Tunnel per la vita

Pubblichiamo il bel reportage di Michele Giorgio, inviato del “Il Manifesto” nella striscia di Gaza, sui tunnel palestinesi alla frontiera con l’Egitto.

Un attimo dopo lo scoccare della tregua, i palestinesi hanno iniziato a costruire nuovi cunicoli e ripristinare quelli danneggiati dai bombardamenti. Gruppi di sei operai lavorano in turni da 12 ore al giorno: sono già 200 le gallerie funzionanti. «Le armi dei miliziani passano altrove, qui transitano le merci che ci permettono di sopravvivere». L’affitto agli sfollati? Lo paga Hamas

«Eravamo un popolo di essere umani ma per colpa degli israeliani siamo diventati topi: passiamo più tempo sotto terra che alla luce del sole». Alza gli occhi al cielo Abu Alaa Kishta, poi abbassa lo sguardo. Piccolo di statura, addome prominente, sorridente, Abu Alaa è una sorta di capomastro per gli uomini-talpa che scavano i tunnel che da Rafah sbucano in territorio egiziano. Rispettato e ascoltato. Dopo una vita spesa a sgobbare per pochi dollari al giorno nei cantieri in Israele, ora inaccessibili per i palestinesi di Gaza, negli ultimi anni non ha fatto altro che seguire gli scavi e cercare di renderli sicuri.

Tunnel nei pressi di Rafah
Tunnel nei pressi di Rafah

Ora per conto della sua hammule, la famiglia allargata Kishta, dirige i lavori di riparazione dei tunnel bombardati a tappeto dall’aviazione israeliana durante le tre settimane dell’offensiva «Piombo fuso». Tra le voragini aperte dai missili israeliani, con alle spalle le macerie di decine di abitazioni distrutte dalla violenza delle esplosioni, e a poche decine di metri dalla frontiera con l’Egitto, l’esperto muratore osserva i giovani che scendono per metri nelle viscere della terra per riaprire le vie dei traffici con l’Egitto. «Hanno colpito i tunnel, vogliono chiuderli, ma noi continueremo a scavare sempre più in profondità, con maggior determinazione – avverte Abu Alaa tra i cenni di approvazione dei suoi operai – perché per Gaza questi cunicoli rappresentano la vita. Non per Hamas, come dicono loro (gli israeliani), ma per tutti i palestinesi della Striscia».

TELONI PER COPRIRE GLI SCAVI
Israele non ascolta e indica nella fine completa del contrabbando tra Gaza e l’Egitto una delle condizioni fondamentali per revocare l’assedio, assieme alla liberazione del caporale Ghilad Shalit, catturato due anni e mezzo fa a Kerem Shalom da un commando palestinese e da allora prigioniero a Gaza. «Per quanto riguarda le gallerie – ha detto il ministro degli esteri Tzipi Livni – niente sarà più come prima, le cose devono essere chiare: Israele si riserva il diritto di agire militarmente contro i tunnel, punto e basta. Se occorre agire, lo faremo, eserciteremo il nostro diritto alla legittima difesa e non affideremo la nostra sorte né agli egiziani, né agli europei, né agli americani».

Giovedì sera il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato le nuove misure contro le gallerie tra Gaza e l’Egitto, decise al Cairo da Amos Ghilad, inviato del premier Olmert, e da Omar Suleiman, il capo dell’intelligence egiziana. Il Cairo dovrebbe impedire all’interno del suo territorio le attività di contrabbando, attuando controlli particolarmente   severi nel Sinai, e controllare le imbarcazioni che arrivano a Port Said. Ieri la polizia egiziana ha dato inizio alla caccia ai tunnel distruggendone due e durante il blitz uno dei cunicoli è crollato ferendo un uomo che si trovava all’interno. Ma il pugno di ferro che, almeno in apparenza, hanno deciso le autorità egiziane, non ferma i lavori di riparazione avviati a Rafah subito dopo l’inizio del cessate il fuoco. Sarebbero già utilizzabili 200 dei 1200 (forse più) tunnel esistenti prima dei raid israeliani su Gaza.
Tende e teloni sono tornati a coprire le gallerie che scendono profonde nella terra e sotto macerie di Rafah. La città è stata gravemente colpita dalla furia dei raid aerei israeliani. Il comune ha riferito che il 40% delle case ha subito danni, e fra queste 250 sono state distrutte completamente, una cinquantina di abitanti sono rimasti uccisi (39 dei quali civili). Nelle ultime ore di offensiva israeliana prima dell’inizio del cessate il fuoco, la zona di Rafah lungo il confine è stata colpita da un missile o una bomba ogni cinque minuti. Un martellamento incessante e devastante che ha messo in fuga centinaia di famiglie esposte all’offensiva aerea.
«Centinaia di tunnel sono stati distrutti o danneggiati ma nel giro di qualche settimana molti saranno nuovamente aperti – spiega il proprietario di un altro cunicolo, chiedendoci di non rivelare il suo nome -. Gli israeliani non possono toglierci il pane, Gaza è chiusa da tutti i lati e senza i nostri tunnel non può andare avanti». Mentre parla osserva gli operai che si alternano nel tunnel caricandosi sulle spalle pesanti sacchi di terra che portano in superfice. Le squadre di lavoro sono formate da 6 uomini-talpa che lavorano fino a 12 ore al giorno. Poi, sfiniti, passano pala e sacchi ai compagni del turno successivo. È massacrante, va avanti così per giorni e giorni, per settimane, fino a quando il tunnel, lungo tra 400 metri e un chilometro e mezzo, non sbuca in territorio egiziano. Ma si viene pagati bene: fino a 2mila dollari al mese. Un cifra molto alta per Gaza, dove gran parte della popolazione, sotto assedio da mesi, già prima dell’offensiva militare israeliana, sopravviveva grazie agli aiuti alimentari delle agenzie umanitarie.
«Siamo quattro soci e abbiamo speso 140mila dollari per completare questo tunnel, hamdullillah, grazie a Dio, gli israeliani non lo hanno distrutto», dice il proprietario della galleria, perfettamente illuminata grazie ad un generatore autonomo. «Noi non abbiamo mai fatto passare armi, ma solo cibo, medicine a materiale sanitario. Quello che gli israeliani non sanno è che i tunnel per le armi in realtà vengono nascosti, nessuno può avvicinarvisi. I nostri invece sono tunnel per i civili, aiutano solo la popolazione ad avere merci (altrimenti introvabili) e danno lavoro a centinaia di muratori», dice l’uomo mostrandoci latte in polvere e altri generi alimentari. Quando il contrabbando riprenderà – spiega – i profitti generati dal tunnel saranno dieci volte superiori ai costi, grazie soprattutto al traffico di carburante. «I nostri ragazzi – aggiunge – sono protetti perché Hamas ha imposto a ogni proprietario (di una galleria) di pagare 20mila dollari alla famiglia di un operaio morto sotto terra e 5mila a quelli rimasti feriti».

