Ottobre 14, 2009

CULTURA E COPERTURA

Informare per capire

Dal 13 al 23 ottobre 2009 la Facoltà di Lettere e Filosofia di Cagliari ospiterà i prof.ri Hanna e Samuel Scolnicov, studiosi israeliani specializzati in filosofia e drammaturgia.

La Hebrew University of Jerusalem, dove insegnano gli Scolnicov, ha quattro sedi: Monte Scopus(Gerusalemme Est), Givat Ram(Gerusalemme Ovest), Ein Kerem(idem), Rehovot.

Nonostante Gerusalemme sia una città a statuto speciale sotto il controllo dell’ONU la sovranità di Israele su Gerusalemme Ovest è accettata dalla comunità internazionale e dagli organi politici palestinesi come fait accompli. Ugualmente non si può dire di Gerusalemme Est in cui Israele, impunemente, continua a espropriare case ai Palestinesi per costruire colonie israeliane.

La sede sul Monte Scopus che ospita i dipartimenti di studi umanisti cui fanno capo gli Scolnicov nasce così: a Gerusalemme Est, su un territorio occupato, sfruttando la guerra dei 6 giorni del 1967.

La Corte Internazionale di Giustizia ha definito Israele, relativamente a Gerusalemme Est, quale potenza occupante.

L’Università di Tel Aviv, la seconda università in cui insegna Hanna Scolnicov, è stata parzialmente costruita sulle terre del villaggio palestinese di Sheikh Muwanis. Non c’è nessuna menzione di tutti quei palestinesi costretti a fuggire nel 1948 da quel territorio nel sito o nel manifesto dell’università, non c’è una lapide né un monumento nonostante diversi studenti e professori lo chiedano da tempo. Si preferisce oscurare. D’altronde è la stessa università che, destando scalpore nella stessa Israele, ha deciso di assumere come docente di diritto internazionale(!) il colonnello Pnina Sharvit-Baruch, accusata di aver fornito una copertura legale ai crimini di guerra compiuti durante la recente offensiva di Gaza.

Noi non vogliamo far finta di niente

Sosteniamo un boicottaggio istituzionale delle università israeliane finchè queste non avranno preso una posizione esplicita e chiara contro la politica d’occupazione perpetrata dallo Stato di Israele.

E’ ben documentato che le istituzioni accademiche israeliane sono profondamente implicate nella politica coloniale e razzista contro il popolo palestinese. Gli istituti universitari e di ricerca israeliani collaborano strettamente con l’ establishment militare attraverso ricerche e altre attività accademiche, rendendosi complici degli attachi commessi dall’esercito israeliano nei confronti della popolazione civile e inerme palestinese. Le istituzioni accademiche, finora, non si sono mai dissociate dal regime di occupazione nonostante più di quaranta anni di sistematico soffocamento del sistema educativo palestinese.

Il boicottaggio è l’unico metodo a nostra disposizione per cercare di porre fine all’impunità di Israele, spingendolo a rispettare le leggi internazionali e i diritti del popolo palestinese. Non si può avere nessun fantomatico processo di pace finchè le relazioni saranno quelle fra oppressore e oppresso, fra occupante e occupato.

Gruppo Falastin

Associazione Amicizia Sardegna Palestina
(www.sardegnapalestina.org)


Naomi Klein

Settembre 8, 2009

Vi segnaliamo con sommo piacere un recente articolo di Naomi Klein apparso sul suo sito.

We Don’t Feel Like Celebrating with Israel This Year

By Naomi Klein – September 8th, 2009

When I heard the Toronto International Film Festival was holding a celebratory “spotlight” on Tel Aviv I felt ashamed of my city. I thought immediately of Mona Al Shawa, a Palestinian women’s-rights activist I met on a recent trip to Gaza. “We had more hope during the attacks,” she told me, “at least then we believed things would change.”

Ms. Al Shawa explained that while Israeli bombs rained down last December and January, Gazans were glued to their TVs. What they saw, in addition to the carnage, was a world rising up in outrage: global protests, as many as a hundred thousand on the streets of London, a group of Jewish women in Toronto occupying the Israeli Consulate. “People called it war crimes,” Ms. Al Shawa recalled. “We felt we were not alone in the world.” If Gazans could just survive them, it seemed these horrors would be the catalyst for change.

