R. GOLDSTONE: SUI CRIMINI DI ISRAELE HA RITRATTATO SOTTO MINACCIA?

maggio 10, 2011

Di Gianluca Freda

“Se avessi saputo prima quello che so adesso, il Rapporto Goldstone sarebbe stato un documento diverso”.

Con queste parole, scritte lo scorso 1° aprile su un articolo del Washington Post, Richard Goldstone avrebbe “ritrattato” (almeno così ci è stato raccontato dai media mainstream) le accuse di crimini contro l’umanità rivolte ad Israele per le stragi compiute dall’IDF (l’esercito israeliano) durante l’attacco a Gaza del dicembre 2008 – gennaio 2009. Ma si è trattato davvero di una ritrattazione? E che cosa ha spinto Goldstone a compiere questa imprevista marcia indietro?

Leggendo l’articolo di Goldstone sul Washington Post, pubblicato il 1° aprile scorso (una data simbolica?) si può innanzitutto notare che esso, più che una vera e propria ritrattazione sugli scempi compiuti da Israele contro i civili di Gaza, contiene soprattutto alcune insistenti precisazioni sugli speculari (secondo Goldstone) crimini di guerra perpetrati da Hamas. I lanci di razzi effettuati da Hamas vengono posti sullo stesso piano dei bombardamenti al fosforo bianco compiuti da Israele, con un’operazione che sa di deriva propagandistica più che di corollario agli accertamenti compiuti nel corso della missione ONU, di cui Goldstone era a capo. Una propaganda dai connotati arcinoti, della quale è impossibile non riconoscere a prima vista la matrice.

Goldstone non ritratta affatto le sue precedenti conclusioni sull’intervento israeliano, deprecando anzi la scarsa collaborazione offerta dalle autorità di Israele nel corso delle indagini, nonché la lunghezza e la scarsa trasparenza dei processi intentati contro i militari accusati di azioni criminali contro i civili (come lo sterminio di 29 membri della famiglia al-Simouni all’interno della loro abitazione di Gaza). Ma allo stesso tempo, con mastodontica contraddizione, egli esprime una generica fiducia nella “correttezza” e nella “trasparenza” delle indagini che Israele sta adesso iniziando a condurre (o più probabilmente a fingere di condurre) contro l’operato dei propri militari. Ad esempio, la posizione di Israele riguardo lo sterminio della famiglia al-Simouni – cui era dedicata una corposa sezione del rapporto – è che tale massacro sarebbe stato causato dall’”errata interpretazione di un’immagine proveniente da un drone”. Goldstone si dice “fiducioso” che l’ufficiale che aveva scorrettamente interpretato l’immagine venga riconosciuto colpevole di negligenza. Non è chiaro su cosa egli basi la propria fiducia, trattandosi di un processo che l’IDF conduce contro l’IDF, con risultati che non è avventato definire prevedibili. E’ esattamente lo stesso modello di procedura investigativa avviata dopo il massacro della Mavi Marmara ed è davvero difficile capire come sia possibile nutrire “fiducia” verso un imputato che giudica se stesso e non ammette di essere giudicato da altri che da se stesso. Né è chiaro cosa Goldstone intenda per “trasparenza”, visto che le indagini non sono pubbliche e che Israele non si sogna nemmeno di condividere le prove raccolte con osservatori esterni e indipendenti.

Nell’articolo, Goldstone fa anche notare che mentre Israele si sarebbe impegnato ad avviare indagini sugli eventi del 2008-2009, Hamas non avrebbe invece fatto nulla per accertare le eventuali responsabilità dei propri esponenti. Il che sarebbe, in verità, un’ottima ragione per ringraziare Hamas di aver risparmiato all’opinione pubblica un’indagine-farsa contro se stessa, i cui esiti non sarebbero stati difficili da immaginare. Che Hamas apprezzi le pantomime processuali molto meno del governo israeliano, era cosa già nota. Manca ovviamente nell’articolo – né era lecito attendersela – qualunque considerazione sul problema di fondo: e cioè sul fatto che le aggressioni israeliane contro i civili palestinesi non andrebbero valutate singolarmente e di volta in volta come se si trattasse di azioni isolate; esse andrebbero invece inquadrate nell’ottica della lunga storia di massacri perpetrati da Israele contro la Palestina, la cui ricorrenza e la cui brutalità è impossibile definire accidentale se trasposta su una prospettiva di lungo periodo.

Insomma, più che come una ritrattazione motivata e articolata, l’articolo di Goldstone sul Washington Post si presenta come una scomposta sequela di affermazioni improbabili e apodittiche, scritta frettolosamente ricopiando alla rinfusa i pretesti più grevi del razzismo omicida dell’entità sionista. Occorre chiedersi: cos’è che ha spinto Goldstone a pubblicare una non-smentita così traballante e sospetta?

La risposta è piuttosto nota sulla stampa estera, assai meno in Italia, dove tutto ciò che può nuocere alla politica del sionismo o rivelarne le trame viene segregato nel limbo del non detto e non scritto e ricoperto da una coltre di ossequiante silenzio.

Il 15 aprile del 2010, il quotidiano Jerusalem Post pubblicava un articolo nel quale si rendeva conto di un’escalation di ostilità delle collettività ebraiche nei confronti di Richard Goldstone. L’articolo spiegava: “Il giudice Richard Goldstone, a capo di un’indagine sui crimini di guerra che ha fatto infuriare Israele e le comunità ebraiche del mondo, non potrà partecipare al bar mitzvah di suo nipote che si terrà a Johannesburg il prossimo mese, stando a quanto afferma un giornale sudafricano”. Il bar mitzvah (bat mitzvah per le ragazze) è “la cerimonia ebraica con cui si celebra il momento in cui un bambino ebreo raggiunge l’età della maturità (12 anni e un giorno per le femmine, 13 anni e un giorno per i maschi) e diventa responsabile per sé stesso nei confronti della Halakhah, la legge ebraica”. Si tratta di un evento molto sentito nelle comunità ebraiche, un’occasione in cui ogni famiglia ha, fra le altre cose, la possibilità di far risaltare la propria composizione numerica, la propria rilevanza sociale e dunque il proprio potere nell’ambito della collettività.

