata, dopo che l’esercito israeliano e i coloni hanno aggredito in maniera sistematica i pozzi, impedendo ai Palestinesi di avere accesso all’acqua, e in questo modo si tenta di indurli ad andarsene. Di fatto, il prezzo di acquisto dei serbatoi dell’acqua è aumentato in modo considerevole, passando dai 3 $ per metro cubo ai 7 $. Gli elicotteri israeliani bombardano i serbatoi sui tetti delle case, e perfino i pozzi importanti, come è avvenuto a Rafah.
L’acqua delle falde acquifere della Cisgiordania viene rivendicata dai Palestinesi, che sottolineano come Israele sfrutti i loro pozzi profondi e l’ 80-90 % delle falde di loro spettanza, visto che queste falde si trovano sotto le colline della Cisgiordania. Inoltre, i Palestinesi ritengono che lo Stato di Israele abbia violato la Convenzione di Ginevra, (che regola lo statu quo dei suoli dei territori occupati), scavando pozzi per i suoi insediamenti, mentre nel contempo congelava lo sfruttamento palestinese dell’acqua. D’altro canto, questi pozzi avrebbe portato a secchezza quelli meno profondi dei villaggi tradizionali.
Per Gaza, il problema deriva dai pozzi scavati nella falda freatica. Secondo l’Autorità palestinese, gli Israeliani hanno pompato acqua dalle falde nelle immediate adiacenze della Striscia di Gaza, procurando così la forte salinizzazione attuale dei pozzi. Aggiungiamo che il 31 % delle comunità palestinesi non sono allacciate : dipendono dalla Mékorot, che fa quel che vuole, e spesso si ritrovano non alimentate, sia per il fatto che i camions cisterna vengono bloccati ai check points, sia perché l’acqua risulta salmastra, come a Gaza e sulla falda freatica orientale in Cisgiordania.

Il vero ruolo del Muro e la politica di annessione

È nel nome di una pretesa – e illusoria – sicurezza che le Amministrazioni israeliane che si sono succedute hanno rifiutato di applicare le risoluzioni dell’ONU che intimavano l’ordine di rientrare nelle frontiere del 1967 – definite come la «linea verde»-, e in particolare di restituire alla Siria le alture del Golan. In realtà, la politica dei «fatti compiuti», guidata dalla volontà palese di conquista territoriale di Israele (il sogno della «Grande Israele biblica» di certi dirigenti israeliani), soprattutto ha per obiettivo quello di mettere le mani sul 90% delle risorse idriche della regione, cosa che dovrebbe diventare effettiva quando il Muro sarà terminato. Si dà per scontato che questa politica, pianificata per cacciare i Palestinesi dalla Cisgiordania attraverso la limitazione all’accesso e il prosciugamento delle loro risorse idriche, non sia oggetto del biasimo internazionale…Cosa che si può giudicare sul terreno: il tracciato del Muro segue una logica deliberata, il massimo di terra, il minimo di popolazione, in vista dell’annessione e dell’espansione futura delle colonie. Il tracciato segue accuratamente le principali colonie, ma la sua installazione serve anche per prendere possesso delle terre migliori e per racchiudere gli accessi ottimali all’acqua. Separare i pozzi dalle terre provoca l’inaridimento delle coltivazioni, la perdita degli investimenti e dei raccolti, e di conseguenza l’abbandono dei territori e il loro recupero da parte di Israele a titolo di «legge» sui «terreni non coltivati».
Ad esempio, nelle regioni di Qalqiliya e Tulkarem (vedere la figura 2), nel giugno 2003, più del 50 % delle terre irrigate sono state isolate e più del 5 % rovinate definitivamente, 50 pozzi su 140 e 200 cisterne si sono ritrovate isolate o in una zona cuscinetto, 30 km di reti di irrigazione e 25 pozzi e serbatoi sono stati distrutti, affliggendo 51 municipalità, ossia più di 200.000 persone, e il 40% di queste si sono trovate senza risorse idriche.
Un rapporto dell’ONU indica che fra la firma degli accordi di Oslo del 1993 e del 1999, sono stati distrutti 780 pozzi che fornivano acqua per uso domestico e per l’irrigazione.
Quanto ai settori dove, malgrado tutto, sussistono ancora alcune produzioni, come le serre di Qalqiliya, la chiusura delle vie di comunicazione rende impossibile qualsiasi commercializzazione. La contenzione concentrazionaria, già effettiva a Gaza per più di 10 anni, oggigiorno con la costruzione del Muro in Cisgiordania viene accelerata. A Rafah, nella Striscia di Gaza, dove la demolizione sistematica di centinaia di abitazioni è stata messa in atto dall’esercito di Israele, le infrastrutture del tipo serbatoi, condotte idriche e acquedotti pubblici sono stati distrutti. Questo è stato il caso, in particolare, all’inizio del 2003, della stazione di sollevamento di due pozzi che fornivano l’acqua al 50% degli abitanti della città. Questi due pozzi fornivano 6.000 metri cubi d’acqua al giorno, di buona qualità e non salmastra, sui 13.000 che ogni giorno venivano consumati dai 130.000 abitanti. Uno di questi due pozzi era stato trivellato dall’Autorità Palestinese nel 2001 con l’aiuto dei fondi del governo Canadese.
Nel marzo 2003, ed in seguito all’inizio della Seconda Intifada, i danni procurati nei Territori occupati potevano enumerarsi come segue : 151 pozzi, 153 sorgenti, 447 cisterne, 52 cisterne mobili (tankers), 9.128 serbatoi da abitazione, 14 bacini di riserva, 150 km di condutture e canalizzazioni che collegavano più di 78.000 abitazioni [2].