But today, Ms. Al Shawa said, that hope is a bitter memory. The international outrage has evaporated. Gaza has vanished from the news. And it seems that all those deaths—as many as 1,400—were not enough to bring justice. Indeed Israel is refusing to co-operate even with a toothless UN fact-finding mission, headed by respected South African judge Richard Goldstone.
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TERRORISMO: GB, PALESTINESE DETENUTO PER 8 ANNI SENZA ACCUSE

Luglio 6, 2009

Notizia Ansa

(di Mattia Bernardo Bagnoli)

“Ritengo responsabile Tony Blair, la Camera dei Lord, la Regina, i politici e il Parlamento: tutti loro hanno le mani sporche in questa storia”. E’ il durissimo ‘j’accusé di Dina Al Jnidi, moglie di Mahmoud Abu Rideh, rifugiato palestinese arrestato nel 2001 in Gran Bretagna per sospette attività terroristiche e detenuto per otto anni senza mai vedere uno straccio di accusa. Un’ordalia che lo ha lasciato menomato nella mente oltre che nel fisico. “Ricordo perfettamente il giorno che la polizia è venuta a prendersi mio marito: era il 19 dicembre del 2001″. Inizia così il racconto di Dina, pubblicato oggi a doppia pagina dal quotidiano britannico Independent.

“Erano in 30, tutti armati: hanno puntato i fucili in faccia a me e ai miei bambini. Alcuni si sono fatti la pipì addosso. Hanno scaraventato a terra mio marito, gli sono saliti sulla schiena. Lui urlava. ‘Zitto, fottuto terrorista’, hanno risposto”. Mahmoud Abu Rideh a quel punto sparisce. Per 40 giorni Dina lo cerca invano ma le autorità britanniche tengono la bocca cucita. Alla fine Mahmoud ’spunta’ presso la prigione di Belmarsh. “Sono andata a trovarlo, con i miei figli”, ricorda Dina. “Lo hanno tenuto dietro a un vetro: mio marito non conosce bene l’inglese ma non gli hanno permesso di parlare in arabo”. Mahmoud denuncia comunque alla moglie le violenze e le privazioni che avrebbe subito di continuo in carcere. Alla fine i suoi nervi cedono e viene trasferito all’ospedale psichiatrico di Broadmoor dove, stando a Dina, Mahmoud ha iniziato a ferirsi da solo.

Poi, nel 2005, Rideh è stato ‘liberato’ e posto agli arresti domiciliari secondo le disposizioni contenute nel Prevention of Terrorism Act: braccialetto elettronico, obbligo di firma digitale, niente internet per sé o i suoi familiari, niente visite se non autorizzate dal ministero dell’Interno. Condizioni che, nonostante le sentenze contrarie della Corte europea di giustizia e dei diritti umani, permangono tuttora. Dina, esasperata, ha infine lasciato il Regno Unito e si è trasferita in Giordania da alcuni parenti. A Mahmoud è stato però negato il permesso di espatriare. Sino ad oggi. Dopo anni di battaglie legali, grazie anche al sostegno di Amnesty International, Rideh si è infatti presentato all’Alta Corte del Regno Unito con una sola richiesta: quella di poter lasciare per sempre il paese. E davanti ai giudici dell’Alta Corte il governo ha finalmente accettato di emettere un “permesso di viaggio” della durata di cinque anni. “Io e mio marito – scrive Dina – siamo scappati dalle torture degli israeliani per trovare una situazione peggiore in Gran Bretagna. Io sono britannica, anche i miei figli lo sono. Perché è accettabile che si venga trattati in questo modo?”. “Sin dal 2001 – ha detto Kate Allen, direttore di Amnesty International UK – Mahmoud è stato imprigionato senza accuse formali o soggetto a limitazioni della libertà. Non gli è mai stato permesso di vedere le ‘prove’ che sono state raccolte a suo carico.