L’articolo del Jerusalem Post continuava: “Goldstone non sarà presente alla cerimonia religiosa di suo nipote in seguito ad un accordo tra la famiglia, l’Organizzazione Sionista del Sud Africa (SAZF) e la sinagoga Beith Hamedrash Hagadol di Sandton, dove la cerimonia verrà celebrata, stando al giornale sudafricano Jewish Report. [...] Il capo della SAZF, Avrom Krengel, ha detto che, riguardo al problema, la sua organizzazione “si è confrontata” col rabbino capo, con la beit din (corte rabbinica) e con altri soggetti, aggiungendo che la federazione si è interessata del problema “con la massima forza, visto che noi rappresentiamo Israele””. Il rabbino Moshe Kurtstag, capo della beit din locale dichiarava: “So bene che nella shul [sinagoga] ci sono sentimenti molto forti, c’è molta rabbia [riguardo alla partecipazione di Goldstone]. Ho anche sentito che la SAZF voleva organizzare una protesta all’esterno della shul, c’erano progetti di ogni tipo. Ma penso che alla fine la ragione abbia prevalso”.

E’ da notare che questo evidente ricatto contro Goldstone nasce e si sviluppa in seno alla stampa ebraica sionista. L’attacco parte dal giornale ebraico sudafricano Jewish Report, viene ripreso dal Jerusalem Post e subito dopo dal London Jewish Chronicle e dalla Jewish Telegraphic Agency. Solo successivamente la notizia verrà ripresa da altre fonti, quali il New York Times e Al Jazeera.

E’ anche da notare che la SAZF, nelle sue dichiarazioni, cerca ipocritamente di farsi passare per mediatrice, come se fosse intervenuta a proteste già iniziate e si fosse messa alla ricerca di una risoluzione pacifica della questione. In realtà era stata proprio la SAZF, nella persona del suo capo Avrom Krengel, la fonte da cui erano partite le minacce e la campagna diffamatoria.

Nel mese di aprile 2010, in molte sinagoghe sudafricane, i rabbini tennero sermoni sul caso Goldstone. Se da una parte si affermava il diritto di Goldstone a partecipare senza interferenze al bar mitzvah del nipote, dall’altro lo si additava senza esitazione come un nemico del popolo ebraico. Un esempio, fra i tanti, è quello del sermone tenuto dal rabbino Yossi Goldman, presidente dell’Associazione Rabbinica Sudafricana, presso la sinagoga Sydenham di Johannesburg. Goldman, da un lato, difendeva “il diritto di Goldstone di entrare nella sinagoga”; aggiungeva però che Goldstone “non avrebbe dovuto essere contato nel minyan” [il quorum di dieci uomini ebrei richiesto per certe preghiere] e suggeriva che a Goldstone avrebbe dovuto essere negata l’Aliya [l’onore di essere chiamato alla Torah], spiegando che “tale privilegio può andare perduto a seguito di comportamenti inappropriati”. Goldman, inoltre, accusava Goldstone di essere un nemico del popolo ebraico e di aver tradito la memoria di sua nonna. Steven Friedman, professore di scienze politiche presso l’università di Rhodes, in Sudafrica, dichiarava: “C’è l’establishment dietro questi attacchi. [...] C’è l’evidente tentativo, da parte della Federazione Sionista, di diffamare Goldstone”.

Alan Dershowitz, avvocato costituzionalista americano – lo stesso che aveva spinto la DePaul University di Chicago a licenziare Norman Finkelstein, il quale aveva denunciato come il libro di Dershowitz, “The Case for Israel”, fosse in buona parte scopiazzato da altri testi di infimo livello – definiva Goldstone “un uomo molto malvagio”, “un traditore del popolo ebraico” e “un essere umano spregevole”.  I ministri del governo israeliano, come vuole la consuetudine, denunciavano Goldstone come antisemita. Shimon Peres lo definiva “un omuncolo, privo di qualunque senso della giustizia”.

Alla fine di maggio del 2010 comparve sul sito ebraico Forward un articolo a firma di un certo Leonard Fein. L’autore dell’articolo affrontava, più che altro, una generica questione di costume, lamentandosi di come fossero cambiati, nel corso del tempo, alcuni caratteri delle celebrazioni religiose ebraiche. Nello specifico, l’autore deprecava le interferenze esterne che contribuiscono oggi a definire chi viene e chi non viene invitato ad alcune cerimonie religiose, come il bar mitzvah. L’articolo faceva nuovamente riferimento al caso Goldstone, affermando che la situazione di Goldstone “si era alla fine risolta – con una luce verde concessa in ritardo e con una certa riluttanza – e la giornata era poi trascorsa in modo piacevole”. Non specificava, però, in quale modo Goldstone fosse riuscito a placare i suoi persecutori.

La questione viene chiarita da questo articolo del Guardian, in cui si legge: “Richard Goldstone, ex capo di una commissione internazionale sui crimini di guerra, è stato costretto ad incontrarsi con i leader ebraici sudafricani per ascoltare la loro rabbia riguardo al rapporto dell’ONU in cui egli accusava Israele di aver commesso crimini di guerra a Gaza. L’incontro, che non è stato Goldstone a richiedere, è in realtà la condizione affinché gli venga consentito di partecipare al bar mitzvah di suo nipote a Johannesburg”.

Cosa si siano detti Goldstone e i capi del sionismo sudafricano durante quella riunione, non è dato sapere, ma non è difficile immaginare. Goldstone è sempre stato profondamente legato ad Israele e nel corso della sua indagine sull’aggressione contro Gaza aveva mantenuto un livello di obiettività che, paradossalmente, aveva fatto risaltare con maggiore evidenza le atrocità compiute dagli israeliani. Ormai 75enne e al termine della sua carriera, Goldstone non ha voluto essere ricordato come un “nemico del popolo ebraico” e si è piegato ai voleri delle organizzazioni sioniste per non lasciare un marchio sul proprio nome che avrebbe esposto la sua stessa famiglia a ricatti e ritorsioni. Una ritrattazione che non conta e non vale nulla, soprattutto se non si esclude che potrebbe senz’altro essere stata ottenuta attraverso un ricatto odioso, di “tale squallore umano – pretendono le malelingue… – che solo un’organizzazione sionista potrebbe essere stata in grado di concepire”. Sulla base dell’articolo pubblicato da Goldstone, il governo israeliano, per bocca di Netanyahu e del vice Primo Ministro Moshe Ya’alon, sta continuando a fare pressione affinché Goldstone chieda una ritrattazione dei contenuti del rapporto alle stesse Nazioni Unite. In ogni caso, vista la vacuità della “marcia indietro” di Goldstone, contrapposta all’estrema precisione delle accuse presenti nel rapporto, appare al momento piuttosto improbabile che le Nazioni Unite possano prendere le richieste dei sionisti in qualsivoglia considerazione.

