Il più pericoloso

Oggi gli israeliani sono chiamati a votare per rinnovare la Knesset. Riportiamo un articolo di Michele Giorgio tratto da Il Manifesto del 5 febbraio che traccia un profilo inquietante del politico simbolo dell’ultima, ennesima, virata a destra delle preferenze israeliane: Avigdor Lieberman.

Avigdor Lieberman lancia il suo messaggio di pace al popolo palestinese

Lieberman, leader di Yisrael Beiteinu, dato in forte ascesa nei sondaggi, potrebbe diventare la terza forza politica del paese scalzando il Labour Party, faceva parte del Kack, gruppo dell’estrema destra ebraica fondato dal rabbino israelo-americano Meir Kahane, messo al bando per incitazione al razzismo e violenza contro gli arabi. Già questo ci da la cifra del personaggio, bandiera della nuova destra israeliana ultra-nazionalista e razzista.

PAROLA D’ORDINE? «TRANSFER»

La sirena nera che incanta Israele

Secondo i sondaggi martedì prossimo Avigdor Lieberman, con 17 seggi, sarà il vero vincitore delle elezioni. E se il «politico più pericoloso nella storia del paese» entrerà nel governo assieme alla destra di Netanyahu, farà di tutto per cacciare i palestinesi dallo Stato ebraico

