Il Manifesto del 22 Gennaio 2009

Prima di iniziare coi miei soliti stralci di giornale vorrei premettere una frase dell’articolo “Tel Aviv vuole eliminare la categoria del rifugiato” di Gerbaudo: […] Mentre prima Israele bloccava la fornitura di cemento alla Striscia, sostenendo che sarebbe stato usato per costruire tunnel[…]. A dirlo è stato Weizman che, in quanto studioso d’architettura dei conflitti, suppongo sappia quel che dice. Questa frase mi colpisce perchè c’è un’altra frase che continua a ronzarmi nel cervello da giorni: quella della ragazza Israeliana da Santoro che rinfacciò alla Palestinese il fatto che, nonostante gli israeliani gliene avessero dato la possibilità(!), loro (Palestinesi di Gaza) non avevano costruito niente. Frase aberrante di suo che, con la scoperta del bloccaggio di cemento, lo diventa ancora di più. Del resto, proprio in questi giorni ci si interrogava su un’altra cosa:  nel sito di Annozero la ragazza viene definita Italiana, ma sempre nella trasmissione ammette con molto orgoglio di essersi arruolata nell’esercito israeliano. Ora, la cosa sarebbe illegale. L’unica soluzione sarebbe la doppia nazionalità. Ma in questo caso la situazione non perde comunque nulla della sua surrealtà: arruolarsi, combattere, intenzionalmente, volontariamente, attivamente.

Barack Obama ieri ha passato più tempo al telefono con il Medio Oriente che a sistemare le sue cose nell’ufficio ovale. Ai suoi interlocutori – i leader di Anp, Egitto, Giordania e Israele – non ha illustrato novità nella politica estera della nuova Amministrazione e, come ampiamente previsto, si è allineato sulle posizioni di Tel Aviv. Ha espresso la sua determinazione «a lavorare per aiutare a consolidare il cessate il fuoco» a Gaza, ha previsto che un contributo al cessate il fuoco verrà dalla «attuazione di efficaci meccanismi che impediscano ad Hamas di riarmarsi»[…]Tutto così semplice. Occupazione militare, colonizzazione, muro di separazione, continue confische di terre palestinesi, sono questioni marginali.[…]La guerra di Gaza forse continuerà nelle aule di qualche tribunale. L’establishment politico-militare israeliano rischia di finire sotto accusa per crimini di guerra. Ieri, ad esempio, un gruppo di legali europei, a nome di cittadini belgi e francesi con origini palestinesi, che hanno perso parenti e amici nei bombardamenti a Gaza, ha presentato una petizione a una corte belga per arrestare Tzipi Livni al suo arrivo ieri sera a Bruxelles. La legge belga non prevede l’arresto di un alto funzionario straniero ma la richiesta è stata ugualmente stata presentata in Belgio sulla base della competenza extraterritoriale che quel paese si attribuisce in materia di crimini di guerra.
(Michele Giorgio, Armi illegali Israele sotto accusa, il Manifesto)

Durante i lunghi giorni dell’attacco militare israeliano a Gaza, Tel Aviv ha proibito l’accesso dei giornalisti nella «Striscia». Ora, con il cessate il fuoco le autorità israeliane hanno riaperto alla stampa i confini dell’enclave palestinese. Un’apertura «selezionata», con permessi che vengono concessi un po’ con il concontagocce e sotto stretto controllo militare. C’è però un giornale che sembra escluso a priori dalla possibilità di svolgere il proprio lavoro: il manifesto. Il nostro corrispondente da Gerusalemme, Michele Giorgio, ha fatto da molto tempo richiesta di poter visitare la Striscia di Gaza. Gli è stato risposto che «è stato messo in lista». Ogni giorno, da quando sono cessate le ostilità, chiede una risposta a quella richiesta e ogni giorno gli viene detto che «si vedrà». Nel frattempo, altri giornalisti italiani – anche di testate di sinistra e critiche nei confronti del governo di Tel Aviv – ottengono il permesso di recarsi a Gaza. Lui no, non può andarci, né gli viene indicata una data possibile. Lo lasciano così, in sospeso, con un atteggiamento che definire «evasivo» corrisponderebbe a un eufemismo. Viene il sospetto che sia un atteggiamento «puntivo» e gravemente discriminatorio. Nei confronti di chi lavora da anni in una situazione difficilissima e nei confronti di questo giornale. «Colpevoli» entrambi di libertà d’opinione.
(Gaza proibita al Manifesto, il Manifesto)

I brutali attacchi israeliani alla popolazione di Gaza hanno comportato numerose violazioni delle norme basilari delle leggi internazionali, come il principio di proporzionalità e di distinzione (tra civili e combattenti; e tra obiettivi civili e militari). Azioni militari come l’attacco intenzionale alle scuole o ad altre infrastrutture civili, sono considerate violazioni delle leggi umanitarie internazionali per le quali Israele è pienamente responsabile- ma costituiscono anche seri crimini di guerra nel quadro delle leggi internazionali per cui singoli individui dovrebbero essere processati.[…]È giunto il momento di processare individualmente i soldati israeliani, i comandanti delle forze armate israeliane (Idf), altri alti ufficiali dell’Idf, e, ancor più importante, il premier Ehud Olmert, il ministro degli esteri Tzipi Livni, il ministro della difesa Ehud Barak (più eventualmente altri ministri) come i responsabili delle sproporzionate operazioni militari nelle quali migliaia di civili (tra cui molti bambini) sono stati uccisi o feriti.[…]In quanto popolo senza uno stato, i palestinesi non hanno un soggetto statale che possa firmare lo statuto di Roma e appellarsi al giudizio della Corte internazionale, o che sia abilitato a portare il caso alla corte dell’Aja, così come ha fatto la Bosnia-Erzegovina per la strage di Srebrenica.
(Elna Sondergaard
, Vittime palestinesi Quale Corte renderà giustizia?, il Manifesto)

Ai colleghi che rifiutano di interrompere le collaborazioni scientifiche con Israele vorrei chiedere se darebbero la stessa risposta si trattasse di collaborazioni, poniamo, con l’Iran: e lo dico non per reiterare accuse a Tehran, per la cui leadership non ho nessuna simpatia, ma che fino a oggi non è incolpabile di palesi infrazioni internazionali. Israele è in palese e grave violazione del diritto internazionale, almeno perché non dichiara il proprio potenziale nucleare e non ammette verifiche dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.Si può rispondere che questo non ha a che fare direttamente con le collaborazioni scientifiche di base. Vorrei ricordare allora che nel 1939 vari scienziati proposero di non pubblicare i risultati delle ricerche sull’uranio: questo fu accettato solo più tardi, ma nessuno scienziato avrebbe mantenuto collaborazioni con la Germania nazista. […]Il direttore del Dipartimento di Fisica di Roma avrebbe risposto agli studenti (cito dal manifesto) di non sapere quale futuro possano avere queste applicazioni, se in direzione positiva o a fini bellici. In questi giorni (come già nel 2006) circolano con insistenza accuse a Israele sull’uso o sperimentazione di armi nuove e atroci.
(Angelo Baracca, docente di Fisica Univ. Firenze, Scienza e guerra, non c’è neutralità, il Manifesto)

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