Puoi trovare questo articolo anche su:

http://www.zcommunications.org/goldstone-ritratta-sotto-minaccia-italian-by-fabio-sallustro

http://palestinanews.blogspot.com/2011/05/r-goldstone-sui-crimini-di-israele-ha.html

http://www.cloroalclero.com/?p=6561

http://alsalto.blogspot.com/2011/05/r-goldstone-sui-crimini-di-israele-ha.html

http://ilcorrosivo.blogspot.com/2011/05/r-goldstone-sui-crimini-di-israele-ha.html

http://francescoferrari.splinder.com/post/24546369/il-rapporto-sulloperazione-piombo-fuso-e-la-ritrattazione-di-r-goldstone

http://informarexresistere.fr/r-goldstone-sui-crimini-di-israele-ha-ritrattato-sotto-minaccia.html

http://www.oltrelacoltre.com/?p=10344

http://civiumlibertas.blogspot.com/2011/05/israel-lobby-ns-5-r-goldstone-sui.html

http://francotiratore.wordpress.com/2011/05/10/r-goldstone-sui-crimini-di-israele-ha-ritrattato-sotto-minaccia/

http://alsalto.blogspot.com/2011/05/r-goldstone-sui-crimini-di-israele-ha.html

http://apocalypsetime.wordpress.com/2011/05/12/goldstone-ha-ritrattato-sotto-minaccia/

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=38336

http://civiumlibertas.blogspot.com/2011/05/israel-lobby-ns-5-r-goldstone-sui.html

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8172&mode=thread&order=0&thold=0

http://espeditogonzales.altervista.org/2011/05/12/goldstone-ha-ritrattato-sotto-minaccia/

http://francescoferrari.splinder.com/post/24561443/il-rapporto-sull-operazione-piombo-fuso-e-la-ritrattazione-di-r-goldstone-ultimo-aggiornamento

http://ilcorrosivo.blogspot.com/2011/05/r-goldstone-sui-crimini-di-israele-ha.html

http://francotiratore.wordpress.com/2011/05/10/r-goldstone-sui-crimini-di-israele-ha-ritrattato-sotto-minaccia/

http://www.webnostrum.com/category/rapporto-goldstone/

http://www.oltrelacoltre.com/?p=10344

http://www.zcommunications.org/goldstone-s-rethink-by-jonathan-cook


Sgomento

aprile 15, 2011

Vittorio Arrigoni è stato ucciso

 


Guerre di propaganda: Tel Aviv recluta “amici” in Italia

dicembre 6, 2010

di Manlio Rinucci


Il documento non è filtrato attraverso Wikileaks. Se l’è procurato direttamente The Guardian di Londra (28 novembre 2010): è un cablogramma trasmesso pochi giorni prima dal ministero degli esteri israeliano alle proprie ambasciate in dieci paesi europei. Contiene l’ordine del ministro Avigdor Lieberman di identificare entro gennaio fino a 1.000 persone perché agiscano da “amici di Israele”. Dovranno essere “reclutati tra giornalisti, accademici, studenti e attivisti, sia ebrei che cristiani”. Essi saranno regolarmente istruiti da funzionari israeliani perché intervengano a favore di Israele con articoli, lettere e interventi in assemblee pubbliche. Dovranno non solo ricevere messaggi, ma promuoverli attivamente.

Chiave di questa campagna saranno cinque capitali europee: Londra, Parigi, Berlino, Madrid e Roma. Qui “le ambasciate riceveranno fondi anche per reclutare professionisti: società specializzate in pubbliche relazioni e lobbisti”. Avranno il compito di rafforzare l’azione degli “amici di Israele” diffondendo messaggi politici su argomenti come la posizione israeliana nei confronti dei palestinesi e la violazione dei diritti umani in Iran. Il ministero degli esteri suggerisce inoltre di organizzare mensilmente eventi pubblici di alto profilo a favore delle politiche israeliane e di invitare persone influenti a visitare Israele. Lo stesso Lieberman incontrerà il mese prossimo gli ambasciatori dei paesi europei per dare impulso a questa “offensiva di pubbliche relazioni”.

Intervistato dal Guardian a proposito di questo argomento, un funzionario israeliano si è rifiutato di commentare. Ha però dichiarato: “Ovviamente cerchiamo sempre modi nuovi per migliorare le nostre comunicazioni, non c’è niente di strano in questo”. Ha quindi precisato che c’è “particolare preoccupazione su come Israele è visto all’estero, in particolare in certi paesi dell’Europa occidentale”.

Perché proprio ora il governo israeliano lancia una nuova offensiva di propaganda nelle capitali europee, tra cui Roma? Si ricordi, pur essendo la propaganda merce di tutti i giorni (non solo per Israele), l’ultima grande campagna israeliana fu lanciata nel dicembre 2008 per presentare l’Operazione “Piombo Fuso” contro Gaza come un’azione difensiva.

La nuova campagna ha come scopo principale convincere l’opinione pubblica italiana ed europea che non solo Israele, ma anche gli europei sono minacciati dall’Iran. Preparandola così ad accettare come inevitabile misura difensiva una nuova guerra in Medio Oriente.

Ricordiamocene quando gli “amici di Israele”, reclutati da Lieberman, inizieranno la loro offensiva sui giornali e nei talk show.

di Manlio Dinucci
Fonte: L’Ernesto


Dopo la strage, la beffa Pacifisti rapiti e accusati

giugno 2, 2010
610 passeggeri della Freedom Flotilla detenuti da Israele per «ingresso illegale»