Nessuna sorpresa che la sua stabilità mentale sia così severamente compromessa. Se il governo reputa che Rideh abbia dei legami con organizzazioni terroristiche lo mandi a processo”. “Il mio assistito – ha detto Gareth Peirce, avvocato di Rideh – farà richiesta questo pomeriggio e speriamo di ottenere il documento entro due settimane al massimo. Era in uno stato di completa disperazione: oggi questa condizione è stata in qualche modo alleviata. 0ra dobbiamo solo aspettare e vedere cosa accade”. (ANSA).


QUANTI CORVI SULL’EMBARGO INFINITO DI GAZA

Luglio 5, 2009

Un assedio REDDITIZIO

di Luisa Morgantini
(
Vicepresidente del Parlamento europeo)
Chi decide e a chi profitta l’embargo israeliano a Gaza? Un articolo pubblicato dal Magazine di «Haaretz» tira in ballo le autorità di Tel Aviv, il ministero della Difesa, quello dell’Agricoltura, ma anche lobby di agricoltori, allevatori e personaggi dei servizi segreti.
Quando si vedono con i propri occhi gli effetti devastanti dell’embargo israeliano a Gaza, non si può che rimanere sconvolti e pensare che un milione e mezzo di residenti della Striscia sono trattati come animali, se non peggio. Lo ha dichiarato Jimmy Carter dopo essersi recato nella Striscia dove ha incontrato il governo di fatto di Hamas. E l’ho sentito anch’io che sono stata più volte con varie delegazioni di parlamentari europei a Gaza, prima, dopo e durante l’offensiva israeliana «Piombo fuso» che ha spazzato via oltre 1.400 vite umane e deliberatamente distrutto intere aree produttive industriali e agricole della Striscia creando un deserto contaminato, in cui la ricostruzione, malgrado la creatività e l’operosità della popolazione palestinese, non si avvia proprio per il blocco illegale di Israele che impedisce il transito di prodotti vari, dall’acciaio al cemento, così come di giocattoli o matite colorate.
Più volte abbiamo denunciato l’assedio di Gaza e i suoi effetti: le morti di ammalati palestinesi, oltre 400, a causa del mancato permesso d’uscita dalla Striscia per farsi curare negli ospedali più forniti all’estero, così come la discriminazione di oltre 5000 Palestinesi di Gaza invalidi del lavoro, che a causa del blocco di tutte le transazioni finanziarie con la Striscia non ricevono più la loro assicurazione né la pensione nonostante le tasse pagate in Israele, come i lavoratori israeliani.
Ma chi decide, e chi guadagna dall’embargo israeliano?
Cerca di ricostruirlo un articolo pubblicato dal Magazine di Haaretz («Gaza bonanza», di Yotam Feldman e Uri Blau,Haaretz, Friday Magazine, 12 giugno 2009). «Gaza Bonanza», la prosperità di Gaza, tira in ballo le autorità israeliane, il ministero della Difesa, quello dell’Agricoltura, ma anche lobby di agricoltori, allevatori israeliani e personaggi dei servizi segreti. Ogni settimana, circa 10 ufficiali dell’unità Coordinamento per le attività del governo nei Territori delle forze di difesa israeliane (Cogat) si incontrano al ministero della Difesa a Tel Aviv per decidere quali prodotti alimentari compariranno sulle tavole dei residenti della Striscia. Decidono che cachi, banane e mele sono prodotti vitali per la sussistenza di base e perciò ammessi ad entrare a Gaza, mentre albicocche, susine, uva e avocado sono prodotti di lusso, così come cioccolato o giocattoli per bambini, e non possono entrare.
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Pirata chi va a Gaza

Luglio 4, 2009

Articolo di Vittorio Arrigoni.

C’è un pericolo incombente per i naviganti nel sud del Mediterraneo, una minaccia se vogliamo più subdola dei corsari somali che assaltano i mercantili nel Corno D’africa. Al largo di Gaza, la marina militare israeliana si è macchiata ancora una volta di pirateria, assaltando la «Spirit of Humanity», una minuscola imbarcazione di legno carica di aiuti umanitari e di attivisti, diretta in soccorso all’estenuata popolazione palestinese.
Erano salpati da Cipro lunedì notte, i miei compagni del Free Gaza Movement, 21 fra giornalisti e attivisti per i diritti umani, rappresentati di 11 diversi paesi, fra cui anche un Nobel per la pace, Mairead Maguire, e Cynthia McKinney, candidata per i Verdi alle ultime presidenziali Usa. A circa 70 miglia dalla loro meta designata, la Spirit è stata intercettata da due navi da guerra israeliane, che ne hanno sabotato la strumentazione satellitare minacciando di aprire il fuoco per dissuadere i miei amici dal continuare la navigazione verso Gaza. Derreck, irlandese memore dei suoi avi navigatori celtici, ha tirato fuori bussola, mappe e compasso, e hanno continuato a navigare all’antica.