Tra i tetti rossi della colonia ebraica di Nokedim svetta la villa a due piani di Avigdor Lieberman. Circondata da un grazioso giardino, la dimora del leader ultranazionalista è presidiata giorno e notte da guardie private. Si affaccia sulle dolci colline che, tra Betlemme ed Hebron, scendono verso la Valle del Giordano. Uno scenario da sogno impreziosito dalla vicinanza col monte Herodion. Non è un caso che l’insediamento sia stato costruito in questo punto della Cisgiordania occupata da Israele dal 1967.
Lieberman non è in casa, «ma la sera qualche volta rientra», assicurano le sue vicine. Susy Cohen, 32enne madre di quattro figli, è approdata nei Territori occupati direttamente da Vienna, mentre Michal Libzick, 34 anni, e già al quinto bebé, è arrivata dal Tennessee. «Che persona è Lieberman? Mah… non lo vediamo tanto…Se ci piace il suo programma elettorale? In effetti non ci occupiamo di politica a Nokedim, qui ognuno pensa alla sua vita tranquilla, senza traffico, senza stress» dice Susy schivando l’argomento delle elezioni del 10 febbraio e del futuro della Cisgiordania. «Sappiamo solo che questa terra ci appartiene, Dio l’ha donata tutta al nostro popolo e per questo siamo tornati in Eretz Israel (la terra di Israele) – afferma con piglio deciso prima di ripetere ciò che sostengono un po’ tutti i coloni israeliani -: le relazioni con i villaggi arabi sono buone, i palestinesi ci vogliono qui, perché portiamo lavoro e soldi, ma i loro leader politici li aizzano alla rivolta e al terrorismo».
Ma Lieberman, a differenza delle signore Cohen e Libzick – non è arrivato certo a Nokedim per sottrarsi al logorio della vita moderna. Lui questo insediamento ebraico ha contribuito a fondarlo nel 1982, adattandosi a vivere per mesi in un container freddo d’inverno e infuocato d’estate, in nome della redenzione di Eretz Israel e della lotta contro i palestinesi, «rei» di vivere da generazioni nella loro terra.
Nato 50 anni fa a Kishinev in Unione Sovietica (oggi Chisinau, capitale della Moldavia), Lieberman alla biblica terra di Israele forse neppure ci pensava mentre lavorava come buttafuori in una discoteca della sua città natale e nemmeno quando smanettava tra dischi e piastre di registrazione in una radio di Baku. Poi nel 1978, all’età di 20 anni, arrivò l’illuminazione: partenza per Israele, breve soggiorno nei centri di assorbimento per i nuovi immigrati, studi universitari non troppo brillanti e infine, dopo lo svezzamento politico nell’estrema destra, l’atterraggio a Nokedim. Dopo anni passati ad aizzare amici e conoscenti contro i palestinesi – secondo il quotidiano Ha’aretz avrebbe anche fatto parte del movimento razzista Kack, del rabbino israelo-americano Meir Kahane, messo fuori legge nel 1994 – e a realizzare ottimi affari non sempre limpidi e alla luce del sole, Lieberman coglie la grande occasione dell’incarico, tra il 1996 e il 1999, di direttore dell’ufficio del primo ministro Benyamin Netanyahu, per lanciarsi finalmente nella politica che conta fondando un proprio partito, Yisrael Beitenu: russofono, anti-arabo e razzista. Facendo ricorso anche a nebulosi finanziamenti dall’estero gestiti da una società intestata alla figlia.
Lieberman ha cavalcato e allo stesso tempo alimentato l’onda del crescente sentimento anti-arabo tra gli israeliani ebrei, focalizzando la sua attenzione non tanto sui palestinesi dei Territori occupati ma su quelli con cittadinanza israeliana, dei quali ha ripetutamente chiesto il «transfer», termine con il quale in Israele si indica in maniera elegante la pulizia etnica. Il successo è stato enorme per questo self made man che è già stato ministro, anche nel governo uscente, con l’incarico di occuparsi delle «minacce strategiche», quindi dell’Iran. Ora, a meno di una settimana dalle elezioni politiche, i sondaggi assegnano al suo partito ben 17 seggi e il probabile ruolo di terza forza politica nazionale dopo il Likud, dato per vincente con 27 poltrone, e Kadima il partito di maggioranza relativa uscente guidato dal ministro degli esteri Tzipi Livni a cui le ultime previsioni assegnano 23 deputati. Il Likud, che in questi ultimi giorni ha perduto un po’ di terreno, lo teme e chiede all’elettorato un «voto utile» non disperdendo i consensi tra i tanti, troppi, partiti di destra.
Dietro Lieberman non c’è una lista di peso. Gli unici nomi noti di Yisrael Beitenu sono l’ideologo Uzi Landau, già oltranzista del Likud, e l’ex ambasciatore negli Usa Dani Ayalon. E la figlia dell’ex ministro degli esteri David Levy, una fotomodella col compito di attrarre i voti degli israeliani disimpegnati, ma comunque arrabbiati con gli arabi. Ma se i candidati sono carneadi, il messaggio di Yisrael Beitenu comunque attira continui consensi perché sono netti e tambureggianti, a cominciare dallo slogan contro gli arabi-israeliani: «Nessuna cittadinanza senza lealtà». Lieberman propone una sorta di giuramento di fedeltà allo Stato d’Israele e alla sua natura «ebraica e sionista», pena il ritiro della cittadinanza e, di conseguenza, la deportazione per una popolazione che in questa terra vive da secoli e dove lui è arrivato appena 30 anni fa. E nei giorni dell’offensiva militare israeliana a Gaza ha suggerito l’uso della bomba atomica. «Dobbiamo fare esattamente ciò che fecero gli Stati Uniti con il Giappone durante la Seconda guerra mondiale, così non ci sarà bisogno di occupare Gaza», ha detto durante una conferenza.
Per l’accademico Ze’ev Sternhell – vittima qualche mese fa di un attentato di estremisti di destra – Lieberman è «il politico più pericoloso nella storia del paese», per altri, come hanno evidenziato recenti sondaggi, il leader di Yisrael Beitenu non fa altro che dire ad alta voce quello che una buona fetta d’israeliani riterrebbe opportuno fare per «risolvere» la questione palestinese, a cominciare dal «transfer». «Il leader di Yisrael Beitenu in un certo senso è un fascista atipico – dice l’intellettuale pacifista Michael Warshawski (Mikado) – ma è soprattutto il prodotto di due cose: la mancanza di democrazia dell’Est europeo e della colonizzazione ebraica sfrenata nei Territori occupati palestinesi». Un’analisi coerente con una dichiarazione fatta dallo stesso Lieberman: «Sono in favore della democrazia ma quando c’è una contraddizione tra democrazia e valori ebraici, questi ultimi diventano più importanti di tutto». In fin dei conti, aggiunge Warshawski, «Lieberman è colpevole solo di aver portato alle estreme conseguenze le politiche che altri attuano in modo silenzioso».
Il ministro della difesa e leader laburista Ehud Barak, ad esempio. Dopo aver dato il via libera al «collegamento» tra la colonia di Ma’ale Adumim e Gerusalemme Est, Barak ha autorizzato la creazione di nuovi insediamenti nella regione di Binyamin, in Cisgiordania, in cambio dell’evacuazione delle 45 famiglie dell’avamposto di Migron che si sposteranno in 250 case di prossima costruzione, le prime di 1.400 nuove unità abitative.

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