Anubi D’Avossa Lussurgiu
Mairead Corrigan Maguire, nordirlandese, classe 1944, premio Nobel per la Pace nel 1976 in grazie del suo impegno per la soluzione del conflitto nell’Ulster. Denis Halliday, irlandese, ex assistente del segretario generale dell’Onu e coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in Iraq negli anni 1997-1998. Mahathir bin Mohamad, malese, classe 1925, dal 1981 al 2003 primo ministro del suo Paese, a capo della Perdana Leadership Foundation. Insieme alla regista Fiona Thompson e alla coppia di pacifisti Jenny e Derek Graham, sono alcuni degli imbarcati, appunto cinque irlandesi e sei malesi, sulla MV Rachel Corrie, la prima delle due navi che a ieri sera erano sulla rotta da Cipro alle coste di Gaza, dopo il massacro della notte del Lunedì Nero della Freedom Flotilla for Gaza perpetrato dalle forze armate d’Israele.
La nave è dedicata nel nome alla pacifista statunitense uccisa a 23 anni il 16 marzo 2003 da un bulldozer militare israeliano, mentre tentava di opporsi alla demolizione di case palestinesi a Rafah, durante l’Intifada di Al Aqsa. Rachel era là con l’International Solidarity Movement, cui fanno riferimento anche alcuni tra le attivise e gli attivisti irlandesi, veterani, imbarcati sul battello che rinnova la sfida della Flotilla, dopo la strage. E’ il segno tangibile, ad altissimo rischio, che l’impresa politica di aprire dal basso un canale di agibilità degli aiuti alla popolazione della Striscia di Gaza sotto assedio ed embargo non si ferma neanche davanti al terrore.
Rischio alto, ma certo a questi passeggeri della Rachel Corrie difficilmente potrà addirsi l’etichetta di «infiltrati da terroristi» con la quale le autorità d’Israele, militari e politiche, cercano di giustificare l’eccidio di lunedì sulla Mavi Marmaris, commesso a 130 chilometri dalle coste di Gaza, in piene acque internazionali. Sta di fatto lunedì che l’intero primo scaglione, il più corposo, della Freedom Flotilla, oltre che sottoposto al fuoco omicida delle armi è stato sequestrato e rapito dalle forze armate d’Israele e dal suo governo.
Ieri, finalmente, il personale diplomatico delle ambasciate e dei consolati di competenza è riuscito a visitare gli attivisti e gli equipaggi rinchiusi, dopo essere stati detenuti nel porto di Ashdod, nel supercarcere di Bersheeva. Solo alcuni, in verità. Ma, dopo le informazioni ottenute con il contagocce dai colloqui con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri italiano Gianni Letta, ieri sulla base di queste visite la Freedom Flotilla Italia è riuscita a farsi fornire dall’unità di crisi della Farnesina un quadro più chiaro e veritiero – rispetto alle fonti ufficiali israeliane, che non consentono tuttora di conoscere nemmeno l’esatto numero e l’esatta distribuzione di nazionalità delle vittime della strage.
Dunque a Bersheeva si ritrovano detenute 610 delle persone che erano a bordo delle sei navi della Flotilla assaltate lunedì notte. Quasi tutte, a parte i 45 feriti – delle cui condizioni non si riescono ad avere ulteriori particolari a parte il «fuori pericolo di vita» – ricoverati in ospedali militari israeliani: e a parte i 48 – soprattutto turchi, i più traumatizzati perché i più presi di mira dall’assalto – che hanno accettato il rimpatrio immediato, col pegno del riconoscimento formale di «responsabilità» d’un proprio «ingresso illegale nel Paese». Che è il capo d’imputazione pendente sui 610 sequestrati a Bersheeva. «Ridicolo», come dice la Freedom Flotilla Italia, visto che sono stati «rapiti a 75 miglia dalla costa e portati a via a forza, contro la propria volontà, in territorio israeliano delle forze armate dello Stato di Israele»; anzi, «un oltraggio all’intelligenza di chiunque e uno sfregio al diritto internazionale». Ulteriore. Ma come la Farnesina stessa è stata costretta ad informare, per il governo d’Israele «chi non firma la dichiarazione di responsabilità verrà processato».
Fra di loro ci sono i reporter Angela Lano e Manolo Luppichini (dei quali anche la Fnsi ha chiesto ieri il rilascio), il videomaker Manuel Zani e gli attivisti Joe Fallisi, tenore anarchico, e Marcello Faracci. Li ha visitati ieri la console italiana Gloria Belleli, riportandone la notizia di «tranquillità sulle condizioni». Tranne il particolare, riferito dalla viceministra degli Esteri Stefania Craxi, che Angela Lano sarebbe «più provata». Questo, mentre il marito Fernando Lattarulo, brasiliano con cittadinanza italiana e come lei e i due figli residente a Torino, denuncia l’impossibilità di avere contatti con la moglie: diversamente dalla giovane regista brasiliana Iara Lee, per la quale l’unità di crisi del suo Paese ha ottenuto i contatti dei familiari e che è riuscita anche a rilasciare all’importante quotidiano Folha de Sao Paulo una durissima intervista, con la testimonianza che gli assaltatori israeliani della Mavi Marmarsi ««hanno cominciato ad attaccare in maniera indiscriminata», «hanno detto che eravamo terroristi» e «cominciato a sparare alla gente», e che «i loro colpi sono stati mirati», «hanno sparato alla testa dei passeggeri». Testimonianza coincidente con quella delle deputate e deputati della tedesca Die Linke rientrati ieri a Berlino.
Per tutto questo, per la verità e per la libertà immediata di tutte e tutti – richiesta persino dalla Nato, ieri – venerdì sarà giornata i mobilitazione nazionale in tutt’Italia, a Roma con un corteo da piazza della Repubblica a piazza del Popolo, dalle 17, indetto dalla Rete romana di solidarietà: che già ieri, con le antirazziste e gli antirazzisti della capitale, ha “assediato” l’ambasciata d’Israele in via Aldovrandi.

02/06/2010

liberazione.it


Un’altra nave verso Gaza, si chiama “Rachel Corrie”

giugno 2, 2010

Hamas cavalca con lucidità lo sdegno del mondo e ruba la scena all’Anp

Il presidente palestinese Abbas, che ha definito «un massacro», il blitz israeliano che ha ucciso almeno dieci attivisti internazionali su una delle navi della “Freedom Flottilla”, ancora non ha detto una parola sulle ripercussioni che tutto ciò avrà sui colloqui di pace con gli israeliani. Un silenzio assordante, dettato probabilmente dalla necessità di trovare un accordo sulla questione con l’Amministrazione Obama. A parlare chiaro, dallo Yemen, dove ha incontrato il Presidente Abdallah Saleh (alleato regionale degli Usa nella lotta contro al-Qaeda), è stato invece il capo dell’Ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal, che ha tuonato contro la «deludente» riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, accusando gli Stati Uniti di essere i «responsabili dell’impunità dello Stato ebraico».