L’avvenire?

È inaccettabile che Israele possa accaparrarsi la quasi totalità delle risorse idriche della regione a profitto esclusivo dei suoi cittadini – minoritari nel numero. Il fatto incontrovertibile che queste risorse siano insufficienti per consentire una utilizzazione d’acqua paragonabile a quella dei paesi temperati dovrebbe al contrario indurre a ricercare un modus vivendi fra i popoli della regione. Ora, Israele rifiuta, fino a questo momento, qualsiasi (ri)negoziazione su questo argomento, tanto con l’Autorità Palestinese che con i suoi confinanti, come viene dimostrato dalla sua politica nel sud del Libano e rispetto al problema del Golan.

(Figura 2: Annessione delle sorgenti d’acqua da parte di Israele)
(Prendendo ad esempio la zona di Quaqiliya (Fig. 2), il Muro, che rinserra la zona dei pozzi e delle sorgenti (indicate con numeri in blu), viene segnalato in blu. Questa zona annessa ad Israele (zona tratteggiata in verde tra il Muro e la linea verde del 1967, in verde sulla carta), che fa parte del Territorio palestinese, ne è separata dal Muro. I Palestinesi non hanno più sorgenti a loro disposizione. Le colonie sono in rosa.)
La politica internazionale dell’acqua, che aveva avuto il suo inizio negli anni Cinquanta con il Piano Johnston, è stata ignorata da Israele e la verità è stata taciuta. Sarebbe tempo che sotto l’egida dell’ONU si tenesse una Conferenza internazionale con i paesi confinanti con Israele, prendendo consapevolezza che la normativa politica sulla base delle risoluzioni dell’ONU e un’equa ripartizione dell’acqua sono indissociabili. Inoltre, risulta evidente che se, in Palestina, un solo paese – laico – permettesse all’insieme della popolazione di vivere sotto le medesime leggi, sarebbe molto più facile risolvere il problema dell’acqua. In attesa, lo status quo porta direttamente ad una catastrofe annunciata. E ricordiamoci che nella storia della Mesopotamia sono scomparse delle civiltà in seguito all’insufficienza delle risorse idriche.


Note:
[1] David Paul, “Water Issues in the Arab-Israeli Conflict – La problematica dell’acqua nel conflitto Arabo-Israeliano”
[2] Fonte : Gruppo Idrogeologico Palestinese – Marzo 2003

Programma degli incontri 19 e 20 marzo sull’acqua pubblica:

STUDENTI PER UN CONSUMO CRITICO

IN CONCOMITANZA CON IL “WORLD WATER FORUM” DI ISTANBUL

Organizzano

DUE GIORNATE SULL’ACQUA

PROGRAMMA

PRIMA GIORNATA – 19 marzo 2009

Ore 16.30 Aula 15 facoltà di Lettere e Filosofia


Studenti per un consumo critico

Presentazione dell’iniziativa e introduzione

Raffaello Ugo

(Cagliari Social Forum)

“L’acqua: un problema planetario”

Proiezione del filmato

“Più prezioso dell’oro l’acqua”

Patrizia De Rosa

(Comitato “Acqua Bene Comune” di Planargia e Montiferru)

“Le iniziative a livello nazionale e i collegamenti con il Forum italiano dei Movimenti per l’acqua”

Paola Balderacchi

(Comitato “Acqua Bene Comune” di Planargia e Montiferru)

“L’acqua in Sardegna: dov’è, quanta è e come viene gestita” (con riferimenti alle esperienze di pratica alternativa di Guspini)

Proiezione del filmato

“La diga sul Flumendosa”

Riccardo Chiozzi

(Comitato “Acqua Bene Comune” di Planargia e Montiferru)

“Le iniziative del Comitato a difesa dell’ acqua e degli utenti”

Proiezione del filmato

“La pompa di benzina”


Seguirà dibattito


Atrio del Corpo centrale della facoltà di Lettere e Filosofia:

Mostra fotografica e banchetto per la degustazione dell’acqua

Sala Cosseddu ore 20,30:

Proiezione dei documentari “Orange Farm” e “Water Crisis”

SECONDA GIORNATA – 20 marzo 2009

Ore 16,30 Aula 15 Facoltà di Lettere e Filosofia


Nicola Muscu

(Servizio Civile Internazionale)

”La legislazione italiana sull’acqua”

Proiezione del filmato

“L’oro blu nel giardino dell’eden”

Nicoletta Selis

(Comitato Acqua pubblica Oristano)

“Le lotte per l’acqua nel mondo: Istanbul, il quinto forum mondiale dell’acqua”

Proiezione del filmato

“Cochabamba”

Pietro Porcedda

(Comitato Acqua pubblica Oristano)

“Il commercio equo e l’acqua”

Teresa Piras

(DomusAmigas di Iglesias)

“Presentazione della campagna “Imbrocchiamola”


Seguirà dibattito


Atrio del corpo centrale della facoltà di Lettere e filosofia:

Mostra fotografica e banchetto di libri a tema

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: