Gaza 1992: La Morte Lenta prima del Piombo Fuso

E.W. Said

E.W. Said

Edward W. Said nasce nel 1936 a Gerusalemme. La sua è una ricca famiglia palestinese cristiana. Said compie i suoi studi negli Stati Uniti dai quali però non potrà fare ritorno perchè nel 1948 la famiglia Said venne espropriata di tutti i suoi beni trasformando così il giovane Said in rifugiato. Decide di combattere per i diritto del popolo palestinese, per uno stato binazionale, secolare e democratico. Divenne professore di Inglese e Letteratura Comparata alla Columbia University. La sua tesi su Conrad affronta subito i temi del colonialismo e importa in america la critica all’umanesimo occidentale di matrice foucaltiana. Il capolavoro di Said, il testo col quale si afferma è però “Orientalismo” (1978 ) dove decostruisce le raffigurazioni e le costruzioni ad uso ideologico che l’occidente ha forgiato del vicino oriente. Dal 1977 al 1991 è, come indipendente, membro del Consiglio Nazionale Palestinese.

Scettico sugli accordi di Oslo, Said criticò aspramente la leadership di Arafat dopo questi il quale, a sua volta, vietò i libri di Said nei territori autonomi.

Nel 1992, dopo che gli venne diagnosticata una forma di leucemia, decise di fare ritorno in Palestina per la prima volta dopo oltre quarant’anni. A questo primo viaggio ne seguì un secondo nel 1996. Le sue memorie di viaggio, una riflessione angosciosa sulle sorti del popolo palestinese, sul processo di pace, e – nel secondo viaggio – sul fallimento di Oslo e della classe politica palestinese, furono raccolte in un unico volume dal titolo “Tra guerra e pace: ritorno in Palestina-Israele”.

Pubblichiamo da questotesto un estratto dal resoconto dal viaggio del 1992: la visita a Gaza.


“All’ingresso nella striscia di Gaza, mi sembra il quarto giorno del nostro soggiorno in Terra Santa, vengo assalito dai ricordi del mio recente viaggio in Sudafrica. Nel 1991 ero stato invitato a tenere una conferenza (la T.B. Davie Academic Freedom Lecture) all’ Università di Città del Capo, per cui mi occorreva un’autorizzazione del comitato per il boicottaggio culturale, presto ottenuta, e l’ulteriore patrocinio dell’Anc e di altre due università. Una delle prime cose che ho fatto a Johannesburg è stato visitare Soweto e altre Township nelle vicinanze di Città del Capo. Nulla di ciò che ho visto in Sudafrica può essere paragonato a Gaza dal punto di vista della miseria, dell’oppressione pianificata, della segregazione e della discriminazione razziale. Ma, al pari del campo di Dheishah in Cisgiordania, a sud di Gerusalemme, Gaza dà l’impressione di essere un luogo di deportazione e di confino per delinquenti proprio come le township emarginate del Sudafrica. A Gaza, Mariam e io notiamo immediatamente la densità dei posti di guardia militari, i lampioni stradali altissimi (fuori dalla portata dei lanci di pietre), i chilometri di filo spinato e la gran quantità di soldati “bianchi” in servizio di pattuglia, non inferiore a quella che avevo visto in Sudafrica. Eppure Israele, a differenza del Sudafrica, è stato risparmiato dalla censura internazionale perché, per qualche ragione, non viene considerato responsabile delle sue pratiche a Gaza.

Il giorno in cui abbandoniamo Gerusalemme, diretti verso sud, si apre sotto i sinistri auspici di un’insolita grandinata, accompagnata da tuoni e lampi. Al nostro arrivo a Gaza, due ore dopo, ampie pozze di fango e acqua stagnante rendono estremamente difficoltoso il passaggio, soprattutto nel campo di Jabalya, che registra la più alta densità demografica del mondo: vivono lì oltre 65.000 profughi deportati dalle regioni settentrionali, addirittura dalla lontana Acri. Si entra nella striscia di Gaza passando per quello che di fatto è un grande cancello, chiuso la notte, che conferisce al luogo l’aspetto di un enorme campo di concentramento. Numerosi soldati israeliani presidiano le sbarre che servono a fermare le automobili, fanno scendere i passeggeri, controllano i lasciapassare magnetici e fanno di tutto per rendere il transito spiacevole e fastidioso. Poiché le auto targate Gerusalemme non posso entrare senza permesso, ci incontriamo al cancello con un caro amico di Gaza , Raji Sourani, un giovane avvocato che ha ottenuto molti riconoscimenti nel campo dei diritti umani in Europa e negli Stati Uniti per il suo eroico impegno a favore dei prigionieri palestinesi, anche se lui ripete a tutti, con un sorriso ironico, di non aver mai vinto una causa. La sua attività principale consiste perciò nel far visita ai suoi clienti, per evitare che si sentano abbandonati e per tenerli in contatto con le famiglie, di solito disperate e del tutto impotenti: ciò gli conferisce ulteriore prestigio, ma non è servito a proteggerlo dall’attenzione di cui è fatto oggetto dagli israeliani (è stato condannato quattro volte a pene detentive variabili da pochi mesi a due anni).

Il campo di Jabalya è il posto più spaventoso che abbia mai visto. I bambini affollano le sue viuzze non lastricati, caotiche e piene di buche, hanno negli occhi una luce che contrasta nettamente con l’espressione di tristezza e sofferenza infinita stampata sui volti degli adulti. Non esiste una rete di fognature, il fetore dà il voltastomaco, e ovunque si volga lo sguardo si vede una massa di persone vestite di stracci passare con apparente indifferenza da un’occupazione all’altra. Le statistiche sono terribili: il tasso di mortalità più elevato, la maggior percentuale di disoccupazione, il più basso reddito pro capite, il maggior numero di giorni di coprifuoco, l’assistenza medica più carente e così via. Raji ha radunato una ventina di uomini del campo, responsabili di servizi quali la sanità, l’istruzione, l’occupazione ecc., per farmi parlare con loro. L’interno della casa in cui ci troviamo è pulito e ordinato, ma tutt’attorno sorgono minuscole catapecchie di legno, fango e latta, addossate le une alle altre come tante piccole scatole vuote che si sostengono a vicenda. Qui non c’è nulla che assomigli a una suddivisione in zone, a un giardino o a un’opera di abbellimento. Qualsiasi modifica della configurazione fisica del luogo, qualsiasi tentativo di prosciugare le pozze d’acqua stagnante e putrida, per esempio, o di migliorare l’aspetto di una casa, è proibito o richiede un permesso che è quasi impossibile ottenere.

Nelle due ore passate con quegli uomini non ho colto una sola nota di speranza. Uno di loro, senza la minima traccia di autocommiserazione, parla dei suoi diciassette anni di prigione, del bambino malaticcio, dei genitori e della madre oppressi dalla malattia o dall’indigenza, con qualche momento di sollievo. C’è molta rabbia. Un’espressione, che ricorre continuamente, mi rimarrà impressa per sempre: “mawt bati”, morte lenta. Mi sembra di cogliere dell’animosità nei confronti degli abitanti della Cisgiordania, descritti da quelli di Gaza come viziati, privilegiati o insensibili. “Ci hanno dimenticato,” dicono tutti e, consapevoli di quanto sia difficile fare qualcosa per migliorare sensibilmente (o anche di poco) le loro condizioni generali, non fanno che ripetermi che è mio dovere cercare almeno di non dimenticare.

Anche adesso, mentre scrivo, il ricordo di quei luoghi mi dà i brividi, nonostante l’indefettibile generosità e cortesia (o forse proprio a causa di questo) delle persone incontrate. Raji ha organizzato per noi un incontro con il dottor Haidar Abdel Shafi, medico insigne e capo ufficiale della delegazione palestinese, nella sua casa a pochi chilometri da Jabalya. La striscia di Gaza comprende numerose città (Rafah, Khan Younis, Gaza City), campi profughi e, ciò che più offende, diversi insediamenti israeliani dall’aspetto lussuoso: i grandi prati all’inglese e le piscine contrastano a tal punto con lo squallore imposto tutto intorno a noi da far sembrare Maria Antonietta una radical d’assalto in confronto ai loro frequentatori. Al solo vederlo, Abdel Shafi comunica pacatezza e rispettabilità, il che gli ha procurato, a Gaza e nel mondo palestinese, l’ammirazione di tutti, anche perché, a differenza di Husseini e Arafat, Shafi non è in primo luogo un politico, ma un uomo la cui vita e le cui poche, asciutte parole, sanno evocare un sentimento incrollabile della lotta condotta dal popolo palestinese in Palestinese. Mentre parlo con lui e la moglie, il quadro frammentario della società palestinese assume di colpo il significato di un tutto organico, perché in persone come i coniugi Shafi, Raji e i tanti altri che incontrato durante questo fatidico viaggio a Gaza, l’idea di una società reale che ci tenga tutti uniti sopravvive davvero, in qualche modo, ai guasti della storia, ai suoi tragici errori, alle sue sciagure e al corso rovinoso della politica israeliana.”

E.W. Said, “Tra guerra e pace: ritorno in Palestina-Israele”, Feltrinelli, 1998


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