Ieri, giornata di lutto nazionale indetta dall’Anp per la strage in mare, almeno cinque palestinesi sono rimasti uccisi a Gaza. Tre sono morti nel corso di un attacco israeliano nella zona nord di Beith Lahya, area da cui miliziani palestinesi hanno lanciato due razzi verso Israele, senza provocare vittime. Gli altri due sono miliziani uccisi a sud di Gaza, secondo la versione israeliana infiltrati oltre confine. Altri morti che vanno ad aggiungersi alle vittime civili del blitz israeliano a bordo delle navi dirette a Gaza con aiuti umanitari e dirottate al porto israeliano di Ashdod. Mentre i natanti contro il blocco di Gaza restano bloccati dagli israeliani e i circa 700 attivisti che vi si trovavano a bordo ricevono in carcere le visite delle rispettive autorità consolari, un’altra nave battente bandiera irlandese, la Rachel Corrie, fa rotta verso il Territorio palestinese. Gli occhi di tutto il mondo saranno puntati su quel vascello che porta il nome della pacifista americana uccisa a Gaza nel 2003 a soli 23 anni. Come chi è salito su quelle navi, Rachel Corrie era spinta a fare la volontaria dal desiderio di mostrare solidarietà alla popolazione di Gaza. Il governo israeliano ha già annunciato fermerà di nuovo chi tenta di forzare il blocco. Nonostante tutto. Nonstante la crisi internazionale. Nonostante il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon abbia detto che se gli israeliani lo avessero ascoltato (togliendo l’embargo) non ci sarebbe stato alcun tragico incidente. Israele non sembra comprendere che gli uccisi accertati nel blitz, con in tasca il passaporto di un paese Nato, hanno cambiato la eco del grido che chiede la «fine del blocco di Gaza», che sta infiammando le piazze dei Territori palestinesi, di Israele, Europa e mondo arabo.

La fine dell’assedio a Gaza è stata invocata, ancora, dal premier “de facto” di Gaza, Hanyieh, che ha rifiutato l’ingresso a Gaza delle diecimila tonnellate di aiuti trasportati sulle navi ora sotto sequestro in Israele. Il carico resta fermo ai cancelli del valico con Israele di Kerem Shalom. Hamas ne condiziona l’accettazione al rilascio dei circa 700 attivisti fermati dal governo dello Stato ebraico. Cittadini europei, statunitensi, mediorientali, per un totale di 40 diverse nazionalità.

Se il governo israeliano, frastornato dal fiasco tattico-strategico del suo genio militare, sembra perdere in queste ore la bussola, Hamas sta cavalcando con lucidità l’onda dello sdegno e della rabbia alle stelle tra i palestinesi, come nel resto del mondo. E risulta molto più visibile dell’Anp. Meshaal, numero uno di Hamas, ha plaudito alla decisione egiziana di aprire la frontiera con Gaza, definendola «una vera risposta al crimine israeliano». Poi ha inviato ad Abbas un messaggio per una riconciliazione che passi per il congelamento «della commedia dei negoziati diretti e indiretti» con gli israeliani e per un «partenariato» nell’adozione di decisioni politiche sulle elezioni in Cisgiordania.

Il movimento islamico al potere a Gaza rappresenta una spina nel fianco per l’Anp, come per il Cairo, che certo non vuole vedere legittimata una derivazione dei fratelli musulmani sull’uscio di casa. E che invece ieri ha aperto il valico di Rahaf ai «fratelli palestinesi». L’Egitto è stato corresponsabile del blocco di Gaza, tenendo sigillata la frontiera. Di fronte alla piazza che invoca la fine delle chiusure e una crisi internazionale senza precedenti, Mubarak non poteva fare altrimenti. La crisi potrebbe inasprisi una volta accertato con precisione quello che è accaduto. I resoconti di chi è stato rilasciato dagli israeliani, firmando documenti scritti in ebraico, concordano: «A bordo delle navi non c’erano armi. Si è trattato di una brutale aggressione».

Francesca Marretta

02/06/2010

liberazione.it


sit-in contro il massacro della Freedom Flotilla

maggio 31, 2010

ISRAELE HA MASSACRATO PACIFISTI

DI TUTTE LE NAZIONALITA’

La Freedom Flotilla era una flotta di navi che doveva portare 10tonnellate di aiuti umanitari a Gaza. Al suo interno vi erano centinaia di attivisti volontari, non fantasmi ma persone in carne e ossa: Inge, attivista belga, Mary, nonna statunitense, Ewa, attivista polacca, Manolo, filmmaker italiano, Alberto, filmmaker spagnolo e tanti altri.

Questa mattina la flotta israeliana ha assaltato le navi con gli aiuti umanitari uccidendo più di 20 volontari e ferendone una cinquantina. Il tutto è avvenuto in acque internazionali, quindi si tratta non solo di un massacro ingiustificato e disumano, ma anche di pirateria.

Vogliamo rimanere a guardare? Sanzioni per Israele!

SIT-IN IL 1° GIUGNO h18 AL BASTIONE

http://gruppofalastin.wordpress.com
http://www.sardegnapalestina.org


62° anniversario della NAKBA

maggio 10, 2010


Anat Kamm, chi era costei?

maggio 2, 2010

La storia di cui in Israele tutti parlano. Ma di cui è proibito parlare

“Se avesse denunciato un caso di corruzione al ministero dell’Agricoltura, l’avremmo tutti applaudita”, ha scritto Gideon Levy. Sfortunatamente, Anat Kamm ha denunciato i crimini compiuti dall’esercito israeliano nei Territori. Ed è finita agli arresti domiciliari. Rischia l’ergastolo per possesso e trasmissione di documenti suscettibili di minare la sicurezza nazionale. Di Uri Blau invece, il giornalista di Ha’aretz che da quei documenti ha sgomitolato le sue inchieste, si sa solo che è nascosto a Londra, atteso a Tel Aviv da un interrogatorio che lo Shin Bet ha promesso di condurre “senza guanti”.