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Una «svolta» alla Bibi

Giugno 17, 2009

Analisi di Zvi Schuldiner del discorso di Netanyahu, risposta israeliana al discorso di Obama al Cairo. Bibi apre al diaologo ponendo condizioni inaccettabili e anticipando la mossa proprio nei giorni delle elezioni iraniane che potrebbero ridisegnare gli equilibri mediorientali. Il premier israeliano copre le spalle alla propria politica d’occupazione come Barak nel 2000 a Camp David, intrappolando una leadership palestinese a brandelli con l’accusa di aver rifiutato l’ennesima “genorosa offerta”.

Pochi giorni dopo l’importante discorso al Cairo del presidente Obama è cominciato il dibattito sulla sua possibile portata storica. Ma il punto cruciale sta nella capacità dell’amministrazione americana di tradurre un grande discorso in un cambiamento reale.
In Israele Obama ha provocato un forte nervosismo e anche reazioni molto negative – alcune di stampo razzista – e questo ha costretto il premier Benjamin Netanyahu a intendere la necessità di adottare una posizione politica che chiarisca il suo programma e riduca al minimo i rischi di collisione con gli Usa. L’annuncio che domenica avrebbe pronunciato un discorso «drammatico» aveva creato una grande aspettativa e nell’ambiente politico tutti hanno cominciato a chiedersi se avrebbe pronunciato la formula magica: «due stati per due popoli».
Il primo ministro israeliano la formula magica l’ha pronunciata. Ma qual è il reale valore di quelle parole?
La reazione ufficiale americana, analogamente a quella europea e a parte dell’estblishment politico israeliano, ha salutato il discorso come «un passo avanti». In linguaggio diplomatico può essere letto come un modo di riannodare la discussione con Israele, ciò che renderebbe possibile decifrare il senso vero delle parole del premier israeliano. E’ interessante ricordare che Netanyahu – quando era candidato alla guida del governo nel ‘96 – aveva già affermato che avrebbe accettato gli accordi di Oslo e poi aveva ribadito questo riconoscimento, da premier, negli accordi di Wye Plantation.

Negoziati
La formula magica in realtà non dice assolutamente niente sull’aspetto territoriale della soluzione proposta. Netanyahu continua la politica dei suoi predecessori, specialmente di Sharon e Olmert, attenti a garantire un ambito negoziale che consentì loro nei fatti di perpeturare lo status quo. Ma è uno status quo che nasconde la crescita incessante degli insediamenti ebraici nei territori palestinesi occupati nel ‘67 da Israele. Il governo israeliano non cessa di porre condizioni previe, esige il rispetto di accordi precedenti e dimentica che parte integrante delle azioni e delle omissioni delle forze d’occupazione è proprio il mancato rispetto di quegli accordi previi.
Gran parte dell’opinione pubblica non capisce la sostanza vera della discussione in corso sugli insediamenti. La Convenzione di Ginevra proibisce il trasferimento di popolazione da parte del potere occupante a meno che non sia per ragioni di sicurezza. Nel ‘93, quando furono firmati gli accordi di Oslo, circa 100 mila coloni israeliani vivevano in Cisgiordania e 80 mila nella parte occupata di Gerusalemme. Oggi ci sono più di 300 mila coloni in Cisgiordania e 200 mila a Gerusalemme est. Questa politica ha un obiettivo chiarissimo: rendere impossibile la presenza di uno stato palestinese reale, indipendente e con continuità territoriale. La copertura ideologica di questa politica è tragicomica: «la naturale crescita demografica». La «capacità riproduttiva» nei territori occupati è una menzogna un po’ troppo grossa e la costruzione di decine di migliaia di nuove unità abitative per gli israeliani contrasta in modo clamoroso con la situazione dei palestinesi sotto occupazione che in tutti questi anni hanno strappato solo alcune centinaia di permessi per costruire legalmente nuobe case.