UNO SCOOTER FIAMMANTE
Si avvicina un ragazzino. Avrà non più di 15 anni ed è in sella ad uno scooter, nuovo fiammante, giallo e nero. «Sono riuscito a farlo passare attraverso un tunnel, smontato in più pezzi», dice ridendo soddisfatto. Un uomo invece ci racconta che la figlia, affetta da una grave insufficienza renale, si è potuta curare in Egitto e far ritorno a casa solo grazie ai passaggi sotterranei. «Per settimane avevamo chiesto agli egiziani di poter attraversare il valico di Rafah – racconta – ci aspettavano in ospedale del Cairo eppure non riuscivamo a lasciare Gaza. Alla fine abbiamo scelto i tunnel. Per mia figlia è stato faticoso percorrere nelle sue condizioni di salute centinaia di metri in un spazio largo poco più di un metro, ma è andato tutto bene».
I presenti non smentiscono che Hamas abbia usato diverse gallerie per procurarsi razzi e munizioni, ma insistono nel sottolineare che «sono anche gli israeliani a vendere armi ai palestinesi». Proprio ieri il quotidiano egiziano al Ahram ha riferito che il Cairo ha le prove documentate dell’esistenza di un traffico di armi da Israele verso i territori palestinesi. «Abbiamo le prove, i documenti e le confessioni che testimoniano come le armi arrivino ai palestinesi grazie a persone che hanno la cittadinanza israeliana – ha denunciato l’ambasciatore egiziano Mukhlis Qutub – e che le attività di compravendita e di contrabbando avvengono anche all’interno d’Israele. Sappiamo di armi provenienti dai depositi dell’esercito israeliano vendute ai palestinesi da parte di alcuni soldati».

«VOGLIAMO SOLO VIVERE»
È grigio il cielo sopra Rafah, coperto dalle nuvole dalle quali, fino a qualche giorno fa sbucavano i caccia F-16 israeliani per sganciare i loro missili. Oggi sarà comunque un bel giorno per i bambini e ragazzi della città e del resto di Gaza. Riaprono le scuole e 200mila studenti potranno tornare in classe. Non tutti, perché diverse scuole sono state danneggiate, come tante case di Rafah sventrate dalla potenza delle esplosioni delle bombe israeliane. Abu Ahmad ha perduto la casa come altre centinaia di famiglie di Rafah. Ora vive in un’altra zona della città, in un appartamento messo a disposizione dal governo di Hamas. «Il movimento islamico paga l’affitto (100 dollari, ndr) e ci permette di vivere in un’altra abitazione sino a quando non verrà ricostruita la nostra», racconta Abu Ahmad affacciandosi da ciò che rimane del balcone della casa semidistrutta di suo cugino.
Domani, nei municipi delle città di Gaza, Hamas consegnerà 4mila euro a coloro che hanno perduto la casa e mille euro alle famiglie delle vittime dei bombardamenti israeliani. «Cosa penso del governo di Abu Mazen a Ramallah? Non lo so, anche loro sono palestinesi come noi, ma loro sono tanto lontani, non ci aiutano, ci lasciano soli mentre qui abbiamo un governo che si dice pronto ad darci una mano subito», commenta Hussein, infermiere dell’ospedale Nasser nella vicina Khan Yunis, le notizie di un possibile ritorno a Gaza delle forze del presidente dell’Anp Abu Mazen. Poi aggiunge: «Noi un governo l’abbiamo già: ora vogliamo vivere».

Michele Giorgio.

Fonte:  “Il Manifesto”  24/01/09

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