Un bavaglio al bavaglio. A scoprire la storia è stato un blogger di Seattle, Richard Silverstein, che a metà dicembre ha riportato la notizia dell’arresto di una giovane giornalista di Walla!, un portale israeliano di società e cultura, con l’accusa di avere illecitamente raccolto e divulgato informazioni potenzialmente pericolose per la sicurezza nazionale. Durante i due anni del suo servizio di leva, trascorsi nell’ufficio del Comando Centrale della Cisgiordania, Anat Kamm, oggi 23enne studentessa di filosofia, avrebbe copiato su un cd centinaia di documenti classificati come riservati. Per poi consegnarli a Uri Blau. Ad attirare l’attenzione dello Shin Bet, infatti, è stato un articolo di Ha’aretz a sua firma, nel novembre del 2008, in cui si racconta dell’assassinio di un militante del Jihad Islamico eseguito vicino Jenin su ordine del generale Yair Naveh, comandante in capo dell’esercito nella Cisgiordania. L’articolo ricostruisce nei dettagli la pianificazione dell’assassinio, in contrasto con una recente pronuncia della Corte Suprema, secondo cui l’esecuzione di un ricercato è illegale quando è possibile il suo arresto. Anat Kamm, all’epoca, era la segretaria di Yair Naveh. Pubblicata a metà marzo, da internet la notizia è rapidamente rimbalzata sui media internazionali. Non sui media israeliani, però. In contemporanea all’arresto, infatti, il tribunale ha emesso un gag order, vietando ai giornalisti di occuparsi del caso: una specie di bavaglio alla stampa sul bavaglio a Kamm, la cui violazione è punibile anche con il carcere. “Ma che paese è, un paese in cui un giornalista, semplicemente, scompare, e gli altri giornalisti non possono parlarne?”, si è chiesto Richard Silverstein. “La Cina? Cuba? O forse l’Iran”.

Reazioni e deviazioni. “Quando ho copiato quei documenti”, ha spiegato Anat Kamm, “ho pensato solo che il tribunale della storia assolve chi denuncia crimini di guerra”. Tuttavia, in questi giorni non solo il conservatore Jerusalem Post, ma anche Yediot Ahronot, il più diffuso quotidiano di Israele, trabocca di editoriali e lettere che bollano Anat Kamm come una traditrice – o più semplicemente, una ragazza con problemi psichici a cui non avrebbe mai dovuto essere assegnato un ruolo così delicato. Per altri, al contrario, Anat Kamm è un’israeliana esemplare. “Con l’Intifada”, sostiene Akiva Eldar, “abbiamo capito che non esiste una cosa chiamata ‘occupazione illuminata’. Non è possibile dominare un altro popolo per quarantatrè anni senza crudeltà e ferocia. Per gestire un’occupazione, bisogna allevare soldati e funzionari obbedienti – collaboratori. In questo preciso istante, centinaia di segretarie siedono alle loro scrivanie senza avere il coraggio di telefonare a un giornalista, e denunciare ministri e comandanti che minano il nostro futuro”. Spesso, infatti, l’etichetta ‘confidenziale’ indica documenti la cui diffusione è ritenuta inopportuna, ma non necessariamente capace di compromettere la sicurezza nazionale – e “la differenza tra il giornalista che lavora su documenti riservati e quello che si guadagna lo stipendio pubblicando i comunicati stampa del governo è la differenza tra uno stato democratico e un regime autoritario”, conclude Akiva Eldar. Anche se alla fine, l’ampio dibattito in corso su Anat Kamm e Uri Blau, e i diritti e i doveri del buon giornalista e del buon soldato e del buon cittadino, è in fondo un successo per lo Shin Bet, che ha così deviato l’attenzione dalla vera notizia: i crimini compiuti contro i palestinesi. “Mirate a Yair Naveh, non ad Anat Kamm”, ha titolato Gideon Levy. “Non si cerca di proteggere segreti di stato, qui, ma di insabbiare reati. Il Comando Centrale, nel cui ufficio sono stati pianificati degli assassinii, dovrebbe essere sul banco degli imputati. E invece fa da pubblico ministero”. Per questo, quando Uri Blau ha definito la sua battaglia “una battaglia per l’immagine di Israele, non per la mia libertà”, è arrivata a stretto giro la precisazione di Jonathan Cook: “La preoccupazione per l’immagine lasciamola ai Netanyahu e allo Shin Bet. Questa è una battaglia per l’anima di Israele”.

Un bersaglio non proprio casuale. In realtà, in Israele non è certo raro che ufficiali dell’esercito, agenti segreti e uomini politici passino documenti riservati a giornalisti. Incluso Uri Blau. Ma l’ultima volta la sanzione, per il soldato, si era limitata a trenta giorni di consegna in caserma. Il problema, nota Yuval Elbashan, è che Uri Blau non è uno qualsiasi. Sono infatti sue le inchieste che un anno fa, sulla base di archivi segreti del governo, hanno rivelato che due terzi degli insediamenti sono stati costruiti non su terra statale, ma su proprietà palestinese – in violazione cioè non solo del diritto internazionale, ma anche della legge israeliana. Sue, ancora, le inchieste sulla società di consulenza di Ehud Barak, oggi intestata alle figlie per evitare conflitti di interessi, e che ha ricevuto circa due milioni di dollari da una imprecisata fonte estera mentre risultava inattiva. E sue, infine, le anticipazioni su un imminente attacco a Gaza – una settimana prima dell’Operazione Piombo Fuso: una notizia che Ha’aretz ha scelto di non pubblicare. Un giornalista, dunque, nelle parole di Yuval Elbashan, “molto diverso dagli altri, che si auto-nominano portavoce dell’establishment, come se ancora fossero in servizio di leva. Non è mai stato tra quelli che leggono i comunicati dell’esercito. E invece larga parte dei suoi colleghi riceve un messaggio, telefona a un paio di ufficiali, generalmente gli stessi che hanno inviato il messaggio, per verificarne l’accuratezza, e corre a dettare il pezzo. La loro routine di corrispondenti militari, inoltre, include visite organizzare alle nostre truppe, con tanto di giubbotti dell’esercito. Da quello che descrivono come ‘il campo’, rendono noto a pappagallo quello che l’establishment desidera rendere noto. In questo senso, la storia di Anat Kamm è un segnale di allarme. Ma non per quello che Uri Blau ha scritto. Per quello che gli altri giornalisti non hanno scritto”.