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Il discorso di Obama al Cairo

Giugno 6, 2009

Buongiorno!
Sono onorato di trovarmi nella città eterna del Cairo ospite di due importantissimi istituzioni. Da oltre un millennio Al-Azhar rappresenta un faro per la cultura araba e da più di un secolo l’università del Cairo è la culla del progresso dell’Egitto. Insieme, queste due istituzioni rappresentano il connubio di tradizione e di progresso.
Sono grato della ospitalità e dell’accoglienza del popolo egiziano. Sono altresì fiero di essere il portavoce della buona volontà del popolo americano e di portarvi un saluto di pace dalle comunità musulmane del mio paese: assalaamu alaykum.
Ci incontriamo qui in un momento di forte tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani in tutto il mondo, tensione che affonda le proprie radici nelle forze storiche che prescindono da qualsiasi attuale dibattito politico.
Le relazioni tra Islam e Occidente ha alle spalle secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche di conflitto e di guerre religiose. In tempi più recenti la tensione è stata alimentata da un colonialismo che negava i diritti e le opportunità di molti musulmani e da una Guerra Fredda nella quale i paesi a maggioranza musulmana sono stati spesso trattati come paesi che agivano per procura, senza rispetto per le loro legittime aspirazioni.

La modernizzazione e la globalizzazione, inoltre, hanno portato cambiamenti così radicali da indurre molti musulmani a vedere nell’Occidente un’entità ostile alle tradizioni dell’Islam. Queste tensioni sono state sfruttate da violenti estremisti per strumentalizzare una esigua ma forte, minoranza di musulmani.

Gli attentati dell’11 settembre 2001 e i successivi tentativi di violenza contro la popolazione civile ha indotto alcune persone nel mio Paese a vedere nell’Islam un nemico irriducibile non solo per gli Usa e le altre nazioni occidentali, ma addirittura per i diritti umani.Tutto ciò ha alimentato maggiori paure, maggiori diffidenze.
Fino a che il nostro rapporto verrà definito solamente in base alle nostre differenze renderemo sempre più potente chi semina odio, invece di pace, chi si adopera per lo scontro invece che per la collaborazione che è necessaria perché tutti i popoli possano avere giustizia e prosperità.Per questo motivo deve essere spezzata la catena di sospetti e discordia.
Sono arrivato qui, al Cairo per cercare d’inaugurare una nuova epoca nei rapporti tra Stati Uniti e i musulmani in tutto il mondo, un rapporto basato sul mutuo rispetto e su un interesse reciproco, fondato – soprattutto – sull’idea che Usa e Islam non si escludono a vicenda e non debbano per forza essere in competizione. Al contrario, America e Islam si sovrappongono condividendo principi comuni di giustizia, progresso, tolleranza e dignità per tutti gli esseri umani.

Cerco una nuova base per il nostro rapporto anche se so che il cambiamento non potrà avvenire improvvisamente, nessun discorso – da solo – può sradicare anni di sfiducia né posso rispondere oggi a tutte le complesse questioni che ci hanno portati fino a qui.
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Ultimatum americano di 4-6 settimane?

Giugno 3, 2009

Gerusalemme, 03-06-2009

Barack Obama vuole definire entro luglio un piano per far ripartire il processo di pace in Medio Oriente e per questo ha posto un ultimatum di 4-6 settimane a Benjamin Netanyahu.

Gli israeliani debbono esprimere “una posizione aggiornata” sul principio dei “due popoli, due stati” e sulla “costruzioni di nuovi insediamenti ebraici” in Cisgiordania. E’ quanto scrive Haaretz secondo cui il presidente americana ha avuto ieri un colloquio a sorpresa di circa un quarto d’ora a Washington con il ministro della Difesa Ehud Barak. Quest’ultimo stava incontrando il Consigliere per la sicurezza nazionale, il generale James Jones, quando inaspettato e’ arrivato anche Obama.

