Il Manifesto del 17 Gennaio 2009

Dal Marocco, una campagna di pirateria informatica per difendere Gaza. A lanciarla, i Marocco Snipers (letteralmente, «cecchini del Marocco»), un cartello di hacker costituitosi per premere sull’opinione pubblica israeliana colpendo aziende e istituzioni. Secondo la stampa locale, nei giorni scorsi i pirati avrebbero violato almeno 80 siti di enti e aziende israeliane, bloccandone i server o inserendovi le foto dei bambini feriti nei bombardamenti di Gaza. In bade alle leggi vigenti, gli hacker rischiano fino a cinque anni di carcere, ma intanto alcuni Ulema hanno benedetto l’iniziativa definendola «un vero e proprio Jihad elettronico».
(Jihad elettronico contro Israele, il Manifesto)

Ma la tregua è davvero questione di poche ore come si sostiene, mentre decine palestinesi continuano ad essere massacrati?[…] Più tardi un portavoce ha precisato che, in ogni caso, l’eventuale decisione non comporterà un ritiro immediato delle forze armate, escluso a più riprese in questi giorni da diverse fonti israeliane.[…] Il movimento islamico vorrebbe una tregua di un anno, condizionata proprio a un pieno ritiro delle forze israeliane dalla Gaza da cinque a sette giorni dopo il raggiungimento di un accordo. Chiede inoltre l’immediata apertura di tutti i valichi con Gaza e respinge la possibilità che la frontiera tra Gaza e l’Egitto torni sotto il controllo dell’ex presidente palestinese Abu Mazen che, al contrario, viene richiesto da Israele che, allo stesso tempo, chiede garanzie precise sul controllo della frontiera con l’Egitto per prevenire il traffico di armi. Garanzie che sono giunte ieri dagli Stati Uniti, dove la ministra degli esteri Tzipi Livni ha sottoscritto col segretario di stato Usa Condoleezza Rice un trattato di cooperazione Usa-Israele che rischia di trascinare la prossima amministrazione Obama nelle sabbie mobili della Striscia. […] Il quotidiano israeliano Jerusalem Post ha dato conto dei commenti compiaciuti dei vertici dello Shin Bet, il servizio segreto israeliano, sul livello di cooperazione con gli apparati dell’Anp enfatizzando il «pugno di ferro» degli uomini di Abu Mazen. Nel mirino in questi ultimi giorni, oltre a uno dei portavoce di Hamas in Cisgiordania, sarebbero finiti numerosi studenti affiliati a liste universitarie vicine ad Hamas. Sono almeno 400 gli attivisti del movimento nelle carceri dell’Anp.
(Michele Giorgio, Strage di bambine in diretta tv, il Manifesto)

Il 20 dicembre 2008, una settimana prima dell’operazione «Piombo fuso», è salpato dagli Usa un mercantile tedesco noleggiato dallo Us Military Sealift Command, carico di 989 container di munizioni, dirette al porto israeliano di Ashdod via Grecia. Il 31 dicembre, il Pentagono ha approvato l’invio di altri due mercantili carichi di munizioni, comprese quelle a fosforo bianco. Il meccanismo si è però inceppato: rispondendo a un appello lanciato dai palestinesi, il movimento greco di solidarietà è riuscito a impedire che un carico di armi venisse imbarcato nel porto di Astakos. A questo punto – documenta Amnesty International (14 gen. 2009)- «il Dipartimento Usa della difesa dice che sta considerando altri mezzi per consegnare le munizioni a un deposito statunitense in Israele: un accordo Usa-Israele permette che le munizioni statunitensi depositate in Israele possano essere trasferite alle forze israeliane in “caso di emergenza”». Ciò coinvolge anche l’Italia.[…]Come documenta l’organizzazione Global Security, il 31° squadrone munizioni che opera a Camp Darby – la base logistica Usa, tra Pisa e Livorno, in cui sono depositate le bombe per le forze aeree e terrestri che operano nell’area mediterranea, nordafricana e mediorientale – «è responsabile anche di due depositi classificati situati in Israele». I depositi, usati nel 2006 per la guerra contro il Libano, sono dunque una sorta di succursale di Camp Darby. È quindi probabile che contro Gaza vengano impiegate bombe che provengono o transitano da Camp Darby. Niente di illegale: la Legge 17 maggio 2005 sulla cooperazione militare italo-israeliana prevede anche «l’importazione, esportazione e transito di materiali militari».
(Manilo dinucci, Dall’Italia bombe per colpire Gaza?, il Manifesto)

Per i produttori agricoli non ci sono dubbi: si tratta di una crisi che è la conseguenza diretta della campagna di boicottaggio delle merci israeliane decollata all’indomani dell’attacco alla Striscia di Gaza.[…] Gran Bretagna, Giordania (il 60% della popolazione del regno è di origine palestinese) e paesi scandinavi sono i principali responsabili di questa riduzione delle esportazioni di uno dei settori più vivaci dell’economia israeliana. Per Ilan Eshel, direttore dell’Organizzazione dei coltivatori, è in particolar modo il nord Europa ad aver cancellato molti ordini, «soprattutto Svezia, Norvegia e Danimarca».[…] Proprio ieri dalla Gran Bretagna è arrivato il clamoroso appello di 300 accademici e intellettuali. Secondo i firmatari – tra cui spiccano gli storici Eric Hobsbawm, Avi Shlaim e Ilan Pappé – l’obiettivo dell’offensiva israeliana a Gaza è quello di «usare la forza militare schiacciante per sradicare i palestinesi come entità politica capace di resistere alla continua appropriazione da parte di Israele della loro terra e delle loro risorse». I firmatari chiedono «al governo e al popolo britannico di compiere tutti i passi necessari a obbligare Israele a obbedire a questi obblighi (il ritiro dai Territori occupati nel 1967), partendo da un programma di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni.
(Michelangelo Cocco, Lo spettro dell’isolamento, il Manifesto)

Questa è la cronaca di una giornata a Gaza secondo i feed di Al Jazeera, il girato grezzo dei suoi cameraman che l’emittente via satellite ha messo in Rete da qualche giorno, disponibile a tutti in alta risoluzione (http://cc.aljazeera.net) su una piattaforma studiata da Creative Commons. C’è tutto e di tutto: i palazzi abbattuti, i passanti intervistati, gli elicotteri alti nel cielo, le ambulanze, lo skyline della città martoriata. L’orrore e la vita quotidiana. C’è soprattutto l’emozione del girato di una telecamera, prima che il montaggio cancelli gli indugi, le incertezze, persino la paura del cameramen che la teneva in mano (che è anche la nostra paura).[…] Negli ultimi tempi è stato lanciato il canale Al Jazeera English, «rubando» producer e anchorman alle maggiori reti via satellite da Cnn in giù.[…]Infine, la mossa di mettere a disposizione di tutti gli operatori dell’informazione il materiale grezzo girato a Gaza, senza limitazioni di copyright, non ha praticamente precedenti. Stante la chiusura di Gaza a giornalisti e inviati, la cosa ha un lato politico e comunicativo immediato. Non si può dire «non abbiamo immagini». Le immagini ci sono. Dolorose. Troppo.
(Alberto Piccinini, Vince Al Jazeera senza copyright, il Manifesto)

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