Tempi difficili. Ha’aretz ha difeso il suo giornalista ricordando che l’Ufficio della Censura Militare aveva approvato l’articolo. In Israele, infatti, in virtù di una norma che risale al Mandato Britannico, ogni notizia viene preventivamente controllata, per accertare che non contenga informazioni riservate o pericolose per la sicurezza nazionale. I cronisti israeliani, in realtà, minimizzano il ruolo della censura. La stessa Amira Hass, che è da Ramallah tra i più autorevoli e puntuali critici dell’occupazione, e definisce la sua professione come “il costante monitoraggio dei centri di potere”, giudica irrilevanti le restrizioni imposte al suo lavoro. Ma una simile pratica non può non lasciare perplessi gli osservatori internazionali. Recentemente, per esempio, i media israeliani sono stati autorizzati a riportare la notizia dell’assassinio a Dubai di Mahmoud al-Mabhouh, di Hamas, ma non il coinvolgimento del Mossad nell’operazione. Anche se secondo Judith Miller, premio Pulitzer statunitense che ha pagato con il carcere la sua inchiesta sull’inesistenza delle armi irachene di distruzione di massa, il vero problema israeliano è l’auto-censura: generata di istinto da un sistema scolastico e universitario impregnato dei valori sionisti, a volte ai limiti dell’indottrinamento, e effetto inevitabile della completa continuità e osmosi tra esercito e società. Quale che sia l’effettiva solidità della libertà di stampa in Israele, al momento il dato certo è che nell’ultimo rapporto di Reporters Sans Frontieres, l’unica democrazia del Medio Oriente è precipitata dalla 47ma alla 93ma posizione – dietro Kuwait, Libano, ed Emirati Arabi. Senza dubbio, nella valutazione negativa ha inciso la scelta, senza precedenti, di sigillare Gaza ai giornalisti, israeliani e internazionali, costretti a raccontare la guerra con il binocolo dalle colline al confine. Ma la misteriosa incursione notturna nell’appartamento di Uri Blau, con carte e computer spariti, probabilmente non aiuterà Israele a migliorare la classifica.

Francesca Borri
per http://it.peacereporter.net


Cosa dice Haaretz

marzo 19, 2010

Per motivi di tempo facciamo un sunto dei vari articoli presenti sul sito di Haaretz.
Se masticate l’inglese potete visualizzarli senguendo il link
(http://www.haaretz.com/). Tutto ciò che non è presente nei giornali, ossia le mie opinioni, sarà messo tra parentesi quadre.

Netanyahu e Obama, amichevolmente

[La notizia principale riguarda questa fantomatica frattura fra Israele e gli Stati Uniti. Un balletto ben fatto, quasi ci caschiamo noi occidentali, ma pur sempre un balletto.] Haaretz ci dice che c’è stata una telefonata tra il segretario di stato degli Stati Uniti Hillary Clinton e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu il quale si è detto prontissimo a fare di tutto per far sì che gli Stati Uniti rilancino il processo di pace. [E' curioso notare come sembri necessaria questa mediazione degli Stati Uniti, necessaria a Israele per prendere tempo, per continuare ciò che sta facendo indisturbata e con le spalle coperte e per dare l'impressione di impegnarsi.] Questo “tutto”, continua il giornale israeliano, comprende il rilascio di prigionieri, la rimozione dei posti di blocco nella West Bank e forse la possibilità di dare il controllo di alcuni di questi territori all’ANP(Autorità Nazionale Palestinese)[strana questa "donazione": la West Bank E' infatti palestinese, sta in Cisgiordania, dovrebbe a prescindere stare sotto il governo dell'ANP se non fosse che è dal 1967, a seguito della guerra dei sei giorni, sotto occupazione militare israeliana, che, ricordiamolo, è illegale e condannata dall'ONU. Gli accordi di Oslo del 1993 non hanno fatto poi che peggiorare la situazione dando voce in capitolo a Israele su molti territori della cisgiordania, nei quali, abusivamente, sta procedendo da anni a un'opera ampissima di colonizzazione.]. Non si menziona invece la richiesta degli Stati Stati Uniti di bloccare la costruzione di nuovi insediamenti a Gerusalemme Est, ma sembrerebbe che una probabile risposta israeliana possa contemplare un momentaneo blocco di quelle ormai celebri 1600 abitazioni, ma non la sua cancellazione totale. Infatti nessuno, neanche Obama secondo Netanyahu, avrebbe il potere giuridico di bloccare la costruzione di quelle case. Prometterebbe che la costruzione averrà in tempi dilatatati, due o tre anni [come se questo cambiasse le cose].
Hareetz propone poi un sondaggio agli israeliani dal quale risulta che, se la popolarità del presidente americano Obama è in calo nel suo paese, in Israele è anzi ben voluto e la sua politica estera nei confronti dello stato sionista è considerata amichevole e leale. Questo contrasta con ciò che avrebbe voluto Netanyahu che si presenta ai suoi elettori come vittima di una politica americana dura nei suoi confronti. Il 48% degli Israeliani ritiene che la costruzione di abitazioni a scapito dei Palestinesi a Gerusalemme Est debba continuare, anche col rischio di una frattura con gli USA, mentre un 41% è d’accordo nel blocco delle costruzioni almeno fino all’inizio di un processo di pace[a questo punto non sappiamo se rallegrarci per il 41% o disperarci per il 48%!]. Infine il comportamento di Netanyahu non sembra essere gradito a molti Israeliani, forse perchè, dice Haaretz, “Netanyahu” e “comportamento” sono due parole che non vanno d’accordo e che ci riportano a dieci anni fa quando il suo governo cadde proprio a causa del suo “comportamento”. Il popolo israeliano non ha voltato le spalle al suo primo ministro, ma non ha neanche applaudito alle tirate d’orecchio che si è conquistato da parte degli Stati Uniti.
Solo più sotto Haaretz accena all’attacco condotto dall’ IDF(Israel Defece Forces) poche ore fa su Gaza, segnalando due feriti[civili. Ma le vite umane sembrano interessare meno delle soap opera diplomatiche].

Nello stesso tempo il New York Time ci fa sapere che gli Stati Uniti sanzionano la Islamic National Bank e la Al-Aqsa Television[nel caso ci fosse bisogno di peggiorare la situazione sociale-economica della striscia di terra più popolata al mondo e sotto "embargo" da anni ad opera di Israele] . Il motivo sarebbe [neanche a dirlo] il rapporto che le due imprese hanno con Hamas [essendo due imprese di Gaza, il cui governo eletto è costituito da Hamas, sarebbe difficile il contrario]. Il New York Time riporta anche le parole utilizzate dal Tesoro circa i programmi televisivi di Al-Aqsa Television: “destinati a reclutare i bambini per diventare combattenti armati di Hamas e kamikaze una volta raggiunta l’età adulta”[no comment]. Comunque sia, tutti i fondi presenti sul suolo statunitense sono stati bloccati[finiranno nelle casse americane? Oltre il danno la beffa?].