Intanto dopo l’attesissimo discorso di domani a Il Cairo, e la tappa di oggi a Riad, e’ atteso in Israele da lunedi’ prossimo l’inviato per il Medio Oriente George Mitchell dove chiedera’ chiarimenti sia sugli insediamenti e che la costituzione dello Stato palestinese.

fonte rainews24


Lettera di Mandela al giornalista Thomas Friedman sull’apartheid in Israele

Maggio 31, 2009

“Caro Thomas (Friedman, articolista del NYT),
so che entrambi desideriamo la pace in Medioriente, ma prima che tu continui a parlare di condizioni necessarie da una prospettiva israeliana, devi sapere quello che io penso.
Da dove cominciare? Che ne dici del 1964? Lascia che ti citi le mie parole durante il processo contro di me. Oggi esse sono vere quanto lo erano allora: “Ho combattuto contro la dominazione dei bianchi ed ho combattuto contro la dominazione dei neri. Ho vissuto con l’ideale di una società libera e democratica in cui tutte le sue componenti vivessero in armonia e con uguali opportunità. E’ un ideale che spero di realizzare. Ma, se ce ne fosse bisogno, e’ un ideale per cui sono disposto a morire”.
Oggi il mondo, quello bianco e quello nero, riconosce che l’apartheid non ha futuro. In Sud Africa esso e’ finito grazie all’azione delle nostre masse, determinate a costruire pace e sicurezza. Una tale determinazione non poteva non portare alla stabilizzazione della democrazia.
Probabilmente tu ritieni sia strano parlare di apartheid in relazione alla situazione in Palestina o, più specificamente, ai rapporti tra palestinesi ed israeliani. Questo accade perché tu, erroneamente, ritieni che il problema palestinese sia iniziato nel 1967. Sembra che tu sia stupito del fatto che bisogna ancora risolvere i problemi del 1948, la componente più importante dei quali e’ il Diritto al ritorno dei profughi palestinesi.
Il conflitto israelo-palestinese non e’ una questione di occupazione militare e Israele non e’ un Paese che si sia stabilito “normalmente” e che, nel 1967, ha occupato un altro Paese. I palestinesi non lottano per uno “Stato”, ma per la libertà, l’indipendenza e l’uguaglianza, proprio come noi sudafricani.
Qualche anno fa, e specialmente durante il governo laburista, Israele ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di restituire i territori occupati nel 1967; che gli insediamenti sarebbero rimasti, Gerusalemme sarebbe stata sotto l’esclusiva sovranità israeliana e che i palestinesi non avrebbero mai avuto uno Stato indipendente, ma sarebbero stati per sempre sotto il dominio economico israeliano, con controllo israeliano su confini, terra, aria, acqua e mare. Israele non pensava ad uno “Stato”, ma alla “separazione”.
Il valore della separazione e’ misurato in termini di abilità, da parte di Israele, di mantenere ebraico lo Stato ebraico, senza avere una minoranza palestinese che potrebbe divenire maggioranza nel futuro. Se questo avvenisse, Israele sarebbe costretto a diventare o una democrazia secolare o uno Stato bi-nazionale, o a trasformarsi in uno stato di apartheid non solo de facto, ma anche de jure.
Thomas, se vedi i sondaggi fatti in Israele negli ultimi trent’anni, scoprirai chiaramente che un terzo degli israeliani e’ preda di un volgare razzismo e si dichiara apertamente razzista. Questo razzismo e’ della natura di: “Odio gli arabi” e “Vorrei che gli arabi morissero”.
Se controlli anche il sistema giudiziario in Israele, vi troverai molte discriminazioni contro i palestinesi. E se consideri i territori occupati nel 1967, scoprirai che vi si trovano già due differenti sistemi giudiziari che rappresentano due differenti approcci alla vita umana: uno per le vite palestinesi, l’altro per quelle ebraiche. Ed inoltre, vi sono due diversi approcci alla proprietà ed alla terra. La proprietà palestinese non è riconosciuta come proprietà privata perché può essere confiscata.
Per quanto riguarda l’occupazione israeliana della West Bank e di Gaza, vi e’ un fattore aggiuntivo. Le cosiddette “aree autonome palestinesi” sono bantustans. Sono entità ristrette entro la struttura di potere del sistema di apartheid israeliano. Lo stato palestinese non può essere il sottoprodotto dello stato ebraico solo perchè Israele mantenga la sua purezza ebraica. La discriminazione razziale israeliana e’ la vita quotidiana della maggioranza dei palestinesi.
Dal momento che Israele e’ uno stato ebraico, gli ebrei godono di diritti speciali di cui non godono i non-ebrei. I palestinesi non hanno posto nello stato ebraico.
L’apartheid e’ un crimine contro l’umanità. Israele ha privato milioni di palestinesi della loro proprietà e della loro libertà. Ha perpetuato un sistema di gravi discriminazioni razziali e di disuguaglianza. Ha sistematicamente incarcerato e torturato migliaia di palestinesi, contro tutte le regole della legge internazionale. In particolare, esso ha sferrato una guerra contro una popolazione civile, in particolare bambini.
La risposta data dal Sud Africa agli abusi dei diritti umani risultante dalla rimozione delle politiche di apartheid, fa luce su come la societa’ israeliana debba modificarsi prima di poter parlare di una pace giusta e durevole in Medio oriente.
Thomas, non sto abbandonando la diplomazia. Ma non sarò più indulgente con te come lo sono i tuoi sostenitori. Se vuoi la pace e la democrazia, ti sosterrò. Se vuoi l’apartheid formale, non ti sosterrò. Se vuoi supportare la discriminazione razziale e la pulizia etnica, noi ci opporremo a te.
Quando deciderai cosa fare, chiamami.”