Il fallimento della sinistra israeliana

marzo 19, 2010

La ricetta per una sinistra d’occupazione

La Knesset, il parleamento israeliano

Diremmo che in Israele parlare di schieramenti politici è come guidare una macchina in Inghilterra: ci si ritrova spiazzati e, a volte, un po’ nauseati. La sinistra israeliana, sionista e a volte religiosa, è infatti ben lontana dai corrispettivi movimenti europei.
Qualche esempio?

Il Partito Laburista rappresenta la storia di Israele: al potere dall’inizio degli anni ’30 ha creato il paese così come lo conosciamo ora. Ha come leader Ehud Barak, colui che a Camp David portò avanti il principio di “terra in cambio di pace” (senza rispettarlo) e che poi disse «I palestinesi sono come coccodrilli, più carne gli dai e più ne vogliono». Fu ministro della difesa durante l’atroce massacro denominato a ragion veduta “Piombo Fuso” che causò 1400 vittime civili di cui buona parte bambini. «Il dibattito portato avanti dai governi laburisti dal 1967 al 1977, e poi negli anni ’90, non ha mai preso in considerazione la revisione del vecchio principio della conquista del suolo, né ha sentito la necessità di costruire finalmente l’avvenire del paese non più sui diritti storici degli ebrei alla terra di Israele, ma piuttosto sul diritto naturale di tutti i popoli ad essere padroni del proprio destino. Il dibattito si è sempre concentrato – e si concentra ancora – sul modo migliore di sfruttare la situazione derivante dalla debolezza araba.» scrive Zeev Sternehell su Le Monde Diplomatique.

Meretz fra i partiti sionisti è quello che si colloca più a sinistra(si fa per dire). Infatti ha solo 3 deputati nell’attuale Knesset, il Parlamento Israeliano. E’ il partito in cui è confluito il cosiddetto “movimento degli scrittori” fra le cui fila militano le voci liberal tanto amate dall’intellettualismo progressista di casa nostra: Amos Oz e Abrham Yehoshua. Doveva essere il partito delle aspirazioni socialdemocratiche e pacifiste d’Israele invece i due romanzieri hanno preferito versare il proprio inchiostro per difendere la “guerra giusta di Gaza” e conseguentemente, come giustamente ha scritto Michele Giorgio nelle colonne de il Manifesto, “l’elettorato di fede laburista ha preferito il comandante in capo Barak ai due scrittori con l’elmetto”.

Caso curioso è poi il Kadima, un partito dalle aspirazioni centriste ma nato dalla secessione del Generalissimo Sharon dal Likud nel 2005 nel tentativo di legittimare agli occhi dell’occidente la propria strategia di ingabbiamento e isolamento dei territori palestinesi facendola poi passare per “processo di pace”. Non è allora un caso che il disegno di Sharon sia stato portato a compimento dalla sua erede alla guida del partito, Tzipi Livni, ministro della difesa durante l’operazione “Piombo Fuso”, il massacro della popolazione palestinese della striscia di Gaza reso possibile dall’aver trasformato la stessa Striscia in una prigione a cielo aperto per soli arabi dopo che Sharon fece evacuare, a partire dal 2004, i coloni israeliani.
Ci si chiede, certo, come la Livni possa esser stato ministro in un governo guidato dal Labour Party. Se però consideriamo che il premio nobel per la pace (!) Shimon Peres, grande protagonista di tutta la storia meno felice di Israele, dalla guerra dei sei giorni nel 1967 a Sabra e Chatila, dalla guerra contro il Libano a Piombo Fuso, milita attualmente in Kadima, dopo un lunghissimo passato nel Partito Laburista, allora la situazione appare più definita : Kadima è un partito orientato a formare alleanze a sinistra e centro-sinistra compromettendo ancor di più i brandelli della sinistra sionista israeliana che si è riconosciuta per anni nel partito laburista.

I partiti di sinistra, nella concezione a noi più vicina, e non-sionisti sono delle meteore dall’elettorato fedele ma non determinante, generalmente formato da arabi israeliani. Nella Knesset attuale United Arab List e Hadash (il partito comunista israeliano) hanno 4 deputati ciascuno, Balad 3. Chiedono tutti la parità di diritti fra israeliani ebrei e musulmani, il ritiro dai territori occupati e il diritto al ritorno.

Il fallimento della sinistra israeliana nelle recenti elezioni politiche della Knesset del 2009 ha avuto come conseguenza un doppio spostamento a destra dell’elettorato. Gli elettori laburisti, a cui si offriva l’ambigua politica di Barak, hanno preferito i muscoli di Kadima della Livni. E gli elettori di Kadima, cui si offriva l’impiego della forza e il richiamo alla storia, piuttosto che optare per questa brutta copia di destra, hanno preferito votare quella originale, ultranazonalista, dell’asse Lieberman ( Yisrael Beiteinu) e Netanyahu (Likud).
E’ stata una campagna elettorale da tutti condotta sulle ricette securitarie d’immunità per Israele dai palestinesi. Non importa con quali costi. L’importante è rendersi immuni. Nessuna apertura al dialogo, nessuna concessione ai diritti del vicino, nessuna discussione sulle colonie illegali e soprattutto, ed è ciò che più sconcerta, nessun riesame sulla mattanza di Gaza, forse condotta proprio in funzione elettorale.
Gideon Levy, giornalista israeliano, scrive sul quotidiano Haaretz: «La sinistra israeliana è morta.[...] Non vi era ragione perché le cose andassero altrimenti. Dopo lunghi anni in cui quasi nessuna protesta è giunta da parte della sinistra, e la piazza, la stessa piazza che insorse dopo Sabra e Chatila, è rimasta silenziosa, questa assenza di protesta si è riflessa ugualmente dentro le urne. Il Libano, Gaza, i bambini uccisi, le bombe a grappolo, il fosforo bianco e tutte le atrocità dell’occupazione – niente di tutto questo ha portato nelle piazze la sinistra codarda e indifferente. Sebbene le idee della sinistra abbiano fatto breccia nel centro ed a volte perfino nella destra, tutti, dall’ex primo ministro Ariel Sharon al primo ministro attuale Ehud Olmert, hanno usato un linguaggio che una volta era considerato radicale. Tuttavia, la voce era quella della sinistra, mentre le mani erano quelle della destra.
Chiunque voglia una sinistra che abbia un significato deve prima mettere in soffitta il sionismo. Fino a quando non sorgerà dalla base un movimento che ridefinisca coraggiosamente il sionismo, non vi sarà alcuna sinistra forte.»


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