Stati Uniti d’Israele

Maggio 31, 2009
Abbas e Obama

Abbas e Obama

Che Obama non avrebbe risolto i loro problemi, i Palestinesi lo sapevano già.

Dopo un lungo incontro con Netanyahu Obama si è intrattenuto brevemente(?) con Abu Mazen. Questo il sunto del discorso: “adottare misure volte a creare fiducia per smuovere il processo di pace”: Israele deve porre termine alla costruzione di insediamenti (prima fase della Road Map), i palestinesi devono fermare “la violenza e smantellare le infrastrutture del terrorismo” e smettere di “incitare all’odio contro Israele nelle scuole e nelle moschee”(???). Durante la conferenza stampa svoltasi dopo la riunione, Obama si è detto fiducioso che il governo israeliano “si renderà conto che la soluzione dei due stati va nell’interesse della sicurezza di Israele stesso”. Senza il riconoscimento di Israele (perchè? Israele riconosce la Palestina?), ha evidenziato il presidente Usa, e il rispetto degli accordi precedenti siglati, “sarà difficile intravvedere una possibilità di pace”. E ha aggiunto di voler preparare un “calendario formale” per la creazione di uno stato palestinese. Alla fine dell’incontro, Obama ha ribadito che gli Stati Uniti sono “amici di Israele” e intendono garantirne la sicurezza e la protezione(era il momento giusto per specificarlo?). [Fonte Infopal]

Ma il governo israeliano non ha accettato la premessa del discorso, dove si menzionavano le colonie, unico punto a favore dei Palestinesi chiaramente. Subito il portavoce di Netanyahu ha ribadito «Il destino degli insediamenti – ha replicato ieri il portavoce Mark Regev – sarà deciso nei negoziati finali tra Israele e i palestinesi, nel frattempo bisogna concedere a quelle comunità di continuare una vita normale». La vita normale, ricordiamolo, è la cosidetta “crescita naturale” delle colonie, concetto chiave del governo israeliano.

Ma come se non bastasse oggi possiamo leggere questo definitivo no del governo israeliano:
Israele rifiuta la sospensione totale della sua attività coloniale in Cisgiordania, come richiesto dal presidente Usa Barack Obama: lo ha affermato il ministro israeliano dei Trasporti, Israel Katz, considerato molto vicino al premier dello Stato ebraico, Benjamin Netanyahu. “L’attuale governo israeliano non accetterà in nessun modo che la politica coloniale legale(???Quale insediamento sarebbe legale???) venga congelata nella Giudea-Samaria (Cisgiordania, ndr)”, ha affermato Katz. [fonte tgcom]

Come dire che gli israeliani, con le loro reazioni fuori misura, riescono a far apparire troppo filo-palestinese un discorso inutile e indegno che tutto fa fuorchè difendere i diritti della Palestina. Paradossale e quasi ridicolo.